Perchè i giovani sono lontani dai partiti? Manca il ricambio generazionale nella politica locale

I dati ISTAT e le piazze raccontano due storie opposte: urne sempre più vuote e cortei sempre più pieni. Viaggio nella frattura tra i giovani italiani e il “Palazzo”.
C’è un’immagine che descrive l’Italia degli ultimi due anni meglio di mille analisi: da una parte le sezioni elettorali deserte, silenziose, popolate prevalentemente da teste canute; dall’altra le piazze rumorose, colorate, piene di ventenni che urlano per il clima, per la Palestina, per i diritti civili o contro il caro affitti.
Se ci fermassimo ai numeri delle ultime tornate elettorali, la diagnosi sarebbe impietosa: i giovani non sono interessati alla politica. L’astensionismo nella fascia under 35 ha toccato livelli record, con proiezioni che vedono quasi un giovane su due disertare le urne. Ma liquidare il fenomeno come “pigrizia” o “ignoranza” (il classico cliché dei bamboccioni disinteressati) non è solo sbagliato: è pericoloso. La verità è più complessa: i giovani non hanno smesso di fare politica. Hanno smesso di credere che farla attraverso i partiti serva a qualcosa.
Partiti “vuoti” e giovani in strada
Secondo gli ultimi rapporti ISTAT e Eures, la fiducia dei giovani nelle istituzioni politiche è ai minimi storici. Oltre il 90% degli under 30 dichiara di non sentirsi rappresentato dall’attuale classe dirigente.
Il motivo è strutturale: la politica italiana è percepita come una gerontocrazia. Mentre il dibattito pubblico si accende ciclicamente sulle pensioni (tema caro all’elettorato più anziano e numeroso), temi come il salario minimo, la salute mentale e l’emergenza abitativa vengono trattati come note a margine. Un ragazzo di 25 anni che lavora a partita IVA, senza ferie pagate e con un affitto che divora il 60% del suo stipendio, non vede nel Parlamento un alleato, ma un club esclusivo che non parla la sua lingua.
Le sedi dei partiti si svuotano, ma restano attivi singolarmente, la politica fluida
Se le sedi di partito si svuotano, dove sono finiti i ragazzi? Si sono spostati su quella che i sociologi chiamano “micropolitica” o attivismo singolare. A differenza delle generazioni precedenti, che aderivano a un pacchetto ideologico completo (essere “di sinistra” o “di destra” significava accettare una visione del mondo in blocco), la Gen Z è pragmatica e tematica. Si mobilitano per cause specifiche come l’emergenza Climatica: I Fridays for Future non sono una moda, sono una richiesta di sopravvivenza. Diritti Civili: La fluidità di genere, il femminismo intersezionale e l’antirazzismo sono vissuti come urgenze quotidiane, non come dibattiti accademici. Ed il Consumo Etico: Per molti giovani, scegliere cosa comprare (o boicottare) è un atto politico più potente del voto.
L’attivismo si è spostato dalla sezione di partito alla chat di Telegram e al feed di Instagram. Non esiste più un’accettazione di idea in blocco come prima “Sono di destro o di sinistra” ma un interesse sulle singole questioni a prescindere dal colore politico. Una specie di politica fluida.
L’ostacolo tecnico: il fuorisede e la precarietà
C’è poi un fattore materiale spesso ignorato: l’astensionismo involontario. In un paese che ha impiegato decenni per sperimentare timidamente il voto per gli studenti fuorisede, migliaia di giovani sono fisicamente impossibilitati a votare. Dover spendere centinaia di euro per tornare nel comune di residenza (spesso al Sud) per mettere una X su una scheda è un lusso che molti lavoratori precari e studenti non possono permettersi. La precarietà economica toglie “spazio mentale”: quando la preoccupazione principale è arrivare a fine mese, la partecipazione al rito elettorale scivola in fondo alla lista delle priorità.
Il ruolo dei Social nella politica
Per il 63% dei giovani, la fonte primaria di informazione sono i social media (TikTok e Instagram in testa).
Questo ha due effetti: Velocità: I tempi della politica istituzionale (mesi per una legge) sono incompatibili con l’immediatezza digitale a cui i giovani sono abituati. e Disintermediazione: I politici provano a sbarcare su TikTok, spesso con risultati imbarazzanti (“Cringe”, direbbero loro), cercando di imitare il linguaggio giovanile senza averne la credibilità. Il risultato è un ulteriore distacco: il politico che fa il balletto non diventa “uno di noi”, diventa un meme.
La politica o sviluppa un nuovo linguaggio o diventa irrilevanti
Dire che i giovani non sono interessati alla politica è una falsità. I giovani sono iper-politici, ma hanno standard etici e pragmatici che l’offerta attuale non soddisfa. Schemi preimpostati e vecchie ideologie non sono più rilevanti per i giovani. La GenZ non cerca “padri” o leader carismatici da adorare; sono più pragmatici, cercano strumenti per cambiare una realtà che percepiscono come ostile. Finché la politica tradizionale offrirà solo slogan elettorali e bonus una tantum, le urne rimarranno vuote. E la vera politica continuerà a farsi altrove, lontano dai palazzi, probabilmente su uno schermo o in una piazza, lasciando le istituzioni a invecchiare da sole.