Manfredonia Ricordi. I “Sparapiz” e l’arte dei fuochi: La dinastia dei Gelsomino, cent’anni di stelle e tragedie nel cielo del Golfo

Manfredonia Ricordi. I “Sparapiz” e l’arte dei fuochi: La dinastia dei Gelsomino, cent’anni di stelle e tragedie nel cielo del Golfo
MANFREDONIA – C’è un profumo che a Manfredonia segna da sempre l’inizio di ogni grande festa: è l’odore della polvere da sparo che si fonde con la brezza del mare. Dietro la magia delle luci e dei botti che per oltre un secolo hanno illuminato la costa sipontina si cela la storia di una famiglia che ha trasformato la pirotecnica in un’arte generazionale: la dinastia Gelsomino, conosciuta e affettuosamente ribattezzata in città come gli “Sparapiz”.
Le radici nell’Ottocento: Daniele Gelsomino e i fratelli Le origini di questa straordinaria tradizione affondano nella seconda metà dell’Ottocento. La ditta nacque infatti intorno al 1890 grazie all’iniziativa di Daniele Gelsomino e di due suoi fratelli, legando fin da subito la propria arte al tessuto sociale della città. La loro abitazione fu per decenni il vero e proprio fulcro del folklore locale: la tradizione vuole che il Carnevale di Manfredonia prendesse il via proprio da lì il 17 gennaio, nel giorno di Sant’Antonio Abate (“Sant’Andùnje, màsckere e sùne”), tra squilli di tromba, tamburi e i primi, immancabili spari festosi.
Il doloroso tributo di sangue: i disastri del laboratorio Quello del pirotecnico è un mestiere di pura bellezza, ma segnato da gravissimi pericoli. La memoria storica della famiglia Gelsomino e dell’intera città porta il segno di immani tragedie che ne hanno messo a dura prova il prosieguo.

La tragedia di contrada Castellana (20 Agosto 1902) A testimonianza della prima, terribile immane tragedia avvenuta il 20 Agosto 1902, restano le parole e le cronache d’epoca pubblicate dal Corriere Sipontino:
“CORRIERE SIPONTINO Ecatombe! – Mercoledì scorso, 20 volgente, verso le ore 17, nel laboratorio dei noti pirotecnici fratelli Gelsomino, sito in contrada Castellana, oltre due chilometri dall’abitato, avvenne un immane disastro che immerse nella costernazione la città intera. A quell’ora tutta la famiglia Gelsomino, cioè i fratelli Antonio, Raffaele ed Elia, e Raffaele e Giovanni, entrambi figli di Antonio, erano intenti a preparare i fuochi pirotecnici che la sera seguente, 21, dovevano sparare in San Marco in Lamis per le feste di Sant’Antonio di Padova. Mentre attendevano al lavoro un petardo esplose fra le mani di Antonio, e diede immediatamente fuoco a tutte le altre bombe, a tutt’i razzi, cerchioni, petardi che ivi si trovavano. La copertina del fabbricato saltò in aria e si sviluppò un incendio orribile. Elia, prossimo alla porta, poté salvarsi, riportando leggere ustioni, mentre il primo dei due Raffaele riportava, per successivi spari di petardi, frattura comminutiva della gamba destra, ed il secondo sfacelo della regione ipotenare della mano sinistra con gravi ustioni e ferite sul petto. Antonio e Giovanni, suo figlio minore, avvolti dalle fiamme, rimasero asfissiati e poi sepolti dalle macerie. Mentre Elia correva in preda al delirio verso Manfredonia, accorsero sul luogo gli operai Nobili Michele, d’Ambrosio Nicola e Rucci Beniamino, i quali, con coraggio ed abnegazione non comuni, apprestarono i primi, ma pur troppo vani, soccorsi ai due Raffaele. Poi si precipitarono tra le fiamme e le macerie, abbatterono un muro, e con pericolo della vita, cercarono di aiutare i due infelici ivi sepolti.
Eroismo inutile! Padre e figlio erano completamente carbonizzati. Orribilmente mutilati degli arti inferiori e superiori, vennero estratti a pezzi dalle macerie. Al primo annunzio del disastro accorsero sopra luogo l’Assessore Cav. Santovito, il consigliere Galli, il segretario Fusilli, il Maresciallo dei RR. CC. con militi e guardie di Finanza, il Medico Provinciale Cav. Centonze, il Commissario Prefettizio dott. Cardone, il dott. Cav. de Santis e il dott. Simone, i quali, dopo aver prestato le prime cure ai feriti, con amorosa sollecitudine fecero rimuovere i resti delle vittime ed adagiarli su barelle improvvisate. Tutti, pur commossi a quell’orrenda scena di dolore, spiegarono il massimo zelo e le più affettuose cure; ma purtroppo neanche ai feriti poterono procedere ad immediato atto operativo. Lo stato di questi era troppo grave, talché il Raffaele fu Giovanni morì il mattino successivo, tra gli spasimi più atroci, e Raffaele fu Antonio morì la notte successiva. Il solo Elia guarirà fra qualche giorno. E così è distrutta un’intera famiglia di artefici geniali e intelligenti, che riportando i maggiori premi, e non poche medaglie d’oro e d’argento in tutt’i concorsi, onorarono se stessi e la terra che li vide nascere”.
Il secondo drammatico incidente: la perdita di Daniele (16 agosto 1932) Il destino tornò a colpire duramente la famiglia qualche anno più tardi. Il 16 agosto 1932, lo stesso fondatore e capostipite Daniele Gelsomino perse tragicamente la vita in un altro incidente del tutto analogo, avvenuto durante le fasi di preparazione dei fuochi d’artificio. Un secondo colpo durissimo che portò via l’artificiere premiato e stimato in tutta la provincia, gettando nuovamente la città nello sconforto.
Il ricordo del “Palio delle Batterie” Nonostante i gravi lutti, la passione e la maestria dei Gelsomino non si spensero. Negli anni ’50 e ’60, la ditta continuò ad accompagnare la devozione popolare durante le solenni processioni cittadine. Al passaggio del Sacro Quadro della Vergine Maria lungo le vie del centro storico, ogni rione organizzava in suo onore una “batteria” di fuochi a terra. Nasceva così un festoso “Palio delle batterie” tra i quartieri. Nei giorni precedenti la festa si organizzavano collette tra i residenti per ingaggiare la premiata ditta di Ciro Gelsomino e fratelli. Il corteo dei fedeli si fermava lungo tappe storiche per assistere agli spettacoli: da Piazza Duomo fino a Cala dello Spuntone, Largo dei Celestini, la Villa Comunale, la Torre dell’Astrologo e Via Principe Umberto.
Dagli anni d’oro alla chiusura negli anni ’80 Con il passare delle generazioni, l’eredità fu portata avanti dal figlio primogenito Ciro Gelsomino e dai suoi fratelli Giuseppe, Antonio e Michele Arcangelo. Adattandosi alle continue evoluzioni normative e tecnologiche in materia di sicurezza, l’azienda familiare si è confermata per decenni un caposaldo dell’artigianato pirotecnico garganico. Il lungo percorso di questa dinastia si è concluso definitivamente nei primi anni ’80 per mano di Michele Arcangelo Gelsomino, che ha tirato le somme di una storia d’impresa ultracentenaria: una parabola iniziata attorno al 1890 con Daniele e i suoi fratelli e portata a termine dopo un secolo esatto di arte, profonda devozione, drammatici sacrifici e indimenticabili luci sul Golfo di Manfredonia.
Nella prima foto Daniele Gelsomino Nella seconda foto i “Sparapiz” da sinistra Ciro Gelsomino, e i fratelli Giuseppe, Antonio e Michele Arcangelo Foto restaurate con tecniche moderne gentilmente concesse dalla famiglia Palmieri-Gelsomino


