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4/3/1943-4/3/2023. Ottant’anni di Lucio Dalla

4 marzo 1943 – 4 marzo 2023. Sono passati ottant’anni dalla nascita di uno dei più grandi cantautori della musica italiana: Lucio Dalla. Alle otto e quindici di quel 4 marzo 1943 – come scrive Angelo Riccardi nel suo libro “Ti racconto Lucio Dalla”“nella casa posta in Piazza Cavour numero due da Melotti Jolanda di anni quarantuno, di professione sarta, cittadina italiana residente in Bologna, è nato un bambino di sesso maschile. Il dichiarante dà i nomi di Lucio, Ferdinando, Romeo”. 

Quel bambino, che ha vissuto i suoi primi anni di vita fra Bologna e Manfredonia, è diventato nel tempo una delle stelle più importanti della canzone italiana. Ha scritto pagine importanti della storia musicale del Paese: da “L’anno che verrà” a “Piazza Grande”, da “Caruso” a “Anna e Marco”, “4/3/1943” a “Com’è profondo il mare”. Dalla, che aveva un grande attaccamento alla gente, ha spesso scritto che per fare belle canzoni bisogna amare la gente. La sua vita, infatti, è stata un vero e proprio gesto d’amore: ha raccontato santi e poeti, innamorati e viandanti, angeli e demoni. Da enfant prodige del clarinetto, Dalla si è trasformato in uno dei parolieri più eclettici della musica italiana. La sua morte, ben undici anni fa, ha lasciato un vuoto incolmabile fra i suoi ammiratori e seguaci. 

Oltre la sua Bologna, così cantata nelle sue canzoni, Dalla ha sempre amato la Puglia, una terra che aveva conosciuto sin da piccolo per le trasferte lavorative di sua madre. Manfredonia, in particolare, ma anche le Isole Tremiti: un luogo amato nell’infanzia e uno nell’età adulta. “Sono un emigrante al rovescio – diceva spesso Dalla – sono nato a Bologna, ma quando posso scendo al Sud dove mi sento a casa. Ho vissuto a lungo a Manfredonia, dove i miei genitori avevano una sartoria. Qui mi sento a casa, anche se una parte del mio lavoro, mi segue sempre: nelle mie due casa, a San Domino e a San Nicola, ho creato uno studio di registrazione”.

Appena sveglio, da bambino, restavo a lungo sdraiato sul letto al fresco delle lenzuola di lino ricamato a sentire il rumore degli zoccoli degli altri bambini e mi sentivo meno solo se giocavo con le ombre della gente che per strada passava dietro le tende della mia finestra. Il mare dello stabilimento Tricarico era a pochi metri da casa mia e io a Manfredonia in quegli anni ci ho lasciato l’anima. Fin da allora sapevo già che sarei diventato un musicista. Sentivo i rumori che uscivano dalla spiaggia, il sound della pallina che andava da un tamburello all’altro (e pensavo che fosse un assolo di Gene Krupar) e la voce roca di un pescatore che vendeva cannolicchi mi faceva venire in mente lo scat di Louis Armstrong. Ma soprattutto erano i cori delle processioni, l’organo della chiesa di San Giovanni Rotondo e il fumo della locomotiva che portandomi da Foggia a Manfredonia si fondeva con lo scalpitio del cavallo e lo stridore delle ruote della carrozza ed evocava in me misteriose armonie e scomposte melodie che più tardi, molti anni dopo, mi avrebbero spinto ad amare la feroce e intensa drammaticità e il profondo commuovermi che ho provato appena scoperto Puccini e il fascino del melodramma”.

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