Gli ‘Slumps’ del Gargano: paleofrane sottomarine del cretaceo inferiore

GLI ‘SLUMPS’ DEL GARGANO: PALEOFRANE SOTTOMARINE DEL CRETACEO INFERIORE.
Dire che il Gargano è un libro di pietra non è soltanto un modo romantico per definire il nostro promontorio. Un libro di pietra lo è per davvero. E racconta storie di evoluzioni geologiche straordinarie.
È il caso dei cosiddetti ‘slumps’, termine che sta a indicare in geologia i processi di accumulo e deformazione di sedimenti plastici che derivano dalla destabilizzazione e dallo smantellamento di un pendio o di una parte di esso.
Questa la definizione, ma vediamo nel dettaglio cosa hanno da dirci Michele Morsilli (Dipartimento di Scienze della Terra – Università di Ferrara) e Massimo Moretti (Dipartimento di Geologia e Geofisica – Università di Bari), massimi esperti della materia.
All’alba di un Mesozoico distante centinaia di milioni di anni, il promontorio del Gargano era già allora un luogo di dinamiche geologiche profonde e forze immani. Le acque turchesi della Tetide lambivano un gigantesco “anfiteatro carbonatico”: la Piattaforma Apula, un regno di calcari e sedimenti che si estendeva come un enorme mare di pietra verso sud-est, sospeso tra il Bacino Adriatico e quello Ionico.
In questo scenario, nel Cretaceo Inferiore, le condizioni ambientali mutavano con ritmi che agli occhi umani appaiono eterni. Ma per le rocce, per la geometria dei sedimenti, per la vita che popolava questi fondali, ogni millennio segnava un episodio di trasformazione.
Sotto la superficie calma dell’antico mare, masse di sedimenti carbonatici si accumulavano, stratificandosi in spessori impressionanti: tra i 450 e i 500 metri di coltre sedimentaria, testimoni delle innumerevoli fasi deposizionali che avevano caratterizzato la regione. In questo enorme palinsesto, tane di organismi, correnti invisibili e processi geochimici scrivevano la storia delle rocce future.
Poi, come spesso accade nell’equilibrio precario della geologia, qualcosa si spezzò.
Lentamente, sotto il peso dei sedimenti e l’incalzare delle forze gravitazionali, porzioni di questa piattaforma cominciarono a deformarsi. Non in modo brusco, non come uno strappo netto, ma per gradi, sotto l’effetto di tensioni crescenti: si formarono “slumps”, grandi blocchi di sedimento che si piegavano, scivolavano e si riposizionavano lungo pendii sottomarini sempre più instabili.
Gli slumps, visibili oggi nelle sezioni esposte sulle superfici affioranti del Gargano, sono testimoni mummificati di quei processi sottomarini. Sono come pagine di un diario geologico che raccontano ‘quando’ e ‘come’ parti di una piattaforma calcarea persero il loro equilibrio e precipitarono in un abisso di caos lento ma inesorabile.
Questo non fu un evento singolo, ma una serie di deformazioni, un balletto tra gravità e resistenza dei sedimenti. Le tracce delle pieghe, delle onde e delle superfici inclinate si leggono come epigrafi di un’antica tragedia geologica, dove ogni curva e ogni frattura raccontano di un equilibrio spezzato.
I sedimenti coinvolti in questi slumps raccontano anche di un mare vivo: microfossili di organismi planctonici, tracce di bioturbazione e depositi di fauna marina sono inglobati nelle pieghe, come se il mare stesso avesse firmato il proprio cataclisma.
Osservare gli slumps oggi, camminando tra le muraglie rocciose degli affioramenti garganici, è come leggere ricordi di un mondo scomparso. Le forme sinuose, i profili scoscesi, le superfici inclinate e a volte spezzate documentano un passato di movimenti improvvisi (ma anche di lento assestamento) in cui terra e mare si confrontavano sotto l’azione gravitazionale.
Le paleofrane sottomarine, così vengono chiamati questi slumps, non sono soltanto oggetti di studio; sono testimonianze delle forze primordiali del nostro pianeta, istantanee di un equilibrio che si spezza e si riorganizza. Osservarle significa cogliere i segni del passato, comprenderne l’origine e decifrare le storie che le rocce custodiscono gelosamente.
Nel complesso quadro stratigrafico del Gargano, questi slumps si inseriscono tra cicli deposizionali, transizioni litologiche e segnali di variazioni ambientali globali. Essi non raccontano solo di frane sottomarine, ma di un mare in evoluzione, di piattaforme che si espandevano e si contraevano, di sedimenti che si accumulavano e poi improvvisamente si deformavano sotto il proprio stesso peso e sotto l’influenza delle dinamiche tettoniche regionali.
Ogni strato, ogni piega e ogni discontinuità di questi slumps è quindi un capitolo di un romanzo geologico scritto nelle pietre, un invito a guardare con occhi antichi le forme della terra e del mare.
Archivio di Giovanni BARRELLA.
Fonti:
– IRIS – CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche).
– M. Morsilli, M. Moretti, “Gli slumps del Gargano:
paleofrane sottomarine del Cretaceo Inferiore”, Geoitalia, 2011.