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Festa Patronale a Foggia, la lettera dell’Arcivescovo Pelvi alla città: “La persona ingorda e possessiva non sarà mai felice”

“Il consumismo dilagante sta disumanizzando le relazioni interpersonali e compromettendo lo stesso rapporto dell’uomo con la natura”. In occasione della festa patronale della città di Foggia, l’arcivescovo Vincenzo Pelvi scrive una lettera ai cittadini: “La crescita del benessere economico allarga la sfera dei bisogni e provoca dipendenze e insoddisfazione, favorendo processi di inquinamento ambientale devastanti per la salute dell’uomo”.

“Tra le cause, il sistema produttivo finalizzato a un benessere che accresce la forbice tra ricchi e poveri e legittima lo sfruttamento impazzito della natura considerata contenitore di risorse illimitate da utilizzare a proprio piacimento, senza scrupolo e alcun rispetto. Purtroppo ciò che chiamiamo sviluppo si ritorce contro di noi e genera squilibri incontrollabili, tensioni sociali, sciupio dei beni fondamentali per vivere. In realtà, ci stiamo impastando nella logica della quantità e non della qualità. Qualcuno dice: Più accumuli e possiedi più hai dignità. E’ un’affermazione pericolosa, fondata sulla convinzione che più consumi e meglio vivi. Così i rapporti umani e con la natura perdono il loro senso interiore. L’individualismo provoca molti soprusi. Gli altri diventano ostacoli alla propria piacevole tranquillità e finiscono per essere trattati come fastidi da cui liberarsi”.

“Mi chiedo: è nell’utile e nel potere la bellezza della vita? Quale rapporto ho con me stesso, gli altri, con la natura? Certo il benessere non consiste nello sperpero delle risorse naturali, particolarmente di beni essenziali quali l’aria, l’acqua e la terra. Non lasciamoci uccidere dal potere economico e impariamo a distinguere tra bisogni e valori, alla luce del Vangelo. La qualità dell’esistenza non dipende dal fare e dal possedere, ma dall’essere poveri. Una povertà che non è la miseria che non mi fa sussistere, ma la consapevolezza di precarietà che dispone a dipendere, abbandonarsi, accogliere la presenza gratuita e saggia di Dio. La povertà è una liberazione dalla crudeltà che a volte penetra le relazioni, una liberazione dall’ansietà che non ci lascia pensare agli altri, dall’urgenza distratta che ignora che anche gli altri hanno diritto a essere felici”.

“La povertà evangelica è riconoscere il proprio limite di creatura e risvegliare il bisogno di infinito dentro e attorno a noi. La consapevolezza della propria finitudine è, perciò, invito all’alterità, recupero di serenità nella verità. A riguardo, le relazioni umane e lo stesso rapporto con la natura diventano indispensabili, quando l’uomo abbandona la logica del possesso e si lascia plasmare dall’Alto e dagli altri, con gratuità e dono incondizionato. Da ciò deriva quella povertà che non deve essere confusa con la mancanza dei beni della terra, dono buono elargito da Dio creatore. La povertà, infatti, educa all’uso moderato dei beni, a uno stile di scelte e comportamenti improntati all’austerità e alla limitazione di quei bisogni soggettivi, tante volte imposti dalla pressione sociale o da sollecitazioni istintive”.

“L’invito è quindi sostituire la logica del possesso al coraggio di relazioni interpersonali significative che generano condivisione delle cose. La persona ingorda e possessiva non sarà mai felice. Il che vale anche nei confronti della natura, che non è un semplice contenitore di materiali da sfruttare indiscriminatamente per soddisfare ogni capriccio, ma luogo di meraviglia dove trova senso il futuro della vita. Se tutti siamo creature di Dio, i beni della terra sono da condividere e nessuno può essere padrone assoluto di ciò che è dato a tutti. L’avere e il fare invocano il dono di sé, un incontro, una condivisione, uno scambio. Siamo una civiltà conviviale perché fratelli tutti nella volontà di Dio”.

Redazione

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