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Manfredonia. Onorare la tradizione: symbolon o kitsch? Sui due monumenti proposti per l’Archidioecesis Sipontina

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Manfredonia. Onorare la tradizione: symbolon o kitsch? Sui due monumenti proposti per l’Archidioecesis Sipontina

MANFREDONIA – Una conversazione recente con un caro amico, suscitata da un’intervista su Il Sipontino, ha portato a fuoco una questione che il dibattito, sui due monumenti proposti dall’ingegner De Meo, sta mancando. La discussione si è polarizzata fra una corrente favorevole all’opera e una critica di registro laicista. Entrambi i campi condividono però una premessa implicita: che la questione si giochi sul piano «fede sì, fede no». La premessa è sbagliata, e finché regge tale sarà anche la discussione.

La questione vera è di adeguatezza simbolica, e per metterla a fuoco serve uno strumento concettuale che il dibattito locale non ha ancora chiamato in causa. La psicologia analitica novecentesca, in particolare le conferenze Terry tenute da Jung a Yale nel 1937 e pubblicate l’anno successivo come Psychology and Religion, ha distinto con precisione il segno dal symbolon. Il primo è univoco, dispensabile, decodificabile in chiave concettuale; il secondo, dal greco συμβάλλω, «gettare insieme», nasce dalla tessera spezzata di riconoscimento, e funziona soltanto se mantiene il proprio spessore eccedente la presa razionale. Rudolf Otto, in Das Heilige del 1917, lo chiamava numen: la realtà che si fa sentire al margine della concettualizzazione. Il symbolon lavora la psiche, il segno la rassicura. La differenza non è marginale; è ciò che separa una tradizione cultuale da una sua versione decorativa.

Il sistema cultuale di Siponto e del Gargano è tradizione, non decorazione, ed è tradizione precisa, articolata, riconoscibile. Almeno tre nodi la tengono insieme, attorno a una sola figura. Il primo nodo è Lorenzo Maiorano, vescovo di Siponto nato a Costantinopoli intorno al 440 e morto a Siponto il 7 febbraio 545, dies natalis che ne fissa la festa patronale. La tradizione lo vuole inviato dalla gens sipontina presso l’imperatore Zenone, nesso fra Oriente bizantino e Mezzogiorno latino. Il secondo nodo è la grotta di Monte Sant’Angelo, una delle sette componenti del bene UNESCO «I Longobardi in Italia. I luoghi del potere (568-774 d.C.)», iscritto nel 2011, cui la tradizione attribuisce le tre apparizioni dell’arcangelo Michele del 490, del 492 e del 493 proprio a Lorenzo Maiorano. La tradizione registra inoltre una quarta apparizione, all’alba del 22 settembre 1656, all’arcivescovo lucchese di Manfredonia Alfonso Puccinelli durante l’epidemia di peste: segno che il nodo micaelico non è fossile del V secolo ma stratificazione viva, capace di riarticolarsi nei tempi di crisi. Il terzo nodo è mariano-bizantino, ed è esso stesso duplice: da un lato l’icona della Madonna di Siponto, di tradizione orientale, dall’altro la statua lignea policroma in legno di carrubo, del tipo iconografico Theotokos, datata al VI secolo, nota anche come «Madonna dagli occhi sbarrati», entrambe storicamente venerate nella basilica di Santa Maria Maggiore di Siponto e oggi custodite, per ragioni di sicurezza, nella cattedrale di Manfredonia. La basilica, che la tradizione attribuisce a Lorenzo Maiorano come istituzione del VI secolo e che venne consacrata nella forma romanica attuale nel 1117 da papa Pasquale II, si lega per via storica all’abbazia di San Leonardo in Lama Volara, fondata dai Canonici Regolari di Sant’Agostino all’inizio del XII secolo come domus hospitalis per i pellegrini diretti al santuario micaelico, e nel 1261 assegnata da papa Alessandro IV all’Ordine Teutonico, che ne fece il centro delle proprie attività in Puglia. Una sola figura, tre nodi: vescovile-dottrinario, micaelico-arcangelico, mariano-bizantino. Il sistema è mariano-arcangelico-vescovile, non cristologico-monumentale.

Questo dato cambia il modo in cui si guardano i due progetti dell’ingegner De Meo. Il Cristo del Gargano, statua alta ventidue metri prevista sul Belvedere di frazione Montagna a 550 metri di quota dentro il Parco Nazionale del Gargano, dichiara apertamente il proprio modello iconografico: il Cristo Redentore di Rio (Heitor da Silva Costa, 1931) e il Cristo di Maratea (Bruno Innocenti, 1965). Sono iconografie importate. Non esprimono la tradizione cultuale garganica; le si sovrappongono. La pretesa di rappresentare il sedimento spirituale del territorio attraverso un’iconografia che gli è estranea è già, prima di ogni considerazione estetica, una mossa di sostituzione, non di onoranza. L’arcangelo del Gargano, nelle iconografie sue proprie, regge la spada e pesa le anime: è figura della separazione, non del benevolo abbraccio. Sostituirgli un Cristo monumentale di derivazione sudamericana e lucana vuol dire scambiare il symbolon con il segno, l’archetipo della soglia con la statua della rassicurazione.

Tutto questo trova un nome preciso nella critica novecentesca. Hermann Broch, in Bemerkungen zum Problem des Kitsches, conferenza tenuta a Yale nell’inverno 1950-1951 e pubblicata postuma nel 1955, definisce il kitsch non come arte fatta male ma come sistema di valori parassitario: sostituisce al «fare bene l’opera» il «fare bene il sentimentale». Clement Greenberg, nel suo Avant-Garde and Kitsch del 1939, lo isola come surrogato culturale generato dall’industrializzazione. Milan Kundera, in L’insostenibile leggerezza dell’essere, ne dà la formulazione più tagliente: il kitsch è la negazione sistematica, sotto specie di edificazione estetica, di tutto ciò che nell’esistenza è scandaloso, irriducibile, inaccettabile. Il kitsch religioso non è quindi accidente estetico; è la trasformazione sistematica del simbolo in segno rassicurante. L’arcangelo che separa diventa l’angelo che protegge sorridendo al turista. La tradizione, che era densità, diventa quincaillerie.

Conviene chiarire un punto, perché la critica al kitsch non equivale alla critica della dimensione spirituale nello spazio pubblico. Una polis sterilmente laica, ripulita di ogni sacro, non è mai esistita: Fustel de Coulanges nella Cité antique del 1864, Aristotele nella Politica (libro VII), Tocqueville nella Democrazia in America hanno mostrato, da angolature diverse, che il sacro è componente costitutiva della città politica, non sua escrescenza patologica. La via stretta passa fra due fossati simmetrici: l’integralismo, che impone il sacro come dispositivo di disciplinamento, e il laicismo procedurale, che lo amputa e ne genera, per compensazione, surrogati spesso peggiori. La dimensione spirituale autenticamente vissuta, non integralista e non impositiva, è precondizione e non antagonista dell’elevazione civile. Il problema dei due monumenti non è che siano religiosi; è che sono troppo poco religiosi, troppo poco fedeli alla densità della tradizione che pretendono di onorare.

Lo conferma una dichiarazione del progettista stesso. La buona fede dell’ingegner De Meo non è in discussione, e il suo contributo al dibattito civico sipontino resta prezioso a prescindere dalle obiezioni che qui si muovono: i rilievi che seguono riguardano il dispositivo, non la persona. Nella presentazione dell’Angelo della scogliera del 9 maggio scorso, l’ingegner De Meo ha esplicitato che gli incassi prodotti dal Cristo del Gargano serviranno a finanziare le opere successive. I due progetti formano un sistema produttivo seriale: il primo finanzia il secondo. È l’enunciazione, da parte dell’ideatore, della logica industriale-turistica del dispositivo. L’asse San Giovanni Rotondo, con il dispositivo turistico-religioso sproporzionato che vi si è costruito attorno al culto di Padre Pio, è il modello già operante; Cristo del Gargano e Angelo della scogliera ne completerebbero la sequenza, riscrivendo l’intera costa garganica come catena di valore turistico-religiosa. È l’esatto rovescio della spiritualità autentica che dichiarano di celebrare.

Una nota, di passaggio. Il dibattito pubblico si nutre della parresía, che la tradizione greca chiamava il dire-il-vero del cittadino che mette se stesso in gioco nel discorso, e che Michel Foucault, nei corsi al Collège de France fra il 1982 e il 1984, ha restituito come pratica civica fondamentale. Un intervento firmato col proprio nome ha uno statuto diverso da un intervento firmato con pseudonimo, perché il parlare apertamente è componente della cittadinanza, non solo del discorso. Lo si dice una volta sola, e si passa oltre.

Resta la questione propositiva, perché la critica senza proposta è gesto sterile. Il sistema cultuale sipontino-garganico è già articolato nei suoi monumenti viventi: cattedrale di San Lorenzo Maiorano a Manfredonia, basilica di Santa Maria Maggiore di Siponto, santuario rupestre di San Michele a Monte Sant’Angelo, abbazia di Santa Maria di Pulsano (ricostituita e attiva), abbazia di San Leonardo in Lama Volara. Il caso di quest’ultima, dove dal 2014 è in corso un programma di restauro e di rivitalizzazione affidato a una comunità religiosa che ne cura la fruizione spirituale, dimostra che vivificare la tradizione attraverso ciò che già esiste non è utopia: è scelta culturale e politica che l’arcidiocesi sipontina ha già praticato, e ha praticato bene. Sulla stessa via attende ancora il medesimo gesto il nodo monastico femminile della congregazione pulsanese: il complesso di San Barnaba Apostolo, posto a metà strada fra Monte Sant’Angelo e l’abbazia di Pulsano, sede del ramo femminile della congregazione fondata nel 1129 da Giovanni da Matera, oggi rudere di proprietà pubblica. Secondo la tradizione obituaria della congregazione, era il monastero «prediletto» dell’abate, dimora della Beata Torra, ricordata come Torra, mater omnium pulsanensium monachorum. Restituirgli una funzione contemplativa o culturale, riconnetterlo all’abbazia di Pulsano e ai cammini di pellegrinaggio, sarebbe completamento naturale del percorso già aperto a San Leonardo.

L’impegno dell’arcidiocesi e degli enti pubblici, peraltro, va richiesto su un piano che eccede quello strettamente spirituale ma che alla dimensione spirituale è funzionale. La basilica di Santa Maria Maggiore di Siponto e l’abbazia di San Leonardo in Lama Volara, entrambe nodi documentati del sistema cultuale e mete crescenti di un turismo culturale interessato, condividono oggi una fragilità logistica che è il rovescio della loro densità simbolica: parcheggi non commisurati al valore storico-architettonico dei siti, segnaletica carente, servizi essenziali alla fruizione assenti o intermittenti. La cura dell’esistente passa anche di qui. Pretendere di erigere nuovi colossi turistici lasciando senza una logistica adeguata la basilica romanica più importante della Capitanata e l’abbazia teutonica più significativa del Mezzogiorno sarebbe inversione di priorità che dichiarerebbe, di fatto, indifferenza per il patrimonio reale.

Il nodo, in altri termini, è sempre lo stesso: concentrarsi sull’esistente, che è già immenso, e non fantasticare sul kitsch.

La vera scelta che si offre alla Chiesa sipontina e al Gargano tutto non è fra monumenti nuovi e nessun monumento. È fra monumenti che fingono e monumenti che vivono.

Francesco Salvemini

tenuta santa lucia