Manfredonia Ricordi: “L’equivoco del Rianista: quando un matrimonio a Manfredonia saltò per colpa dell’origano”

Manfredonia Ricordi: “L’equivoco del Rianista: quando un matrimonio a Manfredonia saltò per colpa dell’origano”
C’era una volta, nella Manfredonia della prima metà del Novecento, un codice d’onore non scritto ma rigidissimo: prima che una coppia potesse definirsi ufficialmente fidanzata, il pretendente doveva compiere il passo più difficile. Giacca buona, cappello in mano e dritto a casa del futuro suocero per presentarsi e, soprattutto, dichiarare le proprie intenzioni e i propri mezzi sussistenza.
È proprio in uno di questi salotti d’altri tempi che si è consumato uno degli equivoci più esilaranti e amari della storia popolare sipontina, un racconto tramandato di generazione in generazione che viaggia sul filo sottile tra realtà e commedia all’italiana.
“Mia figlia sposa un musicista!”
Il giovane, visibilmente emozionato, si siede al cospetto del severo capofamiglia. Dopo i convenevoli di rito, arriva la domanda cruciale, quella da cui dipende il futuro della coppia: “E tu, giovanotto, che mestiere fai per campare?”.
Il ragazzo, fiero, risponde senza esitare: “Faccio u rianìste”.
Al padre si illuminano gli occhi. Nella Manfredonia di una volta, “u Rjanètte” era l’armonica a bocca, uno degli strumenti musicali più amati e diffusi, capace di allietare le feste e portare un pizzico di allegria nelle case. Sentendo la parola rianìste, il futuro suocero fa subito l’associazione mentale più prestigiosa: “Che fortuna! Mia figlia si è fidanzata con un musicista, un artista!”. Il matrimonio s’ha da fare. La mano della ragazza è concessa.
Il passare dei mesi ed i dubbi del suocero
Passa il primo mese, passa il secondo. Il fidanzamento procede, ma il futuro suocero inizia a notare qualcosa di strano. Il giovane genero passa le giornate al bar, passeggia per il corso, o ozia serenamente. Di andare a lavorare non se ne parla proprio, e di strumenti musicali in casa non se ne vede nemmeno l’ombra.
Un bel giorno, non uscendo più contenere il dubbio, il padre affronta il ragazzo: “Scusami, eh… ma tu quando vai a lavorare? Quando suoni?”.
Il giovane lo guarda quasi stupito da tanta ingenuità e, con estrema schiettezza, risponde: “Ma papà, mica adesso è il tempo dell’origano?!”.
L’amara scoperta: l’arte contro la terra
In quel preciso istante, il castello di carte del suocero crolla miseramente. A Manfredonia, l’origano selvatico si chiama “rìnje” oppure “a rìnje”.
Di conseguenza, nel dialetto locale, “u rianìste” non era affatto il suonatore di armonica, bensì il raccoglitore di origano.
Un mestiere durissimo, fatto di fatiche sul Gargano roccioso sotto il sole cocente, ma soprattutto un mestiere strettamente stagionale. La raccolta avveniva solo in estate, nei mesi di fioritura della pianta. Per il resto dell’anno? Il nulla.
La reazione del padre fu immediata e fumantina. Davanti alla prospettiva di una figlia sposata a un uomo che lavorava un mese all’anno, il futuro suocero perse le staffe, lo mandò a quel paese e mandò all’aria il fidanzamento: “E tu vorresti mantenere una famiglia un solo mese all’anno con l’origano?!”.
Un patrimonio di saggezza popolare
Se questa storia sia un fatto realmente accaduto o una fulminante barzelletta d’epoca inventata per ironizzare sulla fame e sulla precarietà di quei tempi, poco importa. Questo aneddoto, che molti dei nostri nonni e padri raccontavano, resta una perla di inestimabile valore. Ci racconta la Manfredonia che fu: una terra dove la lingua dialettale creava mondi, dove un equivoco fonetico poteva trasformare un bracciante in un artista, e dove la fame aguzzava l’ingegno (e l’ironia) per ridere delle proprie miserie.
Foto creata con AI
Manfredonia Ricordi


