Re Manfredi, Elena degli Angeli e la leggenda del loro “amore disperato”

“Evviva re Manfredi, evviva il re!”. Era una domenica proprio come oggi quell’11 agosto del 1258, quando Manfredi di Svevia venne incoronato a Palermo. Sembra quasi di sentirla la folla urlante e festante acclamare il proprio re, nonostante la scomunica (la seconda) che lo rendeva un ‘diavolo’ per i guelfi ed il peggiore tra i ghibellini e che gli era giunta da Innocenzo IV per questioni di egemonia in un’epoca in cui i papi più che dalla fede erano guidati dalla cupidigia e dalla brama di potere.

Manfredi aveva appena 26 anni e sulle sue giovani spalle gravava il compito di difendere il Regno di Sicilia e gli interessi ed il nome di quella che era stata la più potente dinastia del Medio Evo. Ma tutto questo non lo spaventava.

Dal momento dell’incoronazione, per il figlio dello Stupor Mundi, com’era soprannominato Federico II, iniziò un momento d’oro, ma anche una dolorosa parabola. Il Sovrano impegnò la sua azione in una serie di opere pubbliche ed in proficui piani di politica economica; riportò la corte siciliana ai fasti federiciani attraverso la presenza di scienziati, artisti, poeti e cantori internazionali; rilanciò il porto di Siponto, abbandonato a seguito di un disastroso terremoto e fondò, accanto ad esso, la nostra città.

E… conobbe l’amore.

Quando nell’estate del 1259 si recò ad accogliere al porto di Trani Elena di Comnena, chiamata anche Elena degli Angeli, era da poco vedovo di Beatrice di Savoia. Ma non si poteva certamente dire che la morte della consorte lo avesse gettato nello sconforto. Anzi! Non era un uomo cattivo, ma le sue mire espansionistiche, come spesso accadeva ai sovrani, lo rendevano un cinico calcolatore. Morta la moglie, ciò che gli interessava era solo rafforzare il suo regno ed un matrimonio combinato era l’ideale. E se la nuova sposa non gli fosse piaciuta, per lui non era un problema: come scrisse Dante, “…biondo era e bello e di gentile aspetto”, insomma, simile ad un odierno Brad Pitt e, a leggere le storie su di lui, col sorriso da sciupafemmine di George Clooney, e non erano certamente le donne che gli mancavano.

Ma se Manfredi somigliava a Brad Pitt, Elena, la figlia del despota dell’Epiro che gli portava in dote Corfù e Durazzo, era praticamente la copia dell’epoca di Angelina Jolie, e quando, non ancora diciassettenne, si affacciò dal ponte della galea, il suo sguardo timido e dolce incrociò quello di Manfredi, il cuore le saltò nel petto. Da parte sua, anche il re di Puglia, Napoli e Sicilia rimase folgorato e messa da parte ogni etichetta, sulla banchina del porto, come raccontano le cronache dell’epoca “lu seniore Re quando scise la zita de la galera l’abbrazzao forti e la vasao”. Il giorno stesso si sposarono a Trani e festeggiarono in pompa magna nel castello lucano di Lagopesole.

Se la loro storia fosse un film, come sottofondo musicale più che una marcia nuziale, però, ci vedrei bene ‘Amore disperato’ di Nada. Per ‘quell’angelo caduto dal cielo’ che aveva incontrato ‘un ragazzo gentile’, iniziò una intensa storia d’amore coronata dall’arrivo di ben cinque figli, ma destinata purtroppo a durare poco meno di sette anni.

Nel pieno delle sanguinose lotte tra i guelfi (sostenitori del papato) ed i ghibellini (sostenitori dell’impero), nel 1266 a Benevento, abbandonato per viltà dai suoi stessi soldati, Manfredi morì combattendo con disperato valore contro gli angioini. Appresa la notizia dell’uccisione dell’amato marito mentre si trovava nel castello di Lucera, abbandonata anch’ella dai suoi sudditi che immediatamente si erano prostrati all’usurpatore francese, Elena iniziò con i suoi figli una fuga dolorosa. Prima si diresse verso Manfredonia con la speranza di riuscire da qui ad imbarcarsi per tornare nell’Epiro dalla sua famiglia. Poi, intercettata, si diresse verso Trani, credendo di avere ancora degli amici. Invece fu tradita e venduta a Carlo d’Angiò, i figli le furono strappati e fu rinchiusa prima nel castello di Trani e poi, ironia di un amaro destino, fino alla fine dei suoi giorni nel castello di Lagopesole, lo stesso dove con Manfredi e la sua famiglia aveva trascorso in quei pochi anni i suoi giorni più felici.

Il dolore, l’angoscia e la solitudine causarono la morte di Elena che non arrivò a compiere nemmeno 30 anni. Si narra che lo spirito di Elena degli Angeli non abbia mai abbandonato questo luogo, dove sarebbe ancora in attesa del ritorno dell’amato marito e dei suoi figli. Pare che al calar del sole, a volte, si riesca a vedere la sagoma di Elena che, vestita di bianco e con una lanterna in mano, nascosta dietro le tende di una della finestre del castello, rivolge lo sguardo all’orizzonte con la speranza di veder arrivare Manfredi. E si dice che lo stesso Manfredi avvolto da un mantello verde, cavalcando un cavallo bianco, si aggiri tra le campagne circostanti anch’egli alla ricerca della sua amata. Secondo la leggenda, però, i due non riuscirebbero ad incontrarsi nemmeno da spiriti, condannati ad un’eterna ricerca l’uno dell’altra.

Quell’11 agosto del 1258 segnò l’inizio dell’ascesa, ma anche della fine di Manfredi. Di quel re bellissimo, colto e valoroso, ai posteri restano i suoi scritti eruditi, i racconti delle sue eroiche imprese e la fondazione di una città, Manfredonia, a cui per sempre ha legato il suo nome. Ed intanto, sulle note di un amore disperato, nei pressi della rocca di Lagopesole alcuni continuano ad udire il rumore di zoccoli di un cavallo al galoppo mentre dall’interno del castello provengono le urla strazianti di una donna vestita di bianco.
“Lei ballerà tra le stelle accese
E scoprirà, scoprirà l’amore
L’amore disperato…”

Maria Teresa Valente




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