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Dalle Dolomiti Bellunesi al Gargano: la storia di Bedin che da otto mesi attraversa l’Italia senza soldi

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Dal bivacco Bedin sulle Dolomiti fino al Gargano. È il tragitto percorso fino ad oggi da Bedin, un ragazzo di 23 anni originario di Siena che da otto mesi vive in cammino, insieme al suo zaino da circa venti chili e a una bandiera tricolore che raccoglie le firme e le dediche delle persone che incontra lungo il cammino. È partito dalle Dolomiti bellunesi, proprio dal bivacco che porta il suo nome. Da lì ha iniziato a scendere attraverso la penisola a piedi e in autostop, affidandosi completamente alla gentilezza e all’ospitalità di sconosciuti.  Nelle ultime settimane il suo viaggio lo ha portato sul Gargano, tra Monte Sant’Angelo e Vieste, dove si è fermato per qualche giorno. In questi posti ha riscontrato una presenza concreta, viva, tangibile, fatta di attenzione e cura verso il territorio di appartenenza, che ha arricchito ulteriormente la sua esperienza.

Viandante è la parola che sceglie per definirsi e per presentarsi a chi non lo conosce, una parola che ha imparato da poco e che sente più vicina al suo modo di vivere il viaggio: rompere confini mentali, oltre che geografici, attraversare i luoghi e lasciarsi attraversare da essi, instaurare una connessione intima e profonda con le persone che incontra lungo il suo cammino, lasciarsi permeare dalla loro cultura, dalle storie che ascolta, che dentro di lui si sedimentano, ridefinendo di volta in volta il suo sguardo sul mondo.

Per comprendere come nasce questo viaggio bisogna tornare indietro, prima della partenza, prima ancora che l’idea prendesse forma. 

Bedin è sempre stato attratto da ciò che è lontano: mondi remoti, paesaggi mozzafiato, montagne silenziose e imponenti, ma più di tutto lo affascinavano le tribù, le comunità, i modi diversi con cui gli esseri umani abitano la realtà e le danno significato. 

Da quella fascinazione nasce una riflessione semplice ma radicale: se esistono visioni così diverse del mondo, allora non può esistere un solo modo giusto di viverlo. Quella curiosità, col tempo, si trasforma in un’urgenza. 

Dopo il liceo segue un percorso che sembra già scritto: si iscrive a Ingegneria gestionale, più per una spinta sociale e familiare che per una scelta personale. I genitori immaginano per lui un futuro lineare, fatto di stabilità e certezze. Lui stesso riconosce di aver dovuto “allenare” i genitori alla sua visione, ma nel tempo, racconta anche di aver trovato comprensione da parte loro. 

È una direzione che non sente di appartenergli. In due anni dà pochi esami, si sente distante da sé stesso e matura la decisione di lasciare l’università e il lavoro da cameriere. 

Nell’agosto del 2024, nel giro di pochi giorni, si ritrova senza punti di riferimento ed è in questa circostanza che emerge la domanda più scomoda: cosa voglio davvero? La risposta era sempre stata la stessa: viaggiare. Parte con i suoi risparmi e lascia l’Italia. Fa tappa a Tenerife, dove lavora due mesi come volontario in una farm. Poi si sposta in Marocco, dove insegna italiano a ragazzi che sognano l’Italia senza neppure conoscerla. In quell’esperienza finisce per ripercorrere, attraverso le loro storie, il cammino che i suoi genitori tunisini avevano fatto per arrivare in Italia, in cerca di un futuro migliore per lui e suo fratello. Quelle vite, quei racconti, gli restituiscono qualcosa di sé che non ha vissuto direttamente, ma che riconosce come proprio, un’eredità invisibile, fatta di sacrifici, paure e speranze

Quando ritorna in Italia, il primo gennaio 2025, non ha più certezze materiali, ma ha una direzione chiara, capisce che il viaggio non deve più essere fuga. Sa che lavorerà qualche mese e che poi ripartirà. Questa volta, però, non per fuggire da una realtà che non gli somigliava, da una vita che non riconosceva più come propria, ma per costruire un futuro, una prospettiva di lavoro e, allo stesso tempo, un modo nuovo di conoscere se stesso e ciò che lo circonda.

Da lì prende forma un pensiero che orienta tutto il resto: perché andare dall’altra parte del mondo senza conoscere davvero nemmeno il proprio Paese? Così decide di attraversare l’Italia, dalle Dolomiti fino alla Sicilia. Inizia a cercare sentieri, immagini e percorsi, e i suoi social si riempiono quasi solo di quello: rifugi, creste e bivacchi. Finché si imbatte in un video, I cinque bivacchi più belli delle Dolomiti. L’ultimo è il bivacco che porta il suo nome, il bivacco Bedin. Qualcosa si ferma. Perché Bedin aveva già deciso che sarebbe partito da quelle montagne, e trovarsi davanti quel nome gli sembra una coincidenza troppo forte per essere ignorata. “Non dovevo decidere altro”, racconta, “Dovevo solo andare.” Come se quel viaggio esistesse già prima ancora di essere immaginato.                    

L’idea di partire senza soldi nasce quasi per caso, guardando i video di due ragazzi olandesi che hanno attraversato i sette continenti affidandosi completamente alle persone che incontravano lungo il viaggio. Loro, racconta Bedin, compravano biscotti nei supermercati e li rivendevano in piazza riportando la propria storia. Con quei soldi riuscivano a pagarsi spostamenti, voli e il necessario per proseguire il viaggio. 

A restargli dentro, però, è un altro dettaglio: il tratto attraversato in autostop tra l’Egitto e gli Emirati Arabi, in mezzo al deserto. Lì, racconta, le persone non parlavano la stessa lingua, eppure riuscivano a comprendersi. In quel momento l’idea si definisce e Bedin intuisce che questo modo di viaggiare gli avrebbe dato la possibilità di entrare in relazione con le persone e conoscere i luoghi attraverso chi li abita. Viaggiando senza soldi non aveva altra scelta che chiedere aiuto e rimettersi alla disponibilità degli altri.

Quando parte, nel settembre 2025, però, è convinto che durerà poco. Due o tre mesi al massimo, si dice, poi sarebbe tornato a casa. Basta pochissimo, però, per capire che un viaggio del genere non può essere pianificato davvero. Non si può prevedere la durata di qualcosa che dipende completamente dagli incontri, dagli imprevisti, dalle connessioni che si creano strada facendo. “Dentro di me lo sapevo già”, dice, “Non potevo controllarlo.” 

Qui entra in gioco anche un altro elemento, la paura. Bedin la prova, non la rimuove né la nasconde, ma la determinazione di portare avanti il suo progetto e il desiderio di conoscere prevalgono su tutto il resto. Per lui il coraggio non è assenza di paura, ma elaborazione della paura stessa, consapevolezza rispetto a ciò che lo spaventa, che consente alla paura di essere attraversata e superata. 

Ci sono posti in cui resta appena qualche giorno e altri in cui si ferma settimane intere. Il periodo più lungo è stato di due settimane, in tre luoghi diversi. A volte per necessità pratiche – il freddo, le condizioni climatiche sfavorevoli, la stanchezza – ma spesso per qualcosa di molto più difficile da spiegare. In alcuni posti si crea una forma di equilibrio naturale, un dare e ricevere reciproco che lo fa sentire nel posto giusto. E forse, ammette, c’entra anche un bisogno personale, quello di ritrovare ogni tanto una forma di stabilità, fermarsi per rimettere ordine nei pensieri e nelle emozioni. 

La prima volta succede in Piemonte. Viene ospitato da un uomo con cui nasce subito un’intesa speciale. Si aiutano a vicenda, condividono il tempo, le giornate, le cose semplici. Poi accade di nuovo nelle Marche. È gennaio, fa freddo, c’è neve, e Bedin sente il bisogno di fermarsi un po’. A un certo punto arriva anche suo fratello a trovarlo, passa da lì con alcuni doni portati da casa, pezzi della sua vita rimasta altrove. 

Ogni tappa diventa un luogo che sente come casa e le persone che incontra diventano parte del suo viaggio. Con alcune di loro nasce una sintonia rara. Bedin racconta che la parte più difficile non è la fatica o l’incertezza, ma andarsene dalle persone. E questo accade perché con gli sconosciuti è più facile essere sinceri. Non ci sono pregiudizi, ruoli o aspettative. Bedin insiste proprio sul significato della parola: un giudizio che esiste prima ancora di conoscere davvero una persona pre-giudizio, cioè il contesto da cui viene, gli amici che frequenta, la famiglia, il passato. Elementi che condizionano inevitabilmente il modo in cui ci si racconta e si viene percepiti. Sapendo che probabilmente non ci si rivedrà più, ci si concede una sincerità assoluta, ci si apre a una libertà rara, difficile da sperimentare con chi si conosce da sempre. Non ci si perde in discorsi automatici e convenzionali, si parla di vita vera. Ed è in questa verità immediata che nascono legami intensi, proprio perché autentici. 

Nei primi tempi del viaggio Bedin avverte un debito di gentilezza come lo chiama lui. Ogni aiuto ricevuto gli sembra qualcosa da dover restituire immediatamente. Poi qualcosa cambia. Due incontri, in Friuli e in Trentino, lo mettono davanti alla stessa considerazione: “Non sei l’unico che sta ricevendo. Anche noi stiamo ricevendo da te.” Quelle parole ribaltano la sua prospettiva e Bedin inizia a comprendere il valore di quello che sta facendo, comincia a rendersi conto di ciò che, senza neppure rendersene conto, sta donando agli altri.

Bedin si sposta in autostop, che, per lui  non è solo un modo per viaggiare, ma “un’esperienza dentro l’esperienza”, una forma di fiducia reciproca. Si lascia andare a una confessione: “Per me l’autostop è un gesto intimo, non l’ho mai condiviso con nessuno fino ad ora”. C’è però anche un lato leggero, quasi adrenalinico, l’incertezza di chi si fermerà, di quando accadrà, e di dove finirà la giornata. Ci sono giorni in cui si ferma una macchina dopo pochi minuti, altri in cui nessuno si ferma per mezz’ora o più.  “Prima o poi mi prendono sempre”, dice con naturalezza. A volte, aggiunge, una macchina rallenta e poi passa oltre; altre volte, all’ultimo istante, qualcuno decide di fermarsi,  magari per curiosità, o per non portarsi un peso sulla coscienza. Una scelta compiuta in una frazione di secondo da qualcuno che non lo conosce, ma che nel momento stesso in cui accosta, dà inizio a uno scambio di fiducia che può cambiare tutto.

Quando non trova nessuno disposto a ospitarlo, dorme in tenda. A volte lo fa anche per esigenza personale, per ritagliarsi uno spazio di solitudine, in cui ricaricare le energie. Il posto più insolito in cui ha dormito, ricorda, è stato un capanno degli attrezzi a Forlì, uno spazio strettissimo ed essenziale.  Quella stessa notte, un topolino è entrato nel suo zaino e ha provato a rosicchiare il suo cibo. Situazioni così, dice, fanno semplicemente parte del gioco, non sono eccezioni, ma variabili di un percorso in cui l’adattamento diventa la normalità.

Lo stesso vale per la vita quotidiana e l’igiene personale, che riesce a curare soprattutto quando viene ospitato, ma che non trascura negli altri momenti. I denti li lava con un dentifricio naturale che porta sempre con sé, usando l’acqua della sua borraccia o di una fontanella. Per il resto del corpo si adatta con ciò che ha intorno: fontanelle, ruscelli o laghetti, usando quando è possibile il sapone biologico che porta nello zaino.

In questi otto mesi ha attraversato soprattutto il Nord e il Centro Italia, risalendo e scendendo lungo il versante adriatico. Mancano ancora cinque regioni rispetto all’itinerario previsto, tra cui le isole, che restano come una promessa sospesa, una parte di viaggio ancora da vivere. Eppure, anche così, una cosa l’ha già capita: ogni territorio ha un modo diverso di accogliere. Al Nord l’accoglienza è più discreta: le persone aiutano ma lasciano spazio. È una presenza che non invade e che preserva l’autonomia. Scendendo verso Sud, quella stessa presenza diventa più calda, intensa, immediata, una forma di vicinanza totalizzante. Nell’Italia meridionale percepisce inoltre una presenza sociale viva, una partecipazione concreta da parte delle persone nei confronti della propria terra. A Vieste e a Monte Sant’Angelo, dove si è fermato per alcuni giorni a inizio primavera, tra esperienze di coliving e coworking ha trovato spazi che diventano punti di incontro, dove le persone si fermano, si conoscono, si contaminano, piccole comunità in cui il viaggio si mescola con la realtà del posto. 

Per Bedin viaggiare non significa semplicemente visitare luoghi ma assorbirne le tensioni, viverli attraverso chi quei luoghi li subisce, li difende, li racconta dall’interno. Da questa immersione nasce una visione analitica e disincantata, in grado di trasformare il viaggio in un esperimento sociale e antropologico. Dentro questa prospettiva rientra anche la sua attenzione verso il modo in cui le istituzioni mettono in scena il cambiamento e verso il rapporto, spesso ambiguo, tra narrazione pubblica e realtà concreta. In occasione dei lavori per le Olimpiadi di Milano-Cortina, Bedin racconta di essersi trovato davanti a un paesaggio saturo di cantieri, impalcature e gru. La stessa sensazione l’ha avvertita nelle aree segnate dai terremoti. Anche lì ha incontrato territori disseminati di strutture provvisorie e cantieri. Secondo Bedin, tanto i grandi eventi quanto le ricostruzioni post-sisma finiscono per rivelare la medesima dinamica, quella di uno Stato che comunica un’apparenza operativa che non si traduce quasi mai in una trasformazione reale e tangibile. 

Accanto alla dimensione più critica se ne sviluppa un’altra altrettanto significativa, quella legata all’impatto umano che la sua storia ha sugli altri. Per Bedin, infatti, il viaggio diventa un vero e proprio dispositivo relazionale. Emblematico è il caso di Dante, padre di famiglia conosciuto durante un soggiorno in Trentino. Dopo averlo ospitato, confida di aver progressivamente smarrito fiducia nelle nuove generazioni e di aver ritrovato, attraverso quell’incontro, uno sguardo diverso sui giovani e, più in generale, sulle persone. Con il tempo, Bedin comprende come questa dinamica si riconfermi anche altrove: molte persone che seguono i suoi racconti finiscono per riconsiderare il proprio modo di guardare gli altri e il mondo. In molti casi si tratta di cambiamenti minimi, quasi impercettibili, come una forma inattesa di gentilezza, in cui lui ritrova il valore più intimo del suo cammino.

La sua esperienza viene raccontata quotidianamente anche sul suo profilo Instagram bedin.it che utilizza come un vero e proprio diario di bordo, sul pubblica incontri, tappe e frammenti del suo viaggio.

Il viaggio per Bedin non è mai soltanto con uno spostamento fisico ma è una metafora di crescita personale: “Non siamo mai ciò che eravamo ieri, e domani saremo ancora diversi”. E proprio durante la sua esperienza di viaggio che matura un distacco dalle cose materiali. Gli oggetti, spiega, smettono di avere un valore legato al possesso e acquistano senso soprattutto nello scambio, quando vengono donati o ricevuti. Lo racconta attraverso un episodio accaduto a Marina di Carrara. Ospitato da una ragazza del posto, Bedin riceve alcuni oggetti appartenuti al precedente proprietario della casa, tra i quali medaglie di campionati studenteschi degli anni cinquanta e sessanta. Le prende con sé e le rimette in circolo lungo il viaggio, regalandole alle persone che incontra. In questo semplice gesto, l’oggetto perde la propria funzione materiale e si trafigura in traccia relazionale. E il viaggio, nella sua logica più profonda, segue la stessa direzione: non consiste nell’accumulo sterile di mete, ma nella capacità di generare connessioni autentiche, in cui ciò che si riceve viene restituito sotto una forma nuova, arricchito dal passaggio attraverso l’incontro con l’altro.

In una società in cui il tempo per fermarsi, ascoltare e vivere esperienze autentiche sembra ridursi sempre di più, Bedin ha scelto un modo diverso di abitare il mondo, un’esistenza costruita sulla geografia degli incontri. In un tempo attraversato dalla sfiducia e dall’individualismo, il suo viaggio diventa un atto di resistenza. Affidarsi agli altri per un passaggio, un pasto o un posto in cui dormire significa continuare a credere in una forma di umanità che non si è più in grado di riconoscere.

In questi mesi Bedin ha imparato che il vero modo di abitare il mondo sta nella capacità di esserci gli uni per gli altri, di riconoscersi ancora prima di conoscersi e costruire una forma di fiducia reciproca. Ed è forse proprio questa la vera rivoluzione: vivere in un mondo in cui a contare non siano i soldi o ciò che possediamo ma la possibilità di incontrarsi davvero, entrare in relazione fino quasi a scambiarsi la pelle, condividere storie e pezzi di vita che ci apparterranno per sempre.

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