Storia

Giganti e pietre magiche

[esi adrotate group="1" cache="public" ttl="0"]

GIGANTI E PIETRE MAGICHE

Il Gargano è un luogo non solo sacro ma anche magico, ricco di storie (quelle che tanto piacciono a noi), miti, epiche battaglie.

Il Gargano è un gigante di pietra e “giganti” e “pietre” sono proprio i protagonisti di questa storia che ora racconteremo. Mettetevi comodi.

In Italia, la storia di Gargano, come ci fa notare il Trotta, rimane come “un corpo senz’ombra” e relegato a vivere una sola vita, quella trasmessa dal “Liber de apparitione sancti Michaelis in monte Gargano”, un testo agiografico redatto nella tarda seconda metà dell’VIII secolo su un libellus del VI, che costituisce la “legenda” di fondazione del santuario micaelico più noto dell’Occidente latino, a Monte Sant’Angelo.

Eppure, in antichità, “Gargano” tanto ha fatto parlare di sé, citato da autori latini e greci come Virgilio, Apollodoro, Orazio, Servio, Cassio Emina, Claudiano, Plinio, Strabone e diversi altri.

Ma cosa c’entra Gargano con pietre e giganti?

Presto detto. Innanzitutto, il nome Garganus, formatosi dalla radice indo-europea “gar-“, che comprende appellativi e toponimi che si riferiscono a ‘gola’, ‘inghiottitoio di acqua’ e a ‘cavità’, ‘spelonca’, o ‘mucchio di pietre’, ‘altura’, per la sua terminazione in “ganus” richiama un antico nome o aggettivo di persona più che un nome o aggettivo di luoghi, terminanti, come è noto, quasi sempre in is, es, ia.

Nel suo nome, quindi, il Gargano vede riflessi i caratteri fisici di massiccio montuoso, che per la sua natura carsica accoglie, nel tipico paesaggio aspro e pietroso, voragini (grave), grotte, forre, doline, campi solcati, monoliti calcarei.

C’è da sottolineare due cose: primo, anche in base a una costante geografica di fenomenologia delle religioni, la sua conformazione geologica spiega come sin dall’antichità sia stato polo di ricezione di miti profetici e culti messianici; secondo, per la loro cronologia, i testi che riguardano Gargano sembrano scandire, quasi per un caso singolare, le fasi cruciali della civiltà europea. Di essa ci trasmettono le ideologie, le categorie mentali e la visione del mondo, quella ufficiale del potere e quella della piazza, e tutti si dispongono naturalmente a una fruttuosa utilizzazione per una ricomposizione della stessa storia culturale del continente.

Nella sua analisi, il Trotta ci spiega ancora che il mito di Gargano si mescola con vari altri miti ma, cosa importante, il nostro dio-gigante-pastore rimane il “custos“ del monte che porta il suo nome anche dopo l’avvento della religione cristiana, con San Michele Arcangelo in primo piano. Ma arriviamo al dunque.

Partiamo da Verrio Flacco, il quale riferisce che l’uccisione di Caco non avviene per mano di Ercole ma per opera del gigante Gargano, Garano, Carano (a volte prefissata come Tricarano, Recarano), attestando tradizioni che coesistono con quelle dell’altro gigante, Ercole.

Nel “Liber de apparitione”, la critica è concorde nel riconoscere nel nucleo più antico della “legenda”, quello del Toro, l’esaugurazione dal paganesimo della regione garganica e al contempo individua in esso le tracce di un mito forse ancora noto, e in una forma non frammentaria, agli inizi stessi del culto micaelico dove la dinamica dell’episodio e tutti i particolari della entrata in scena di Gargano lasciano cogliere in lui i caratteri di un dio o un eroe mitico pronto all’ira e alla vendetta piuttosto che quelli di un comune mortale, signore e padrone della montagna.

Gargano “è” la Montagna, il gigante che la custodisce. E qui le cose si fanno interessanti.

La freccia scagliata contro il Toro, richiamante la “sagitta toxicata”, ci riporta infatti alla Biblioteca (II,5,2) di Apollodoro che, nell’ampia illustrazione delle imprese di Ercole, parla appunto dell’eroe che intinge le sue infallibili frecce nel fiele dell’Idra.

L’improvviso cambio di direzione del dardo verso chi l’ha appena scagliato ci riporta, invece, a un brano di Licofrone e a uno di Servio. Essi trasmettono due miti garganici che sembrano confluire nella variante che risulta funzionale all’epifania dell’Angelo.

Il primo è quello di Diomede ricordato da Licofrone nell’Alexandra 627-629: le grosse pietre poste a confine della Daunia vengono scagliate nell’Adriatico ma “pur senz’ali” ritornano misteriosamente indietro (alcune di esse però rimarranno a formare l’arcipelago delle Tremiti, luogo definitivo di Diomede).

Il secondo, trasmesso da Servio, ad Aen. XI,247, è quello dei due fratelli rivali in amore: qui i sassi lanciati verso i loro sepolcri prendono una direzione diversa da quella voluta (saxa ipsa separata ad sepulchra singula decidunt).

Tornando a Diomede, spesso viene descritto con connotati mitici, come dio e gigante.

Di pietre magiche, poi, anche con il culto arcangelico, si è continuato a parlare: fino a poco tempo fa, i pellegrini raccoglievano pietre dal Santuario di Monte Sant’Angelo, ritenendole in grado di guarire dai malanni, e le appendevano al collo per farle poi nuovamente benedire l’anno successivo durante i giorni dedicati all’Arcangelo. Anche le incisioni votive servivano per grattare polvere magica dalle pareti del Santuario per usarla come elemento curativo in preparati, tisane e unguenti.

Il gigante ricompare nelle vesti di Gargantuas nel 1471 nell’Alta Vienne, per prendere poi il nome di Gargantua o di Gargan nelle “Croniques gargantuines” della prima metà del XVI secolo, e definitivamente quello di Gargantua nel romanzo di Rabelais (1532-1534) e nelle numerose antologie di leggende e di racconti del XIX secolo, come quella molto nota di P. Sébillot, “Gargantua dans les traditions populaires”.

Ed ecco, di nuovo, giganti e pietre magiche. Quando viene al mondo Gargantua, la sua nascita evoca alla mente quella di un dio: avviene in un’atmosfera dominata dall’incanto che vede il tempo e il movimento come sospesi. Al grido di sua madre Galemelle, si legge nelle Admirables, tutta la montagna prese a scrollarsi e sbucarono da ogni dove gli dei Fauno e Silvano, “tutti canuti e coperti di muschio”, cento Satiri e Sagittari e Folletti. E arrivarono tra gli altri “Morgana, Cibele e Proserpina che la distesero molto dolcemente su un bel prato tappezzato di un bel velluto verde”.

L’origine divina del gigante, scrive P. Sébillot, è riconosciuta in parecchie regioni della Francia: nella Franca Contea è riconosciuto esplicitamente come semidio: «Ce roi géant dont on n’a pas l’idée, / Ce demi-dieu, ce fier Gargantua».

Egli è il genio delle montagne, delle alture, dei promontori, dei corsi d’acqua; è dotato d’una taglia gigantesca, di uno straordinario appetito e di una sete mai completamente soddisfatta.

Suo costume è di essere sempre in viaggio e di trasportare sulle spalle (o nella gerla come nella vignetta delle Inestimables) pietre e montagne, che deposita qua e là (quando non le lancia contro i suoi nemici) nei luoghi più disparati. Anche i suoi genitori sono dei portamontagne: giunti in Bretagna, i suoi genitori Grantgosier (Grande Gola) e Galemelle (Gargarozzo) si liberano dei grandi massi che portano sul capo gettandoli in mare: il fardello più grande diventa il monte che prenderà il nome di Mont-Saint-Michel e quello più piccolo l’isolotto di Tombelaine (qui ricorre il toponimo Tombe, come Tumba sul Gargano, a Monte Sant’Angelo).

Ancora una volta Gargano è collegato a San Michele Arcangelo. Una leggenda dell’alta Bretagna, riferisce P. Sébillot, vuole che sia Gargantua e non i suoi genitori ad aver posato in mare il monte e l’isolotto ad esso vicino.

Per H. Dontelville il monte Tomba (poi Mont-Saint-Michel) era un Mont-Gargan o Mont-de-Gargano e quindi in stretta relazione col monte di Puglia. Questa relazione, secondo R. Pomeau, viene confermata dal narratore delle Admirables che, a proposito dell’itinerario seguito da Grantgosier e Galemelle, pare identificare nella più alta montagna d’Oriente, punto di partenza del loro viaggio, il monte pugliese. Sul piano mitico, anche in base a questa identificazione, Pomeau è propenso a individuare nel promontorio del Gargano il primo habitat di Gargantua e dei suoi genitori e nei monti bretoni le rocce provenienti da laggiù.

Ma ancora che dire del mito di fondazione della Sacra di San Michele, in Val Di Susa a Torino, quando Giovanni Vincenzo, vescovo di Ravenna, vide in sogno l’Arcangelo che gli ordinò di costruire un luogo di culto in suo onore mentre era in eremitaggio sul monte Caprasio, sulla sponda sinistra del Dora.

I lavori procedevano spediti, ma al mattino tutte le grosse pietre utilizzate per erigere l’edificio si ritrovavano magicamente spostate dall’altra parte, sulla montagna di fronte. Di nuovo, le pietre magiche tornano a far parlare di sé.

Il sant’uomo si insospetti e volle vederci più chiaro, sicché decise di restare sveglio per tutta la notte.

Quale non fu la sua sorpresa nello scoprire che i responsabili del furto erano nientemeno che una schiera di angeli. E non era finita lì. Gli angeli portavano gli strumenti e il materiale da costruzione sulla montagna di fronte, il monte Pirchiriano, che quella notte pare fosse avvolto da una nube di fuoco.

E ancora le leggende sul gigante Cormoran che viveva a St. Michael’s Mount, gemello di Mont-Saint-Michel, in Cornovaglia, Inghilterra.

Il nome può essere correlato a Corineo, nome di un eroe eponimo leggendario della Cornovaglia. Anche Corineo è associato a St. Michael’s Mount e si riteneva avesse sconfitto un gigante dal nome Gogmagog, secondo l’Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth.

Nel folklore locale, la figura di Cormoran è spesso associata a quella del gigante Trencrom. Secondo la leggenda i due gettavano massi avanti e indietro per divertirsi e per questo motivo oggi ci sono massi sparsi in quelle zone.

Inoltre, Cormoran, per costruire l’isola di St. Michael’s Mount (anch’essa governata dalle maree come Mont-Saint-Michel) portò granito bianco dalla terraferma ogni volta che c’era bassa marea. Cormelian, sua moglie, lo aiutava portando pietre nel suo grembiule. Quando Cormoran si addormentava perché esausto, la moglie continuava a portare greenstone da una cava vicina, lasciando perdere il più complicato granito. Quando era sulla via del ritorno, Cormoran si svegliava, accorgendosi che Cormelian stava portando pietre diverse da quelle che voleva lui e la prendeva a calci. Secondo la leggenda, le pietre caddero dal suo grembiule e formarono Chapel Rock.

E ancora. Skellig Michael (dal gaelico irlandese Sceilig Mhichìl, «roccia di Michele») è l’isola maggiore tra le due Skellig, che si trova a circa diciassette chilometri dalle coste del Kerry, in Irlanda: sulla sua sommità vi è un monastero di origine cristiana costruito nel 588.

Fin dal lontano passato i pellegrini che raggiungevano Skellig Michael si dirigevano al needle’s eye, la «cruna dell’ago», il punto in cui, secondo la tradizione, sarebbe apparso l’arcangelo.

Si narra di tradizioni legate al dio Dagda, uccisore del serpente, e a culti delle pietre. È senza dubbio per strappare a Dagda uno dei suoi santuari che i monaci hanno forgiato la leggenda di Skellig Michael.

Si narra che San Patrizio, per liberare l’Irlanda da un dragone rosso, simbolo del male, invia quattro valorosi guerrieri sul Gargano, per portare le armi di San Michele nel suo celebre santuario, in balìa del mare. Ma le istruzioni narrate dall’Arcangelo a San Patrizio erano state fraintese dal santo e quindi i guerrieri con le gambe divenute pesanti come piombo non riuscirono ad andare oltre Mont-Saint-Michel. Lì, deposero le armi angeliche affinché potessero essere utilizzate per sconfiggere il mostro.

Tutto parte sempre dal nostro promontorio sacro. Tanto ci sarebbe ancora da dire: tutto questo va raccontato ai nostri figli e ai nostri nipoti.

Tutto questo va tramandato.

Quando osserverete il Gargano da lontano, fatelo con occhi diversi: forse, è semplicemente un gigante che dorme.

Foto dall’Archivio Giovanni BARRELLA

tenuta santa lucia