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Manga Biascika: quando Paola Minaccioni divenne un anime

Nel 2005 GXT lanciò Manga Biascika, show cult interpretato da Paola Minaccioni che parodiava il mondo degli anime.

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Quando GXT arrivò su Sky nel 2005, il canale sembrò esplodere come una supernova nel panorama televisivo italiano. Niente bon ton, niente talk show: solo adrenalina pop, wrestling, videogame e follia comica. Tra le sue creature più eccentriche nacque Manga Biascika, la parodia travolgente e surreale degli anime giapponesi. Lo show, ideato come un finto talk-action condotto da un’eroina pasticciona, divenne in breve un piccolo cult. A interpretare la protagonista c’era Paola Minaccioni, allora giovane attrice romana con un talento irresistibile per la comicità fisica. Sullo stesso canale andava in onda Augusto, la parodia del wrestling impersonata da Enzo Salvi: insieme rappresentavano le due grandi passioni pop dell’epoca, i ring americani e i manga giapponesi. GXT era il laboratorio dell’assurdo televisivo, e Manga Biascika ne fu il volto più imprevedibile.

Dal gossip cosmico al super ospizio astrale

Lo show ebbe due stagioni, Manga Biascika e Super Manga Biascika, e seguiva la formula di un talk fantascientifico nel quale la protagonista, in collegamento con una voce fuori campo, raccontava le sue “news intergalattiche” sui personaggi degli anime. Il tono era da rotocalco del cosmo: la voce le chiedeva notizie “gossippare”, e lei rispondeva in maniera ridanciana e delirante, sempicemente uno spasso! Parlava di Lamù che era ingrassata, o degli “Aristotelici” dell’anime Alexander; guarda caso, entrambe le serie erano trasmesse proprio in quel periodo su GXT. Diceva di essere forte come Ken il Guerriero, ma ammetteva che anche gli eroi dei cartoni invecchiano e muoiono, finendo nel suo “super ospizio astrale”.

La scrittura era un gioiello di nonsense, e la Minaccioni, nascosta dietro la parrucca bionda a caschetto e le due buffe corna rosse, riusciva a muoversi con la precisione di una performer da manga vivente. Indossava una tuta rosso fuoco con una fascia gialla diagonale, un mantello da super-eroina e guanti e stivali candidi: sembrava un incrocio fra Sailor Moon, Creamy e un personaggio dei Power Rangers. L’effetto era volutamente kitsch, scintillante e teatrale. Paola Minaccioni giocava con la femminilità dei personaggi anime ma con l’ironia ruvida di Roma Sud.

Manga Biascika era un’eroina fallita, sempre pronta alla battaglia ma costantemente sopraffatta dal destino. Il suo nemico giurato era Spatafora, un’entità misteriosa che appariva come un vortice digitale, un maelstrom dallo schermo. Ogni volta che la voce fuori campo lo nominava, lei reagiva terrorizzata, gridando in dialetto romano: «Non lo nominà, quello me corca!». Uno dei tormentoni più citati tra i fan. Ad un tratto, ecco apparire Spatafora: un vortice animato che ruotava su sé stesso, ridendo in modo diabolico e grottesco. Non si vedeva mai il nemico per intero, solo quella spirale minacciosa che invadeva tutto lo schermo. Subito dopo, l’inquadratura tornava su Manga Biascika ormai pesta e sconvolta. Le puntate alternavano deliri cosmici, finti servizi giornalistici e siparietti parodici. In una delle scene più ricordate, sfoggiava un bastone magico gridando: «Questo l’ho comprato dai cinesi!», parodiando lo scettro lunare di Sailor Moon.

Dietro la comicità surreale c’era una costruzione attentissima: Manga Biascika era lo specchio distorto del fandom anime italiano dei primi anni Duemila, quando le sigle di Cristina D’Avena e le VHS dei robottoni convivevano con la nascente cultura cosplay. GXT capì prima di tutti che quell’universo meritava di essere portato in scena, anche prendendolo bonariamente in giro. E lo fece con una sensibilità sorprendente. Era un’ironia da appassionati, non da detrattori.

Lo show veniva registrato in studio con fondali digitali e un montaggio serrato. La fotografia coloratissima e il tono volutamente “plasticoso” davano l’idea di un manga in carne e ossa. A differenza dei format comici tradizionali, Manga Biascika non seguiva una sceneggiatura lineare ma una logica da flusso mentale: sketch improvvisi, gag visive, assurdità linguistiche e dialoghi nonsense. Il risultato era un piccolo capolavoro pop, incomprensibile ai grandi ma irresistibile ai giovani spettatori cresciuti tra anime e joystick.

Parallelamente, Augusto di Enzo Salvi rappresentava l’altro lato della stessa medaglia. Se Manga Biascika combatteva contro i mostri interiori del mondo anime, in parallelo Augusto, interpretato da Enzo Salvi, rappresentava l’altro volto surreale della programmazione GXT. Lontano dai ring americani, Augusto era lo “scienziato del wrestling”, un genio strampalato che viveva in una roulotte piena di provette ed esperimenti assurdi. Condivideva la sua vita con Guga, un uomo primitivo da lui stesso riportato in vita, Rumble Man, lottatore “invincibile” creato dallo stesso scienziato pazzo, e con il nipotino Augustarello, tenero e coatto ragazzino “de Roma”. Ogni episodio vedeva Augusto alle prese con sieri miracolosi, esperimenti potenzianti e formule segrete destinati agli allora wrestler della WWE come Rey Mysterio o Tajiri (da Augusto erroneamente confuso con Funaki in un episodio). Il tono era una parodia geniale della scienza televisiva applicata al culto del corpo: un Frankenstein de noantri, un alchimista da palestra immerso nel delirio pop di GXT.

Tornando all’argoment principale del nostro articolo, Manga Biascika, col tempo lo show sparì dai palinsesti insieme al canale che l’aveva ospitata, ma non dalla memoria del pubblico. Paola Minaccioni ha rispolverato alcune puntate di Super Manga Biascika sul suo canale YouTube ufficiale, visibili a coloro che vogliono saziare quella fame di nostalgia per quel tipo di comicità assurda e affettuosa che non esiste più. In molti hanno riscoperto un frammento di infanzia televisiva in cui gli anime venivano raccontati con una comicità tipicamente romana.

Oggi lo show appare come una piccola perla pop del passato. Niente algoritmi, niente format prefabbricati: solo creatività istintiva, libertà e autoironia. In un periodo in cui la cultura giapponese era ancora “per pochi”, Manga Biascika la portò al grande pubblico con una leggerezza geniale. Era una dichiarazione d’amore travestita da parodia. E Paola Minaccioni, con quella parrucca bionda e quello sguardo sospeso fra eroina e casalinga interstellare, regalò alla TV italiana una delle figure più originali e dimenticate dei primi anni Duemila.

Riguardarla oggi fa sorridere, ma anche un po’ commuovere. In quel personaggio ingenuo e sfacciato si riconosce l’energia di un’epoca che credeva ancora nel potere liberatorio della comicità. Manga Biascika era goffa, esagerata, irresistibile. Proprio come noi, quando ci sentivamo dei veri supereroi con un telecomando o un joystick in mano.

La Vieste en Rose