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Amenità sipontine: il pertugio del monaco

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Amenità sipontine.

Il pertugio del monaco

                                            di Pasquale e Giovanni Ognissanti


Ci sono delle località, dei toponimi a Manfredonia che, nonostante il passar del tempo, hanno conservato un loro fascino particolare. Uno di questi è il pertugio del monaco, “u pertus’u moneche”, una delle espressioni della Manfredonia medievale.
Una prima spiegazione del nome potrebbe essere che essendo la porticina a mare (“postierla”) più vicina al castello, nel quale vi è una torre chiamata “torre del monaco”, il toponimo potrebbe prendere nome dalla stessa torre.
Una seconda potrebbe essere quella che le scale del pertugio erano percorse dal monaco del vicino convento di S. Maria delle Grazie (“u mòneche de sanda Marije”), il quale andava a chiedere l’obolo (sempre in natura) ai pescatori, per cui il  “pertugio del monaco”.
Una terza potrebbe essere che nei giorni di tempesta, quando nel mare si formava un mulinello o una tromba marina (“u cifre”, “u ze moneche”) nei suoi pressi si provvedeva a “tagliarlo” (distruggerlo), con le invocazioni di rito, note solo a pochi iniziati.

(“Sande de tutt’i sande, venit’a qquà”)(“Santo di tutti i santi, venite qui”).
Una quarta ed ultima spiegazione potrebbe essere questa. Nel passato l’acqua del mare arrivava fin sotto le mura della città costituendo, l’attuale piazzale, la “spiaggia Diomede” appunto. Scendendo i gradini di questo “pertugio” od anche dalla balconata dello stesso (quando il mare era grosso e mosso), si aveva cura di svuotare e pulire il “càntaro”, ovvero il vaso da notte, da noi chiamato pure “ze moneche”(zio monaco), onde appunto il toponimo.

Ma il fascino della località non si esaurisce solo con il suo nome, tutt’altro; esso, nella prospettiva vista dal mare, rappresenta ancora il vecchio borgo marinaro della città, posto a ridosso del posto più sicuro per l’approdo (“u mandracchie”), con le sue case bianche, a scacchiera, con archi a tutto sesto, con il ciuffo di fichi d’India,  impresse o incavate nelle mura manfredine, e con i vecchi magazzini dei pescatori: 

“I chése vicchje d’i marenére/, ddica u fume e a nasche/ d’i pisce arrustute e ll’addor’amére/ d’i rite arrepezzéte e stupéte/ ji tutt’une pp’a rrobbe e pp’i mure…”
(Le case vecchie dei marinai,/ dove il fumo e il tanfo/ di pesce arrosto con l’amaro odore/ di reti rammendate e messe in serbo/ è tutt’uno pei muri e la roba..);
e, pertanto, il borgo è una parte di Manfredonia da salvaguardare e valorizzare.

Recentemente, nel 1995, forse inconsapevolmente, nel bucciardare gli scalini in pietra dura che, tramite il pertugio, da corso Manfredi menano su largo spiaggia Diomede, per una delle tante celebrazioni festaiole, effimere,  prive di senso, di significato e di retaggio storico-culturale,  che si fanno nella nostra comunità, si sono scolpite una stella (a cinque punte), un àncora (un semicerchio che racchiude ma non conchiude), un pesce (l’umiltà), una barca (che naviga sul mare, leggera, come una piuma) e la data. 

Quei simboli hanno dato da pensare a non pochi anziani pescatori (“vecchi antichi”, “vecchi antenati”, come si dice in gergo), perché rappresentano delle caratterizzazioni della loro gioventù. Il pertugio, infatti, non di rado è stato luogo di dispute da “cavalleria rusticana”.

Dalla balconata del pertugio del monaco, nel 1380, i sipontini osservarono, muti ed indifferenti, la battaglia che si svolgeva nel porto, tra le galee veneziane e genovesi.
Dalla stessa, a sera, si scrutava il cielo, le stelle ed il mare, per accertarsi del tempo che avrebbe fatto il mattino dopo, onde poter “far vela” (quando non ancora s’era posto il barometro presso la vicina farmacia).
Sulla spiaggia Diomede, presso la fonte (che ancor si vede, se pur malmenata), generazioni di lavandaie hanno lavato e fatto asciugare i panni (“lissije”) al sole, sui giunchi, invocando il sole:
Jisse sole sande,/ jisse tutte quande,/ jisse cucènde cucènde,/ fa ssuché tutte sta ggènde (Esci sole santo,/ esci tutto quanto,/ esci cocente cocente – scottante- / fa asciugare – i panni a- tutta sta gente).

Verso quella balconata, nei giorni di tempesta, correvano donne scarmigliate, con il lungo scialle nero (“facciulettone”), madri, mogli, figlie e sorelle, piangendo, invocando i nomi dei loro cari, ché scampassero al fortunale, cui alla copiosa iconografia degli ex voto nella chiesa della Maddalena e a S.Maria di Siponto.

(“Addica stanne, addica so’ jite/ ll’ùmmene e i fémmene zite?/…Llu sole, indr’e ffore, cchjù ne vvése/ i chése vicchie d’i marenére”)(Dove stanno, dove sono andati/ gli uomini e le donne nubili?/…Il sole, dentro e fuori, più non bacia/ le case vecchie dei marinai).

Ed in ultimo, sempre per gli anziani pescatori, quel pertugio era un’ancora di salvezza, specie la mattina presto, prima della messa dell’alba, quando inavvertitamente (e “sopra pensiero”) si passava nei pressi della chiesa di S. Matteo, stranamente aperta, illuminata, nella quale si udivano canti e litanie. Era una pura illusione? Una credenza di animi semplici? 

Certo è che le gambe prendevano lena e correvano verso il pertugio, onde scendere a mare verso la propria barca. Si è raccontato, da padre in figlio, che qualche sprovveduto vi si sia intrufolato, ma ne ha ricevuto una brutta sorpresa: nella chiesa, sedute, stavano le “anime del Purgatorio” (amici e parenti morti in mare).

in foto il quadro di Wolfgang Lettl

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Redazione

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