Manfredonia Ricordi: il ritorno del “Fantasma”, la straordinaria odissea del Canonico Angelo Tamburlacco e il Sacco di Manfredonia

Manfredonia Ricordi: il ritorno del “Fantasma”, la straordinaria odissea del Canonico Angelo Tamburlacco e il Sacco di Manfredonia
Tra le tante storie che compongono il mosaico della memoria pugliese, poche uniscono in sé il dramma dell’invasione, la scaltrezza della disperazione e un pizzico di comicità involontaria come la vicenda del Canonico Angelo Tamburlacco.
Protagonista di una vera e propria odissea nel XVII secolo, la sua figura è rimasta impressa nelle cronache cittadine e nella tradizione orale di Manfredonia, testimoniando la tenacia di una comunità messa a dura prova dalle scorrerie ottomane.
È il 16 agosto del 1620. Le galee ottomane assaltano Manfredonia, seminando il terrore. La città viene messa a ferro e fuoco, le chiese saccheggiate, centinaia di cittadini uccisi o fatti prigionieri. In quei momenti di puro panico, mentre le urla degli assalitori risuonavano per le strade, il Canonico Tamburlacco ebbe la prontezza di nascondere il suo piccolo “gruzzolo” di denari, una nicchia fortunata, un buco lungo la cordonata, giusto il tempo di affidare i propri risparmi alla pietra prima di essere catturato e incatenato.
Per molti anni, di don Angelo non si saprà più nulla. In patria fu dato per morto, vittima come tanti altri della brutalità della prigionia ottomana.
Ma il destino aveva in serbo un finale diverso. Dopo anni di patimenti e duro servaggio, con un colpo di fortuna e incredibile audacia, il Canonico riuscì a fuggire. Intraprese un lungo e periglioso viaggio di ritorno verso casa, spinto solo dal desiderio di rivedere la sua Manfredonia.
Quando vi rimise piede, don Angelo era l’ombra di sé stesso, invecchiato, provato dagli stenti, malconcio e con gli abiti ridotti a brandelli. Un uomo indistinguibile da un qualsiasi mendicante di strada.
Eppure, la memoria non lo tradì, si diresse subito verso quel buco nella cordonata dove, anni prima, aveva nascosto i suoi averi. Con immensa sorpresa, il tesoretto era ancora lì, intatto, ad aspettarlo.
“Uno straccione in Cattedrale”
Recuperato il denaro, la prima tappa del vecchio sacerdote non poté che essere la sua amata Cattedrale. Entrò piano, nell’ombra della navata, e si diresse verso gli stalli del coro, andando a sedersi esattamente al suo posto, quello che gli spettava di diritto prima che la storia lo strappasse alla sua comunità.
La scena che ne seguì ha quasi del comico, se non fosse stata intrisa di drammaticità:
Vedendo un vecchio malandato e cencioso occupare un seggio riservato all’alto clero, il “nuovo” Canonico (nominato nel frattempo per rimpiazzare colui che tutti credevano defunto) andò su tutte le furie.
Credendolo un intruso e un povero straccione, gli ordinò con fermezza di alzarsi e andarsene. Ma il vecchio Tamburlacco non si mosse di un millimetro. Riconosceva la sua casa, riconosceva il suo seggio.
Non bastarono gli inviti fermi e le parole di sdegno, il vecchio Canonico rimase pietrificato al suo stallo, rivendicando in silenzio la propria identità.
Ci volle poco perché il trambusto attirasse l’attenzione e si giungesse al chiarimento. Riconosciuto dai confratelli più anziani, l’equivoco si sciolse nell’incredulità generale, il Canonico Tamburlacco era vivo ed era tornato.
La situazione canonica, a quel punto, si ribaltò paradossalmente. Il seggio spettava legittimamente al resuscitato don Angelo. Fu così il “nuovo” Canonico a doversi fare da parte e, con grande umiltà (e un pizzico di imbarazzo), essere pregato di attendere pazientemente che si rendesse vacante un altro posto nel capitolo.
La vicenda di Angelo Tamburlacco s’inserisce nel più ampio fenomeno dei riscatti e delle fughe degli schiavi nel Mediterraneo del Seicento. La distruzione degli archivi cittadini durante il Sacco del 1620 provocò numerosi contenziosi legali per la riappropriazione di beni e titoli da parte dei superstiti.
La determinazione del Canonico nell’affermare i propri diritti, unita alla fortuna di aver ritrovato i risparmi nascosti prima della deportazione, ha trasformato la sua figura in uno dei simboli più simpatici e tenaci della resilienza manfredoniana.
Foto creata con tecniche moderne


