Chi l’ha visto? puntata 8/10: cosa non torna nel caso Resinovich
Nella puntata dell’8 ottobre 2025, Chi l’ha visto? è tornato sul caso Resinovich con un colpo di scena tecnico.

La puntata di Chi l’ha visto? andata in onda mercoledì 8 ottobre su Rai 3 ha preso il via con un’aria solenne, come quando un racconto s’addentra in zone d’ombra che resistono al chiarore. Federica Sciarelli ha guidato il pubblico verso un evento che da solo giustifica la serata: il sequestro della GoPro del marito di Liliana Resinovich (unico indagato per l’omicidio della donna) la cui scheda risulta però formattata e vuota. Da lì il programma ha snodato le sue storie con discrezione, alternando appelli di madri disperate e vicende di sparizioni silenziose, con l’intento di mantenere accesa l’attenzione pubblica sui casi che rischiano di cadere nel dimenticatoio. Pur restando vicina all’ottica del servizio pubblico, la puntata non ha ceduto al melodramma, ma ha puntato su nodi investigativi concreti e su testimonianze toccanti; un equilibrio che non sempre è facile da sostenere. L’obiettivo, ben percepibile, è accompagnare oltre che risolvere (come sempre ci si augura) i vari casi di scomparsa: stimolare domande che le autorità non possano ignorare.
“Chi l’ha visto?”: focus su Liliana Resinovich ma non solo…
Il momento centrale della puntata di Chi l’ha visto? andata in onda mercoledì 8 ottobre 2025 è stato il focus sul fascicolo Resinovich. È emerso che la GoPro, sequestrata in questi giorni — dopo circa quattro anni dall’inizio delle indagini — contiene una memoria apparentemente formattata e dunque priva di contenuto rilevabile. Questo elemento tecnico solleva tensioni: che cosa cercavano gli inquirenti? È possibile che qualcuno abbia cancellato i file? In studio, il fratello di Liliana non ha mascherato il proprio risentimento: ha denunciato ritardi nelle acquisizioni, ha messo in discussione alcune scelte investigative e ha definito certe mosse di Visintin “pagliacciate”. Accanto a questa trama forte, la redazione ha dato spazio ad appelli che arrivano dal dolore quotidiano: una madre ha raccontato di cercare da sola il proprio figlio in luoghi pericolosi, lamentando la mancanza di sostegno istituzionale; un’altra ha chiesto che il DNA del figlio venga inserito in banca dati per non restare impotente qualora emergessero corpi anonimi. In parallelo, la trasmissione ha ricostruito con discrezione le ultime tracce di Andrea Gentili, un 83enne scomparso dopo un pranzo: l’ultimo contatto con la moglie, un’indicazione vaga — “vedo una strada bianca” — e poi il nulla. Ha affrontato anche il caso di Nicola Paolozza, ex sindaco di un piccolo centro, scomparso dopo essersi recato a Termoli per incontrare una donna conosciuta sui social. Di lui si sono perse le tracce quasi subito, benché persista una segnalazione di un avvistamento il giorno dopo la sparizione. Ciò che colpisce, in questa puntata, è l’intreccio tra l’evento “forte” — il dispositivo formattato del caso Resinovich — e il racconto silenzioso di chi vive ogni giorno il vuoto dell’assenza. Il montaggio non insiste sulla catena dei casi, ma agisce da filtro: lascia emergere le tensioni senza elenchi dispersivi. È una scelta che rende la visione più densa, anche se richiede allo spettatore attenzione e pazienza. Tuttavia, anche una puntata ben costruita non può eludere il grande limite che affligge la materia delle sparizioni: l’incertezza persistente. Il fatto che la memoria di un dispositivo risulti vuota può essere un indizio, non una conferma; le apparenze di un caso possono ingannare. Il programma, da parte sua, sembra conscio di non poter sostituire l’azione giudiziaria, ma punta a scuotere, suggerire piste e mantenere viva una vigilanza civile. C’è da dire che la puntata di ieri ha centrato un punto cruciale: non basta raccontare, bisogna interrogare. Mantenendo un registro sobrio, ha consegnato al pubblico la sensazione che dietro ogni sparizione restino nodi attivi, che nulla sia già deciso. Prendiamo Sebastiano Visintin e la sua precitata GoPro formattata. Una “stranezza”, una “bizzarria”, ma che comunque non basta per colpevolizzare l’uomo. Ricordiamo che il signor Visintin al momento è solo indagato e nel nostro Stato di diritto si è innocenti fino al verdetto finale della Cassazione. Proprio per questo, Chi l’ha visto? non agisce come giudice, ma come catalizzatore di domande che lo Stato — le ragioni della giustizia, gli apparati investigativi — non possono ignorare. Chi l’ha visto? è una trasmissione, di approfondimento, di utilità sociale, non un tribunale. Ci si augura, tuttavia, che questa puntata non resti “bella da vedere” ma diventi una spinta per chi ha responsabilità investigative: che si acquisiscano i dati intorno alla GoPro, che si attivino verifiche incrociate e che non si tralasci nulla, nemmeno il silenzio.



