Disordini al Miramare di Manfredonia, Riccardi: “Le gabbie? Non servono, basta la prevenzione. Ingiusto che a pagare sia la società sportiva e la città”

Disordini al Miramare di Manfredonia, Riccardi: “Le gabbie? Non servono, basta la prevenzione. Ingiusto che a pagare sia la società sportiva e la città”
Hanno suscitato clamore e sconcerto, oltre alla solita inevitabile indignazione, gli scontri verificatisi domenica tra gruppi di tifosi del Manfredonia e dell’Ebolitana. Le immagini circolate nelle ore successive hanno mostrato una situazione grave, sviluppatasi all’esterno dello stadio e poi spostatasi anche verso il lungomare e la spiaggia, con lanci di pietre, bombe carta e altri oggetti. Saranno naturalmente le indagini a ricostruire nel dettaglio quanto accaduto e a individuare le responsabilità personali, ma proprio la gravità di quelle immagini impone di andare oltre le condanne di rito e di interrogarsi sulla gestione complessiva dell’evento.
Per anni ho evitato di intervenire sulle scelte adottate per la cosiddetta messa in sicurezza dell’area esterna del Miramare, ma credo che oggi una riflessione non sia più rinviabile. L’idea di trasformare un pezzo importante della città in un circo per domatori di leoni, riempiendolo di barriere, recinzioni, cancellate, corridoi obbligati e strutture da montare e smontare in occasione delle partite, mi è sembrata sin dall’inizio eccessiva, inopportuna e sproporzionata rispetto alla realtà dell’impianto. A questo si aggiunge un aspetto economico tutt’altro che secondario, perché una parte dei costi di queste operazioni finisce per gravare sulla società sportiva, che deve sostenere spese difficilmente comprensibili per una realtà già chiamata a compiere sacrifici importanti per mantenere una categoria. Se poi tutto questo comporta anche una riduzione della capienza e della piena fruibilità dello stadio, la scelta diventa ancora più difficile da comprendere.
Il punto, però, non è soltanto economico. È soprattutto un problema di impostazione. Episodi come quelli di domenica non si evitano costruendo gabbie sempre più alte attorno a uno stadio, ma attraverso un lavoro di prevenzione che comincia molto prima dell’apertura dei cancelli. Ogni partita ha una propria storia e richiede una valutazione specifica: bisogna conoscere la tifoseria ospite, i suoi rapporti con altre curve, eventuali gemellaggi e rivalità, le modalità di arrivo in città, i luoghi di concentrazione, i percorsi e soprattutto il modo in cui verrà gestito il deflusso finale. È lì che si misura la capacità di prevenire un problema, prima che gruppi contrapposti possano arrivare a contatto e non quando lo scontro è ormai iniziato.
Domenica, peraltro, la presenza degli ospiti era numericamente modesta, poco più di un centinaio di persone secondo le cronache sportive. Non c’erano migliaia di sostenitori da gestire né un esodo eccezionale verso Manfredonia. Eppure due gruppi sono riusciti a raggiungersi, la tensione si è trasferita all’esterno dell’impianto e una parte degli scontri è arrivata fino alla spiaggia. Sono inoltre emerse notizie sulla possibile presenza, tra i sostenitori ospiti, di tifosi legati ad altre realtà calcistiche attraverso rapporti di gemellaggio, circostanza che dovrà naturalmente essere verificata dagli investigatori ma che, se conosciuta preventivamente, rappresentava un elemento da valutare nella pianificazione dell’ordine pubblico.
Per questo non credo sia possibile liquidare tutto con qualche generica dichiarazione di condanna. Se persone con il volto coperto hanno potuto raggiungersi, se durante gli scontri sono comparsi materiali che secondo le cronache comprendevano pietre, bombe carta, spranghe e cinghie, se il deflusso ha consentito che gruppi contrapposti entrassero in contatto, allora bisogna avere il coraggio di riconoscere che qualcosa nella gestione preventiva dell’evento non ha funzionato. Questo non significa anticipare le conclusioni delle indagini o attribuire responsabilità personali prima che siano accertate; significa semplicemente prendere atto che le barriere, da sole, non hanno impedito ciò che avrebbero dovuto contribuire a evitare.
Una gabbia può delimitare un’area, una transenna può chiudere una strada e una cancellata può separare due settori, ma nessuna di queste cose può sostituire l’attività informativa, la conoscenza delle dinamiche tra tifoserie, il controllo dei flussi e una corretta gestione dell’uscita dallo stadio. La sicurezza vera nasce dalla capacità di impedire che chi cerca lo scontro trovi le condizioni per realizzarlo.
A chi continua a far finta di non capire questo semplice concetto vorrei ricordare che il Miramare non è nato ieri e non ha cominciato a ospitare il calcio con l’arrivo delle attuali recinzioni. Per anni, senza domatori e senza questo sistema di gabbie, lo stadio ha accolto campionati professionistici di Serie C1 e Serie C2, con migliaia di spettatori e trasferte composte da centinaia di tifosi. Da Manfredonia sono passate società di grande blasone e curve con storia, seguito e tradizione come Napoli, Hellas Verona, Salernitana, Foggia, Taranto, Cosenza, Sambenedettese, Cavese, Nocerina, Catanzaro, Ternana, Andria e Barletta.
Sarebbe naturalmente scorretto trasformare questo elenco in una graduatoria delle tifoserie “pericolose” o utilizzare episodi avvenuti in anni successivi per sostenere che le stesse situazioni si verificarono al Miramare quando quelle squadre affrontavano il Manfredonia. Il dato storico è un altro: la città ha conosciuto partite con livelli di affluenza e complessità enormemente superiori a quelli di domenica e quelle giornate sono state affrontate attraverso l’esperienza, la conoscenza del territorio e la professionalità degli organi di polizia. Ci sono stati episodi di intolleranza, certamente, ma non per questo si è ritenuto necessario trasformare permanentemente il Miramare in un’area militarizzata.
È dunque ancora meno accettabile che oggi a pagare siano la società sportiva e l’intera città. Il Manfredonia già sostiene costi importanti per tenere la squadra in una categoria nazionale e non può essere caricato indefinitamente di ulteriori oneri legati a strutture e allestimenti che, come domenica ha dimostrato, non sostituiscono un’efficace azione preventiva. Allo stesso modo, non può essere Manfredonia a sacrificare ogni volta una parte significativa del proprio spazio urbano senza che a questa compressione corrisponda una reale capacità di prevenire il rischio.
Dentro questa discussione si inseriscono poi, come sempre, i soliti spacciatori di false informazioni, pronti a utilizzare ogni episodio per sostenere che il vero problema sarebbe l’esistenza stessa del Miramare in quel luogo e che l’unica soluzione sarebbe spostarlo. Su questo bisogna essere molto chiari.
Discutere di una diversa collocazione dello stadio è del tutto legittimo e, personalmente, considero sensato immaginare per il futuro un nuovo impianto e una profonda riqualificazione dell’area oggi occupata dal Miramare. Sarebbe anzi una grande occasione urbanistica per restituire alla città spazi pubblici, servizi, verde e un rapporto ancora più forte con il mare. Ma questa è una scelta di pianificazione urbana, non una conseguenza necessaria di problemi di ordine pubblico.
Manfredonia, del resto, non è né l’unica città italiana con uno stadio inserito nel tessuto urbano né l’unica ad averlo vicino al mare. Il Luigi Ferraris di Genova è collocato in un quartiere densamente abitato che lo stesso Ministero della Cultura descrive come un “tessuto urbano saturo”; il Maradona è nel cuore di Fuorigrotta, il Dall’Ara è inserito nella struttura urbana di Bologna, il Franchi fa parte integrante del quartiere di Campo di Marte e l’Olimpico Grande Torino convive da decenni con il tessuto residenziale di Santa Rita. Sul versante costiero gli esempi sono altrettanto evidenti: l’Arechi di Salerno è a pochi metri dal mare, il Paolo Poli di Molfetta è parte del waterfront cittadino, lo stadio di Sant’Antioco si trova sul Lungomare Amerigo Vespucci e anche Sanremo e Praia a Mare offrono esempi di impianti strettamente legati alla costa.
La semplice presenza di uno stadio dentro l’abitato o in prossimità del mare, quindi, non rende impossibile garantirne la sicurezza. Il problema non è la geografia, ma la capacità di organizzare gli eventi.
Poi ci sono quelli che vanno oltre e indicano perfino la soluzione già confezionata: un PPP, un project financing, un privato che realizza il nuovo stadio altrove e recupera il proprio investimento attraverso la valorizzazione dell’area dell’attuale Miramare. Presentata così sembra una formula magica, ma una città non si governa con il Monopoli. Il Miramare occupa uno dei luoghi più preziosi e strategici di Manfredonia e, se un giorno dovesse essere trasferito, non può essere il bisogno economico del privato a stabilire cosa dovrà sorgere su quell’area. Prima viene la città, prima viene il progetto urbanistico, prima viene la decisione su quali servizi, quali spazi pubblici, quale verde e quali funzioni debbano essere garantiti. Solo dopo si sceglie lo strumento finanziario più adatto.
Altrimenti il rischio è evidente: trasformare il tema del nuovo stadio nel cavallo di Troia di una gigantesca operazione immobiliare sul fronte mare.
Eppure un’occasione straordinaria per ragionare davvero in grande l’abbiamo avuta e si chiamava PNRR. Quella poteva essere la stagione per immaginare una trasformazione radicale della città, mettendo insieme nuovo stadio, riqualificazione del Miramare, waterfront, mobilità, servizi, verde e impianti sportivi. Una visione capace di cambiare Manfredonia per i prossimi cinquant’anni. Siamo invece stati capaci di elaborare soprattutto interventi più semplici e frammentati: asili, ristrutturazioni, singoli impianti, edifici pubblici. Opere certamente utili, ma senza quella forza trasformativa che una stagione irripetibile di finanziamenti avrebbe potuto consentire.
Nell’attesa di nuove risorse pubbliche, bisognerebbe avviare una progettazione partecipata sul futuro dell’area, mettendo al centro l’interesse pubblico e la riqualificazione urbana, e parallelamente progettare un nuovo stadio moderno e modulare nell’area Scaloria, così da farsi trovare pronti quando si apriranno nuove opportunità di finanziamento.
E visto che in città abbondano anche dissociati e smemorati, è opportuno ricordare una cosa elementare: lo stadio Miramare è stato realizzato negli anni Trenta. Io sono nato nel 1969. Non credo servano particolari competenze storiche per comprendere che non sono stato io a decidere dove costruirlo.
Quando, nei primi anni Duemila, si dovette scegliere come intervenire sull’impianto, la situazione della città era completamente diversa. Tra il 2000 e il 2005 furono investite risorse enormi nelle opere pubbliche, in una fase nella quale Manfredonia mancava ancora di infrastrutture essenziali e doveva recuperare decine di opere incomplete. Bisognava realizzare asili, scuole, strade, viali e servizi e, nello stesso tempo, chiudere cantieri abbandonati da anni e restituire alla comunità strutture rimaste incompiute. La costruzione di un nuovo stadio, in quel contesto, non era finanziariamente compatibile con le priorità esistenti e si scelse quindi di adeguare il Miramare, mentre parallelamente venivano affidati incarichi e studi per ragionare sulla futura cittadella dello sport e sul recupero dell’area Scaloria.
Quella scelta trasformò quello che era poco più di un pollaio in uno stadio moderno e adeguato alle esigenze della squadra. Il Miramare divenne anche un impianto pionieristico nell’utilizzo dell’erba sintetica, in un momento in cui in Italia questa tecnologia era ancora agli inizi, e accompagnò il Manfredonia nella sua crescita fino ai campionati professionistici.
Quanto accaduto domenica conferma, semmai, che la sicurezza non si misura con la quantità di ferro collocata attorno al Miramare, ma con la capacità di prevenire il rischio e impedire che gruppi contrapposti arrivino al contatto.
Il Miramare è lì da quasi un secolo, ha attraversato campionati professionistici, grandi partite, giornate con migliaia di spettatori e trasferte ben più consistenti di quella di domenica.
Intorno a esso la città è cresciuta e il rapporto con il mare è sempre stato parte della sua identità. Per questo è difficile accettare che oggi l’impianto venga improvvisamente rappresentato come il problema, quasi che la sua collocazione sia diventata incompatibile con la sicurezza.
Il Miramare non è diventato pericoloso perché qualcuno ha deciso di guardarlo come tale e, soprattutto, non diventerà più sicuro trasformando Manfredonia in un circo per domatori di leoni. Se qualcosa deve cambiare, deve cambiare nella qualità della prevenzione, della programmazione e della gestione dell’ordine pubblico, non nella quantità di barriere da aggiungere a quelle che già esistono.
Angelo Riccardi


