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Quella gara giocata nell’italianissima Zara

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Quella gara giocata nell’italianissima Zara.

Ci sono storie di cuoio e salsedine che non s’imparano sui manuali della federazione, ma si pescano nei ricordi di vecchi polmoni d’attacco, dove la memoria s’intreccia al vapore dei piroscafi e al profumo del mosto d’autunno. Prendi Michele Simone, figliolo di Bisceglie, che un giorno d’epoca incerta decise di spendere gli ultimi scampoli d’una giovinezza d’ala o di mediano con la maglia del Manfredonia.


Era il novembre del 1933, tempo di nebbie sottili sui moli e di un calcio giocato col pallone pesante, di cuoio duro che a colpirlo di testa pareva di cozzare contro un mattone. I sipontini s’imbarcarono con la borsa a tracolla per una traversata d’altri tempi: dodici ore di traghetto adriatico sul Sauro di Ancona – bastimento solido, di quelli che facevano la spola tra i porti veri del nostro mare, quando Manfredonia, Brindisi e la citata Ancona s’intendevano ad ogni colpo di sirena. La rotta puntava dritta verso Zara, terra dalmatica ed italianissima, la città del Maraschino e di quella cattedrale di San Donato che pareva ricamata dalle stesse mani dei maestri pugliesi.


Si giocava una amichevole organizzata dal grande Ferench Plemich, un fiumano-ungherese di lingua italiana, ormai residente in Puglia. L’incontro era avverso una compagine zaratina inserita allora nella II Divisione Marchigiana, l’equivalente nostrano dell’Eccellenza d’oggi. Fu gara doppia, andata e ritorno, roba da farsi venire il mal di mare e le gambe di legno. Il buon Simone, incontrato a Bisceglie sul finire del novantanove con gli occhi ancora accesi d’antico furore, della data esatta non si ricordava più bene; ricordava però nitidamente la maglia bianca con i bordi azzurri, fiera con lo scudetto cucito sul petto, e soprattutto il verdetto del campo: due zeri a zero, specchio fedele di un calcio maschio, senza fronzoli, dove la palla non entrava manco a pregare in dialetto.


Oggi che il Manfredonia taglia il traguardo dei suoi novantaquattro anni di vita e passione, questo frammento resta un gagliardetto piantato nella memoria della beneamata. In quasi quarant’anni di ricerche, carte d’archivio e polvere inghiottita, la data precisa di fondazione e lo statuto originale continuano a sfuggire come un centravanti di razza. Sappiamo soltanto che tutto ebbe inizio nel cuore del Ventennio, tra le mura del Palazzo Frattarolo, al civico 103 di Corso Roma, laddove aveva sede il Partito Nazionale Fascista.


Poco importa, in fondo, la precisione notarile dei verbali. Conta il soffio di quel mare, la scia del Sauro tra le onde d’Adriatico e quel biancoazzurro che, dal 1932 a oggi, continua a far battere i cuori sulla riva del golfo. G. O.