Ad un anno dalla scomparsa di Dino Della Torre



Avevamo ipotizzato un altro editoriale per questo numero del giornale, ma la notizia ci ha colto all’improvviso, lasciandoci inermi, increduli… se ne andato Dino Della Torre, un campione di umanità di sport, un esempio di dedizione alla sua passione, il calcio.

Come ha scritto qualche decennio fa un grande maestro del giornalismo sportivo: “i grandi campioni non dovrebbero andarsene come i comuni mortali, ma dovrebbero salire in cielo su un carro di fuoco”.

Dino ci ha lasciato come fanno i leoni della savana, se ne vanno a dormire in silenzio, in un angolo sperduto della foresta. 

Dino è stato un leone, un uomo che ha combattuto fino alla fine, ma non ha potuto far nulla dinanzi ad un calcio di rigore assegnato oltre i tempi regolamentari, oltre il recupero. 

La sua partita l’ha vinta, e ci ha lasciato con un ricordo indelebile: l’amore che ha donato a chi gli ha voluto bene.

Ora dovremmo parlare della partita, contro la Virtus Molfetta, dovremmo scrivere del problema dello Stadio con il 7 aprile che scade la proroga… ci sembra tutto banale, superfluo.

Piangiamo un amico, un grande amico, una grande persona. Dino ha rappresentato e si è impersonificato in un ruolo quello del portiere, che rappresenta l’ultimo baluardo, l’ultima barriera contro gli attacchi avversari. Dino ci ha deliziato con le sue prestazioni, quando più che quarantenne aveva parato l’impossibile e ci aveva regalato la promozione in D. 

Una vita per il calcio, dapprima come numero uno, e poi ad allenare tanti giovani che hanno capito che il mondo della sfera di cuoio è la metafora della vita con tutti i suoi paradossi.

Editoriale pubblicato su Fuoco Azzurro il 16/03/2019