Elena Gentile “Autonomia differenziata: sarà la pietra tombale per il futuro del Mezzogiorno. E Michele Emiliano applaude”

In Conferenza Stato Regioni nelle prossime ore sarà portata in
approvazione la proposta di legge quadro per l’autonomia
differenziata. Se ne fossi componente mi opporrei. E chiederei
anzitutto la modifica sostanziale di norme, procedure, algoritmi e
quant’altro abbia penalizzato in questi decenni il nostro Mezzogiorno
rispetto al resto del Paese.

E chiederei che si definiscano prima, non di là da venire, i criteri
oggettivi e le riforme di merito a fondamento della riduzione delle
disuguaglianze territoriali e della perequazione obbligatoria fra le
Regioni.

Ho vissuto per troppo tempo, e in prima persona, l’esperienza
dell’egoismo e del potere dei numeri delle Regioni del Nord. Quando,
in Conferenza Stato Regioni come rappresentante della Puglia, sono
stata costretta a inchiodare la riunione fino a notta fonda per
affermare con le unghie e con i denti i diritti sacrosanti della mia
Regione e dei suoi cittadini. E a volte anche delle altre Regioni del
Sud.

Dicono che il presupposto della legge quadro sull’autonomia
differenziata sia che la definizione dei livelli essenziali delle
prestazioni sarà affidata ad apposita Commissione istituita presso il
Ministero dell’Economia e Finanze, la quale dovrà ultimare i lavori
entro un anno, pena la ripartizione delle risorse con il criterio
farlocco della “spesa storica” che, com’è noto, è il complesso delle
risorse finanziarie utilizzate dalla singola regione (al sud
nettamente inferiore rispetto al centro/nord).

E cosa succede se nel frattempo questo governo cade, tornano i fautori
degli interessi del Nord, e viene meno il principio di solidarietà
nazionale? Quale destino e quali risorse, in Puglia e nel Mezzogiorno,
per il governo di ambiente, territorio, infrastrutture, trasporti,
salute, istruzione, politiche sociali e per il lavoro?

Ma anche ammesso che si sia in grado di definire i livelli essenziali
delle prestazioni, non sarà stato comunque rimosso il macigno che ha
storicamente affossato il Sud, il criterio dell’età media,
estremamente penalizzante per il Mezzogiorno. Ma che a nessuno, a
quanto pare, nemmeno a Francesco Boccia, interessa rivedere.

Il processo di integrazione e di perequazione economica e sociale è
atteso da troppo tempo per essere piegato ad interessi parziali e
contingenti.

È già successo nel 2001, al tempo dell’approvazione della legge di
riforma del titolo V della Costituzione.

È stato un disastro. Ora basta. Abbiamo già dato.




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