Attualità Manfredonia

Gli occhi di Umberto detto Robin, il silenzio di un padre

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Gli occhi di Umberto detto Robin, il silenzio di un padre

Ci sono emozioni che arrivano senza preavviso. Non ti lasciano il tempo di prepararti, di trovare una parola, nemmeno di capire dove faccia male. Un istante prima stai guardando qualcosa; un istante dopo, ciò che guardavi ti è entrato dentro e ha raggiunto un punto di te che non sapevi così indifeso. E le lacrime cominciano a scendere, semplicemente, mentre tu sei ancora lì a cercare di comprendere che cosa ti abbia attraversato.

Mi è accaduto ieri, davanti agli occhi di Umberto detto Robin.
Avevo visto diverse volte, in questi giorni, il murale prendere forma. Mi ero fermato a osservare quel volto che, poco alla volta, emergeva sulla parete per volontà del comitato SCAMU, i «Protettori dei sogni». Volevano ricordare il loro eroe, un eroe di tutti: Umberto, andato via troppo presto. E già nel vederlo apparire c’era qualcosa che commuoveva: una comunità intenta a fare spazio a chi le manca, a riservargli un posto dentro le proprie giornate, dove il suo nome potesse continuare a essere pronunciato e il suo volto incontrato.

Ieri, però, volevo fermarmi davvero. Volevo apprezzare pienamente la grandezza dell’opera, osservarne i particolari, concedermi il tempo che merita la bellezza. Non ci sono riuscito. Prima che potessi soffermarmi su qualsiasi dettaglio, gli occhi di Umberto avevano già trovato i miei. Quegli occhi grandi, quello sguardo dolce e deciso, la bellezza del suo volto: tutto mi è arrivato insieme, con una forza che ho sentito nel petto. Era così presente, su quella parete, e così dolorosamente impossibile da raggiungere. Mi sono ritrovato a piangere senza aver deciso nulla, senza nemmeno quel piccolo istinto di trattenermi che a volte abbiamo davanti agli altri. Le lacrime scendevano e io continuavo a guardarlo.

A pochi passi da me c’era Matteo, suo padre. Mi ha raggiunto insieme agli amici Salvatore e Tonino, detto Tonietto. E vederlo lì, accanto all’immagine di suo figlio, ha dato alla mia commozione una misura davanti alla quale mi sono sentito piccolo. Io ero stato sorpreso da un’emozione, colpito all’improvviso durante una sosta. Per lui, quegli occhi erano gli occhi di suo figlio. Dentro quello sguardo c’era una vita di cui io potevo soltanto intuire la profondità, fermandomi sulla soglia, senza pretendere di sapere.

Gli ho chiesto come facesse. Come riuscisse a dedicarsi alle mille attività di questi giorni con quell’immagine così vicina, così forte, così presente. Come si potessero trovare le energie per occuparsi di tante cose mentre, a pochi metri, il volto del proprio figlio riportava tutto all’essenziale. La domanda mi è uscita dal cuore, forse ancora prima che riuscissi a darle una forma. Cercavo di comprendere qualcosa di immensamente più grande di me.

Matteo non ha risposto. L’ho abbracciato.

Le sue lacrime hanno incontrato le mie e quelle degli amici, e siamo rimasti dentro una commozione che non aveva bisogno di essere spiegata. La domanda era ancora lì, tra noi, ma non aspettava più una frase. Non c’era nulla da chiarire, nessuna conclusione da raggiungere. C’era un padre. C’era suo figlio su quella parete. E c’eravamo noi, che per un momento potevamo soltanto essergli accanto, senza riparare niente, senza togliere niente al dolore, ma senza lasciarlo solo a sostenerne il peso.

Ho ripensato a quel nome, «Protettori dei sogni». Davanti a Matteo mi è sembrato di sentirne tutta la tenerezza e tutta la responsabilità. Perché ci sono sogni che chiedono mani capaci di costruire, altri che chiedono memoria, altri ancora che hanno bisogno di qualcuno disposto a custodirli quando chi li portava dentro non può più raccontarli. Quel murale non restituisce l’abbraccio che manca. Nessuna bellezza potrebbe farlo.

Eppure offre un luogo al bene, un punto in cui ritrovarsi, una parete davanti alla quale fermarsi e lasciare che Umberto torni a essere parte di un incontro, di una parola, persino di un silenzio condiviso.

Non so come faccia Matteo. Non lo so adesso più di quanto lo sapessi prima di avvicinarmi a lui. E non voglio mettere parole dove lui ha lasciato le lacrime. So, però, che porterò con me quel momento: la domanda rimasta sospesa, l’abbraccio, gli amici vicini, la dolcezza e la forza di quegli occhi.

Ieri mi ero fermato per guardare un murale. Poi è arrivato Matteo, abbiamo pianto insieme e, per qualche istante, nessuno di noi era più soltanto davanti a un’immagine.

Eravamo intorno ad Umberto.

Angelo Riccardi