Storia

I leggendari arcieri saraceni di Lucera

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I LEGGENDARI ARCIERI SARACENI DI LUCERA.

La storia di oggi potrebbe ispirare uno di quei film epici di ambientazione storica, capaci di suscitare stupore e incredulità. Una trama che si sviluppa attraverso la figura straordinaria di Federico II di Svevia, uno dei protagonisti più affascinanti della storia medievale della Capitanata.

Ma riavvolgiamo il nastro del tempo fino al 1061, con lo sbarco dei Normanni nella Sicilia “araba”, guidati da Ruggero d’Altavilla. Questo evento avrebbe portato, nel 1130, alla nascita del Regno di Sicilia. La situazione era complessa a causa della convivenza tra diverse etnie e fedi religiose presenti sull’isola.

Alcuni anni dopo, Federico II di Svevia si sarebbe imposto non solo sui cristiani, ma anche sulle comunità significative di greci, ebrei e arabi. Questo dominio causò l’attivazione di gruppi di resistenza islamica, sfociando in una sorta di guerra civile tra il 1224 e il 1246.

La faccenda si risolse con la perdita di numerose vite umane e il trasferimento forzato di decine di migliaia di Saraceni in alcune città, tra cui Lucera.

Quanti ne arrivarono in Daunia?

Questa è una vicenda assai più complessa, poiché le testimonianze scritte non concordano sui numeri. Facciamone brevemente qualche esempio.

In una fonte araba, il Ta’rīkh al-Manṣūrī di al-Hāmawī, si parla di 170.000 persone, di cui la metà morì durante il trasferimento. Molti studiosi, però, ritengono questi dati poco attendibili. Il cronista fiorentino Giovanni Villani parla di 100.000 individui, mentre Michele Amari, studioso arabista del XIX secolo, ne stima 55.000 – 60.000. Alcuni vanno al ribasso, come Pietro Egidi, che ci fornisce il dato di 35.000 – 40.000 unità, oppure come lo storico tedesco Ernst K. Kantorowicz, che almeno per la prima fase, ne stima circa 16.000.

Quel che è certo è che a Lucera si stabilì un’importante colonia di Saraceni, consapevoli che la loro sopravvivenza dipendeva dall’incondizionata fedeltà verso l’imperatore. Gli Svevi trassero molti benefici da questa scelta: eccellenti coltivatori che fecero fruttare le terre, artigiani produttivi e diverse migliaia di guerrieri, in gran parte arcieri e combattenti a cavallo, pronti a farsi massacrare per la causa degli Hohenstaufen.

Tra questi, gli arcieri saraceni di Lucera si sarebbero guadagnati un posto nella leggenda. Furono fondamentali per Federico II nelle campagne del nord Italia tra Ravenna, Milano e Brescia. Manfredi li inviò a San Germano a difesa del regno, e furono i primi ad attaccare l’esercito nemico nella famigerata battaglia di Benevento del 1266. In seguito, gli Angiò li utilizzarono in Albania, Romania e durante la prima guerra del Vespro, in Sicilia.

Da dove provenivano questi formidabili combattenti?

Gran parte avevano origini nordafricane, tra cui anche i famigerati berberi del Marocco, ma non mancavano i “mori” dell’Andalusia. Fondamentale era la loro arma principale, l’arco composito arabo, descritto con entusiasmo da Taybugha Al-Ashrafi Al-Baklamishi Al-Yunani: “Hanno potenza, forza, velocità di recupero, elasticità, vivacità ed efficienza di esecuzione. Inoltre, sono belli e aggraziati, danno un tiro morbido e confortevole e sono leggeri ed eleganti da portare”.

Giovanni Amatuccio conferma che “questi archi furono costruiti dai Saraceni del Sud: l’esempio più importante è la cosiddetta ‘Gazhena’ di Lucera”.

Tramite le cronache del passato possiamo provare a delineare il profilo generale di un arciere saraceno. Nonostante il servizio militare obbligato, ricevevano una paga che permetteva loro di sostenere le famiglie che vivevano insieme a loro nella città. Durante i periodi di pace, venivano probabilmente impiegati per fabbricare armamenti, in particolare frecce e archi.

Le loro capacità di tiro erano straordinarie. Sarebbero stati capaci di colpire un obiettivo di circa un metro a una distanza di 75 metri e, a cavallo, avrebbero potuto scoccare frecce in successione, girati verso la parte posteriore di un destriero al galoppo.

Il loro equipaggiamento era altrettanto impressionante: una giubba imbottita, un elmo leggero chiamato “cervelleria”, una spada, una daga, un arco di osso o di corno, un piccolo scudo rotondo, protezioni per le spalle e una custodia per l’arco composito.

Molti di loro erano in grado di leggere e scrivere, tanto che alcuni tra loro scrissero diversi trattati sulla guerra, studiati poi nel mondo islamico. Erano decisamente devoti musulmani, con una fede particolarmente rappresentata a Lucera.

Dai documenti dell’epoca apprendiamo i nomi di diversi Saraceni divenuti ‘milites’. Si trattava di esponenti delle famiglie più influenti della città, che, insigniti del titolo di cavaliere, assumevano il ruolo di comandanti delle truppe cittadine. Non sappiamo però fino a che punto essi acquisirono, in epoca angioina, anche i raffinati costumi della cavalleria francese.

Questa storia affascinante e complessa ci offre uno sguardo su un’epoca in cui la mescolanza di culture e competenze militari dava vita a una società variegata e piena di contrasti, dove il valore e la lealtà di guerrieri come gli arcieri saraceni di Lucera lasciavano un segno indelebile nella storia.

Foto di Giuseppe GRANA; Archivio web

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