Kingdom Hearts ha stufato: il trionfo del cringe
Kingdom Hearts IV arriverà nel 2027 e avrà anche una serie animata su Disney+. Ma dopo 24 anni la saga sembra sempre più schiava del cringe.

Kingdom Hearts è pronto a tornare ancora una volta, perché evidentemente 24 anni di cuori, oscurità e Keyblade non erano abbastanza. Square Enix ha confermato che Kingdom Hearts IV uscirà alla fine del 2027 su PS5, Xbox Series X|S, Nintendo Switch 2 e PC. Il trailer presentato al D23 2026 ha mostrato anche un nuovo mondo ispirato a Coco, con Miguel ed Héctor al fianco di Sora. Nel frattempo Disney ha annunciato persino una serie animata originale di Kingdom Hearts destinata a Disney Channel e Disney+. Insomma, il franchise nato nel 2002 non soltanto continua, ma sembra intenzionato a espandersi ulteriormente. Il problema è che quella che inizialmente era una folle ma affascinante contaminazione tra Disney e Square Enix è diventata una mitologia sempre più autoreferenziale. Sora, Riku, Kairi, Xehanort, Roxas, Ventus, Terra, Aqua, i Nessuno, i Maestri del Keyblade: ogni nuovo capitolo ha aggiunto nomi, identità e misteri. La complessità non è necessariamente un difetto, ma lo diventa quando per comprendere una storia sembra necessario consultare un’enciclopedia. E soprattutto quando personaggi come Topolino, Paperino e Pippo vengono immersi in una cosmologia raccontata con una solennità quasi apocalittica. È qui che Kingdom Hearts raggiunge probabilmente la propria forma definitiva: il cringe elevato a sistema narrativo.
Da favola Disney a enciclopedia del Keyblade
Il primo Kingdom Hearts partiva da un’idea assurda ma semplicissima: Sora cercava i suoi amici attraversando i mondi Disney insieme a Paperino e Pippo. La stranezza era precisamente il suo punto di forza: vedere Final Fantasy, Hercules, Aladdin e Topolino convivere nello stesso universo aveva qualcosa di genuinamente sorprendente. Poi la saga ha cominciato ad accumulare Organizzazioni, Nessuno, Heartless, repliche, Maestri, profezie, viaggi temporali, mondi paralleli e personaggi dentro altri personaggi. Titoli come Chain of Memories, 358/2 Days, Birth by Sleep, Dream Drop Distance, Union χ e Dark Road hanno trasformato la continuity in un gigantesco labirinto.
Non a caso la nuova Kingdom Hearts Collection [I-III] raccoglie numerosi capitoli della saga nel tentativo di renderne nuovamente percorribile il cammino. Il problema non è avere una trama complessa: esistono opere enormemente più complesse di Kingdom Hearts che rimangono perfettamente coerenti e comprensibili. Il problema è la sensazione che ogni spiegazione debba necessariamente generare un nuovo mistero e che ogni conclusione debba aprire un’altra porta.
Kingdom Hearts: una saga finita che non vuole finire
Persino dopo Kingdom Hearts III e la conclusione della lunga vicenda di Xehanort, fermarsi era evidentemente fuori discussione.
Adesso arriva Quadratum, una realtà dall’aspetto molto più moderno nella quale Sora tenta di ritrovare la strada verso il proprio mondo. Paperino e Pippo, nel frattempo, cercano indizi sulla sua scomparsa e persino Topolino sarà giocabile nel nuovo capitolo. E naturalmente bisogna tornare nei mondi Disney, perché Kingdom Hearts senza un’altra visita guidata nel catalogo della casa di Topolino semplicemente non sarebbe Kingdom Hearts. Il mondo di Coco può essere bellissimo da vedere, ma resta inserito dentro una cosmologia ormai talmente gonfia da rischiare di divorare continuamente le proprie idee migliori.
Come se non bastasse, Disney ha deciso di portare il franchise anche in televisione con una serie animata realizzata insieme a Tetsuya Nomura e Square Enix. Sarà una storia originale che, secondo Disney, espanderà ulteriormente l’universo narrativo della saga: proprio ciò di cui questa sterminata continuity sembrava avere bisogno. Ed è probabilmente questo il punto nel quale Kingdom Hearts diventa involontariamente comico: vuole essere sempre terribilmente importante. Ogni cuore nasconde qualcosa, ogni personaggio sembra collegato a qualcun altro, ogni cattivo appartiene a un disegno superiore e ogni porta conduce verso un’altra rivelazione.
Sora: le sue tiritere su cuore, luce, oscurità e amicizia hanno scocciato
Topolino può impugnare un Keyblade, Paperino può discutere delle sorti dell’universo e Sora può pronunciare l’ennesimo discorso sulla luce, l’oscurità e l’amicizia con assoluta serietà. Non è la componente infantile a rendere tutto questo cringe, perché una storia per ragazzi può essere profonda senza alcuna contraddizione. È lo scarto tra la semplicità degli elementi rappresentati e l’enorme gravità metafisica che la sceneggiatura pretende continuamente di attribuire loro. Dopo 24 anni, quindi, forse il vero mistero di Kingdom Hearts non è più cosa si nasconda dietro l’ennesima porta: è quanto ancora possa complicarsi prima che persino Sora abbia bisogno di una wiki per capire la propria storia.

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