Storia

Un brindisi a Macchia

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UN BRINDISI A MACCHIA

Questo episodio, divertente, è accaduto realmente negli anni 50’; spesso me lo facevo raccontare da mio padre quand’ero adolescente, e mi divertivo tanto ad ascoltare facendomi, nel contempo, un sacco di risate. Tutto parte da un invito che un amico di mio padre, un certo Matteo MURGO, che suonava la fisarmonica in occasione dei matrimoni, che si festeggiavano allora in casa, e quando arrivava il Circo Equestre a Manfredonia in Largo Diomede, durante le esibizioni degli artisti circensi e degli animali, il quale, insieme a mio padre, Rodolfo SIMONE, sono stati protagonisti di un incidente, avvenuto sulla vecchia tratta Manfredonia – Macchia, nel raggiungere un’osteria per festeggiare l’acquisto di una lambretta “nuova fiammante” con un buon bicchiere di vino rosso.

La loro avventura è andata cosi:

verso l’ora di pranzo, si presentò davanti al tabacchino di mio padre, che è tuttora situato di fronte alla Chiesa Stella, l’amico Matteo MURGO, sopra ad una lambretta nuova, appena uscita dalla concessionaria, preso da uno stato di vivacità gioiosa, invitò mio padre a recarsi insieme a Macchia per festeggiare con un bicchiere di vino il ridetto acquisto.

Essendo quasi l’ora di chiusura del negozio, mio padre, pur di fare contento l’amico, si preoccupò subito, tramite un cliente che aveva appena servito, di avvisare mia madre che avrebbe ritardato di una mezz’ora circa poiché aveva un impegno, senza specificare però il vero motivo di questo suo ritardo.

Intanto, l’amico di mio padre, era ancora piazzato sulla lambretta con il motore acceso, e stava aspettando mio padre che chiudesse il tabacchino per poi salire sulla lambretta. Qui è bene precisare subito un particolare curioso; questo signore aveva una menomazione alla gamba sinistra, nel senso che aveva il ginocchio bloccato per una caduta avvenuta da ragazzo, che non gli permetteva più di poter piegare il ginocchio, per cui la gamba era tesa. Mio padre invece, era portatore di un apparecchio ortopedico alla gamba destra, poiché poliomielitico sin da piccolo, per cui per poterla piegare doveva azionare una levetta vicino alla protesi. Chiuso il tabacchino, mio padre, con una sorta di acrobazia, riesce a salire sulla lambretta. Ora immaginate la scena di queste due persone sedute sulla lambretta; mio padre con il piede destro a terra e Matteo con il piede sinistro a terra pronti per partire, quando ad un certo punto Matteo, nell’innescare la prima marcia e lasciare lentamente la frizione, fa spegnere il motore. Un grosso problema si era affacciato, perché per rimettere in moto la lambretta uno dei due doveva scendere dal motoveicolo per azionare la levetta per la messa in moto, quando fortunatamente in quel mentre stava passando di là un certo Pasqualino, una guardia municipale il quale aveva da poco terminato il servizio per raggiungere casa sua.

Mio padre, nello scorgere questa persona, chiamò a voce alta Pasqualino, il quale, sentendosi chiamare, si avvicina ai due e chiese loro cosa era successo; mio padre, come una preghiera, gli chiese di dargli una spinta, visto che stavano a pochi metri dalla discesa di via Stella, per poi prendere la velocita sufficiente per avviare il motore. Voglio mettere in evidenza un piccolo particolare di questo vigile, quelli della mia età si ricorderanno bene di questo personaggio perché aveva una grossa pancia, e nonostante tutto non si è voluto tirare indietro pur di soddisfare la loro richiesta, tanto da riuscire a spingerli fino al punto che la lambretta riuscì a mettersi in moto. E così ripartirono per raggiungere la loro meta desiderata.

Dopo aver percorso un piccolo tratto di strada di viale Miramare, salirono per la strada di Tommasino, Via dell’Arcangelo, per poi immettersi su via Tribuna e usciti fuori dal centro abitato, si trovarono così ad affrontare le prime curve della strada che porta a Macchia, curve a quei tempi strette e pericolose dove sono avvenuti anche incidenti gravi tipo la così detta “curva di Simonetti”, una curva che ha provocato alcuni incidenti stradali mortali.

Nel frattempo l’amico Matteo, nel percorrere quella strada, faceva notare a mio padre come rispondeva bene il motore in salita e come stava affrontando le prime curve, ma mio padre per tutta risposta li disse di fare attenzione e di moderare la velocita, poiché la strada era stretta e pericolosa, quando ad un certo punto nell’affrontare una curva a gomito Matteo perde il controllo della lambretta ed escono fuori strada finendo in un terreno dove alcune donne contadine stavano sugli alberi a raccogliere le olive. La cunetta situata a bordo della strada aveva provocato uno strano sbalzo che i due saltarono dalla lambretta per poi fare un volo di pochi metri ed atterrare per fortuna su un terreno appena arato. I due si trovarono atterra a poca distanza l’uno dall’altro, mentre la lambretta aveva continuato una breve corsa sbattendo violentemente contro un tronco di un albero.

Le contadine, attirate dal forte rumore e prese dallo spavento, si precipitarono subito verso di loro per soccorrerli. La scena era drammatica e nel contempo comica poiché i due stavano situati a terra uno con la gamba tesa per aria e mio padre invece, avendo l’apparecchio ortopedico aveva la gamba girata e quindi davano l’impressione di avere subito dei gravi danni agli arti inferiori. Si avvicinarono preoccupate e spaventate le contadine e li chiesero se si erano fatti male, visto, ripeto, le condizioni in cui erano situati a terra. Mio padre, con modi rassicuranti rispose loro di stare tranquille e di riprendere il loro lavoro perché avrebbero da soli provveduti a rialzarsi. Così le contadine, poco convinte, si allontanarono, e mentre stavano per riprendere il loro lavoro, volgendo lo sguardo ancora verso di loro, notarono che nel frattempo che questi si erano alzati aiutandosi l’uno con l’altro, ma nel vedere che camminavano zoppi scesero nuovamente dalle scali situate vicino agli alberi e si precipitarono da loro dicendo: “ma voi vi siete fatti male, camminate zoppi”. Rispose mio padre: No signore, state tranquille, non è stato l’incidente, noi è una vita che camminiamo zoppi. A quella risposta le contadine scoppiarono a ridere.

Il fato ha voluto che il terreno, dove erano andati a finire, il proprietario era di Manfredonia, ed abitava nella zona della Trattoria CIUMARIELLO, e quando fu informato dalle contadine dell’incidente, si recò sul posto per accertarsi di persona delle loro condizioni fisiche e cosa potesse fare per loro. Il proprietario riconosciuto mio padre e Matteo fece presente loro che non essendoci mezzi al momento per riaccompagnarli a Manfredonia dovevano aspettare lui che terminasse il suo lavoro in campana per poi riportarli al paese. Così quasi all’imbrunire, il proprietario del terreno, aiutato da altri contadini che lavoravano alle sue dipendenze, li caricarono sul Traino, a quei tempi un mezzo molto diffuso in campagna, caricando anche i prodotti agricoli raccolti e la lambretta semi-distrutta.

Arrivarono a Manfredonia la sera, e non essendoci a qui tempi mezzi di comunicazione, mia madre, disperata e molto preoccupata, era sul balcone perché non sapeva che fine avesse fatto mio padre, quando ad un tratto mio padre, malconcio, spunta dall’angolo di Corso Roma per poi raggiungere casa. (in quegli anni mio padre abitava in via Stella, in un appartamento quasi al centro della palazzina situata tra Corso Roma e Via San Lorenzo, dove all’angolo di via San Lorenzo abitava “Matteo Marados”).

                                       Cav. Michelarcangelo SIMONE

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