Storia

Eremo – Convento di Santa Maria Odigitria di Pescorosso: un luogo che rischia di scomparire per sempre

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EREMO – CONVENTO DI SANTA MARIA ODIGITRIA DI PESCOROSSO: UN LUOGO CHE RISCHIA DI SCOMPARIRE PER SEMPRE.

Esistono luoghi, in procinto di essere cancellati per sempre dalla nostra vista. Tra questi vi è senza dubbio l’eremo-convento di Santa Maria Odigitria (colei che indica il cammino) di Pescorosso, o almeno i pochi resti che ne rimangono, nel territorio di Rignano Garganico.

Di questo luogo si parla poco, quasi nulla. Eppure la sua memoria è rimasta impressa in alcune carte, dove compare ancora l’indicazione di una chiesa dedicata a Santa Maria lungo la fascia pedegarganica, tra Villanova e lo scalo di San Marco in Lamis. Oggi, chi si reca sul posto, si trova davanti a un’area segnata dal tempo: un grande invaso scavato nel terreno, tracce murarie appena leggibili, pietre lavorate ormai scivolate lungo il pendio. È difficile immaginare che qui, per secoli, si sia pregato, abitato, forse anche coltivato e custodito un intero territorio.

La prima menzione del feudo di Pescorosso risale al 1029, in un antico documento in cui Cristoforo, protospatario (alto funzionario) e catapano (governatore di province o alto ufficiale) d’Italia e di Calabria, concede, per intercessione di Leone, arcivescovo di Siponto, un determinato territorio al monastero di San Giovanni in Lamis. Questo territorio si estende tra Monte della Guardia, nei pressi di Rignano Garganico, e il fiume Candelaro.

Nel testo della concessione vengono descritti con precisione i limiti del feudo, che comprendono una valle attraversata da due grandi rocce dal colore rossastro. Questo elemento geografico, ancora oggi perfettamente riconoscibile, costituisce uno dei punti più solidi per identificare l’area dell’antico insediamento. Le due rupi, che emergono dalla fascia pedegarganica come sentinelle naturali, sembrano custodire ciò che resta dell’eremo.

Nel documento risalente al 1095, redatto dal conte Enrico, si fa riferimento anche a “Puteum Sancte Maria Peschi rubei”. Alcuni studiosi avanzano l’ipotesi che il convento-eremo avesse sotto la propria giurisdizione l’intero feudo.

La citazione del “puteum” lascia intuire la presenza di una struttura legata all’approvvigionamento idrico, elemento indispensabile per una comunità stabile. Non si trattava, dunque, di un semplice rifugio occasionale, ma di un centro organizzato. È possibile che il sito abbia avuto un ruolo anche nella gestione agricola e pastorale del territorio circostante, in un’area che per secoli fu attraversata da percorsi di transumanza.

La posizione che occupava l’eremo-convento era strategica e poteva presumibilmente funzionare come punto di osservazione e segnalazione, considerata la vasta visuale che abbraccia il territorio sottostante da est a ovest spaziando anche fino al subappennino oltre la città di Lucera.

Dalla rupe orientale lo sguardo domina la pianura fino a perdersi nell’orizzonte. Non è difficile immaginare che questo punto potesse servire anche come luogo di controllo o di avvistamento, in un periodo storico in cui il Gargano era attraversato da conflitti, incursioni e trasformazioni politiche. Resti murari visibili sulla sommità della rupe fanno pensare a una frequentazione ancora più antica, forse di età romana o altomedievale. Frammenti ceramici rinvenuti nell’area suggeriscono una continuità insediativa che precede la struttura stessa.

Il nome “Pescorosso”, deriva dalla caratteristica colorazione rossastra delle formazioni rocciose della zona, denominate dai locali anche come “murge” o “pesconi”.

Il termine “pesco”, in realtà, non rimanda affatto al frutto, come qualcuno potrebbe immaginare. Nella tradizione linguistica dell’Italia centro-meridionale, indica piuttosto una roccia prominente, uno sperone pietroso, una massa calcarea emergente. In dialetto rignanese il vocabolo designa ancora oggi una grossa pietra; in altre aree del Gargano assume sfumature simili. È quindi il paesaggio stesso ad aver dato nome al luogo: una rupe rossa, evidente, riconoscibile da lontano.

Sul sito si può notare uno spazioso scavo rettangolare, profondo vari metri. Più in basso si possono distinguere maestosi muri e resti di stipiti di quella che un tempo doveva essere l’antica porta d’accesso.

Le dimensioni dello scavo fanno pensare a un edificio articolato, forse con ambienti interni distribuiti attorno a un nucleo centrale. Le pietre lavorate, ancora visibili tra l’erba, testimoniano una costruzione realizzata con cura. Nei pressi è presente anche una cisterna per la raccolta delle acque piovane, segno evidente di organizzazione e permanenza. Senza acqua non sarebbe stato possibile vivere in un luogo tanto isolato.

Nelle vicinanze c’è anche una vecchia cisterna per la raccolta delle acque piovane.

All’est della rupe, si estendono diverse grotte che nel corso delle epoche sono state ampliate e adattate dagli uomini per servire come abitazioni o rifugi per gli animali.

Queste cavità, modellate e riadattate nel tempo, raccontano una storia di utilizzi successivi: eremitici, pastorali, agricoli. L’area, infatti, non è mai stata completamente abbandonata.

Documenti del Settecento ricordano la presenza di un romito legato al convento di San Matteo, segno che la tradizione spirituale del luogo sopravviveva ancora, seppure in forma ridotta.

Anche nei secoli successivi il nome Pescorosso continua a comparire in atti e registri. Nel XII secolo viene menzionato in compravendite di terreni; in età sveva è citata una Santa Maria legata alla “pietra rossa”. Questo filo documentario, pur frammentario, dimostra che il luogo non fu un episodio isolato, ma parte integrante della storia religiosa e territoriale del Gargano.

È fondamentale documentare e raccontare la storia di questi luoghi, che sono inesorabilmente condannati a scomparire per sempre.

Se non si interviene con studi sistematici e con una valorizzazione seria, ciò che resta dell’eremo di Santa Maria Odigitria sarà presto inghiottito dalla vegetazione e dall’erosione. E con esso svanirà non solo un rudere, ma un frammento di identità storica del territorio rignanese.

Fotografie: G. Barrella.

Fonti:

– “Santa Maria Odigìtria di Pescorosso a Rignano”, G. Tardio (Edizioni SMIL).

– “Tracce di frequentazione di età romana lungo un tratto del Candelaro”, A. Gravina e T. Mattioli (29° CONVEGNO NAZIONALE sulla Preistoria – Protostoria – Storia della Daunia).

La Vieste en Rose