“Arrivederci Manfredonia”, storie di giovani che partono per un futuro migliore

“Una volta ho letto che la scelta di emigrare nasce dal bisogno di respirare. È così. E la speranza di una vita migliore è più forte di qualunque sentimento.” Questa bellissima frase dello scrittore Fabio Geda mi è venuta in mente mentre il baccano della scala aerea e il vocio degli operai dell’agenzia di traslochi ravvivavano una tranquilla mattina di inizio settembre.

E ho pensato a questi giovani marito e moglie che stanno lasciando Manfredonia per costruire un futuro migliore per sé e per le loro magnifiche figlie. E in ogni viaggio della scala, in ogni suo stridente andirivieni, immagino il dolore nel vedere andar giù quegli scatoloni pieni non solo di mobili, suppellettili e vestiti, ma anche e soprattutto di ricordi.
L’emigrazione è un fenomeno che dall’unità d’Italia ha interessato la nostra nazione in maniera massiccia: si parte dal Sud verso il Nord, dal Nord all’estero, dalla Puglia verso la Germania, dalla Sicilia in America, dalla Calabria nel Lazio, ecc ecc. Le combinazioni sono centinaia, come in un immenso sudoku, ma in quei numeri in partenza non c’è la freddezza di un calcolo, ma l’emozione di un pianto che in qualsiasi latitudine o periodo storico, frenato o incontrollato, immancabilmente non si riesce a nascondere.
Secondo gli ultimi dati sul bilancio demografico, nel 2017 sono stati 139 i sipontini emigrati da Manfredonia, ponendo la nostra città al 4835° posto su 7954 comuni italiani. Al di là delle cifre, ci sono i nostri amici, i nostri figli, fratelli, sorelle, zii che partono, lasciando un pezzetto di cuore a Manfredonia e tanta rabbia mista ad amarezza in chi li vede andar via. Ma anche la speranza per una vita nuova, piena di soddisfazioni.
Un Paese, l’Italia, che potrebbe essere il più bello del mondo, ma che non riesce ancora a darci quelle sicurezze a cui aspiriamo e che non ci permette di vivere del nostro lavoro nelle nostre città, lì dove siamo nati, dove ci sentiamo rassicurati dal calore dei nostri affetti, dai sorrisi delle persone a cui vogliamo bene e dalle immagini profumate di vita e d’amore dei luoghi che ci hanno visti crescere.
E la scala stridente fa su e giù, mentre il vociare degli operai si confonde con il singhiozzo dei pianti. Perché, si sa, partire è un po’ morire.
Dedico questi miei pensieri a tutti coloro che hanno dovuto lasciare la propria città portandola dentro di sé per sempre, a chi ha salutato Manfredonia con la speranza di tornarci al più presto, a Matteo e Miriam, miei carissimi vicini di casa la cui partenza in questi giorni con le loro stupende bambine mi ha dato da riflettere.
Ragazzi, sapendo che adorate Vasco, vi saluto augurandovi “una vita che se ne frega di tutto sì”, ma non spericolata, piuttosto “una vita che non è mai tardi”.
Vedrai che vita vedrai…
Maria Teresa Valente


