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Gli Scalabrini salutano Siponto dopo 55 anni: “L’ora del saluto è giunta”

Carissimi,
come è noto a molti di voi, la Congregazione dei Missionari di San Carlo, Scalabriniani,
non senza umana sofferenza e dopo un lungo percorso di discernimento ha deciso di
lasciare la posizione missionaria di Siponto.


L’ora del saluto è giunta.


Permettetemi innanzitutto di consegnare al Signore il nostro tempo di presenza in questa
diocesi, estesa in un territorio riflesso della Sua bellezza, convinto che anche questi
cinquantacinque anni sono parte di un ‘tutto’ che scorre verso l’oceano della vita eterna.
Come ogni cosa che porta l’impronta del Creatore, essi sono scaturiti dalla Sua sorgente,
hanno raccolto rivoli, hanno avuto percorsi lineari e tranquilli, hanno incontrato ostacoli
inattesi, hanno viaggiato a cielo aperto con ogni tempo, hanno conosciuto ristrettezza e
abbondanza, hanno lottato con anse improvvise, che sembravano voler distrarre il suo
corso, e a volte con rapide che hanno messo alla prova la loro compattezza o li hanno
dispersi in zone paludose. In qualunque modo, tutto quello che nasce da Dio è destinato
sempre a lasciare il segno nella terra, tra case, montagne e pianure, tra presenze e
solitudini ma poi torna sempre a Lui.


STORIA E MISSIONE
Siamo giunti in questa terra, risiedendo a Siponto – Manfredonia, porta del Gargano, nella
calda estate del 1966 su mandato del Capitolo della Congregazione Scalabriniana che,
dopo un lungo tempo di servizio agli emigranti italiani all’estero, negli anni in cui
maturava la sua apertura ai migranti di tutto il mondo, decise di volgere il suo sguardo
anche ad un luogo di partenza di molti emigranti.
L’accoglienza di Mons. Cesarano ci offrì l’opportunità di inserirci nella vita pastorale della
diocesi con il servizio ad una parrocchia in un territorio piuttosto esteso e con la possibilità
di promuovere vocazioni missionarie per i bisogni crescenti nella Chiesa, a servizio dei
migranti.


L’entusiasmo di tanti confratelli e la generosità di fidati collaboratori, fin da subito hanno
permesso che il seminario fiorisse con la presenza di diverse generazioni di ragazzi che
ancora oggi si pregiano del titolo di ‘ex alunni’.
I cambiamenti epocali che si sono susseguiti dalla metà degli anni ottanta ci hanno
interpellato più da vicino come Chiesa e come Congregazione. L’arrivo anche fra queste
terre di numerose persone di altre etnie ha spinto la nostra presenza accanto a loro e al
servizio della sensibilizzazione missionaria della Chiesa locale, dinanzi a quello che ancora
oggi resta un tema di bruciante attualità. Con il sostegno dei Vescovi che si sono succeduti,
Mons. Valentino Vailati, mons. Vincenzo D’Addario, Mons. Domenico D’Ambrosio, Mons. Michele Castoro, fino al Vescovo Franco, seguendo i movimenti e l’evoluzione propria delle forme di presenza dei
migranti in mezzo a noi, negli ultimi trent’anni anni abbiamo montato e smontato campi
di servizio accanto al lavoro degli stagionali o dei centri di accoglienza diffusi in questo
territorio e non di rado abbiamo abitato vere e proprie tende, condividendo con loro il
pane dell’accoglienza e della solidarietà.


È proprio in questo contesto che abbiamo sperimentato come il nostro carisma non fosse
solo dei missionari ma di tanti laici, uomini e donne che hanno accolto con sensibilità e
coraggio un appello della storia e della provvidenza. È percezione diffusa fra i
collaboratori di questa Chiesa e quei laici di altre diocesi e regioni, tra cui molti giovani,
accolti in esperienze di missione e di servizio, che in questo luogo il Signore ci ha visitato:
si è fatto pellegrino per essere accolto e servito da noi. È questa l’impronta del Creatore di
cui sopra: laddove Lui passa, nulla svanisce anche quando si conclude una missione
portata avanti dagli uomini. In questo, anche la storia ‘degli Scalabrini’ di Siponto corre
nell’oceano dell’eterno; per questo, il saluto odierno non è l’abbandono di un campo ma
l’indirizzo delle limitate forze a disposizione, verso altre Chiese e territori per coltivare
anche là il Vangelo dell’accoglienza.


GRAZIE
La gratitudine è l’espressione di questa consapevolezza.
Un Grazie si eleva a Dio per la Chiesa locale che ci ha accolti. I Vescovi, i sacerdoti, quel
popolo di Dio particolarmente devoto e attento al ‘sacro’. Una Chiesa in cui vive una
spiritualità tutta particolare: una fede ricevuta dalla Chiesa dei primi secoli, a tanto risale il
seme del Vangelo in queste terre, la feconda devozione millenaria dei pellegrinaggi, la
mistica della sofferenza di un frate e la via crucis odierna di persone venute da lontano, i
migranti. Essa è insidiata da quelle radici del male che prendono il nome di ‘malavita’ ed
allo stesso tempo è benedetta dal frutto di numerose vocazioni. Uno spaccato divino e
umano che solo il Vangelo può illuminare nella verità più profonda e autentica. E a noi
missionari, proprio qui è stata data l’opportunità di spezzarlo nel nome dell’ “ero
forestiero e mi avete accolto!”


Un Grazie è anche per le persone che abbracciando il nostro carisma sono cresciute nella
dimensione umana e battesimale delle relazioni aperte alla mondialità che bussa alle
nostre porte, nella condivisione della stessa missione e ora sono chiamate a dare
testimonianza di un carisma nei dinamismi di una Chiesa locale molto vivace.
Un grazie è per quei missionari, quelli che cantano la gloria di Dio in cielo e quelli che lo
servono qui in terra, che sono entrati nella storia di una porzione della sua Chiesa, si sono
intrecciati con lei, l’hanno segnata e ne è sono stati segnati, consapevoli che crescere nelle
responsabilità abbracciate per vocazione, obbliga ad un amore più grande, fino a scoprire,
anche con questo distacco, come amare non è mai a buon mercato ma a caro prezzo.
Solo Dio, che vede il percorso delle cose e il cuore degli uomini, può valutare e fare bilanci.
Egli vede il bene, le lacune e gli errori: vede la rettitudine della coscienza, l’amore per
questa terra e l’amore di questa terra per la nostra famiglia.
Per noi che in queste ore viviamo il dispiacere per un umano distacco, è giunta l’ora di
affidarci alla Sua misericordia e, con la semplicità del bimbo in braccio all’Amore,
consegnarci al Suo sguardo che va oltre le appartenenze e gli stereotipi e le abitudini
umane, e dona serenità e pace.


A vegliare sulla nostra presenza in questo luogo sono stati il Beato Scalabrini e la Vergine
Maria, patrona di questa città e titolare, con il nome di Regina, della parrocchia a noi
affidata. È Lei che più di tutti ci insegna come accogliere Dio significa innanzitutto
consegnarsi alle sue ‘grandi cose’ nonché dire ‘ancora sì’, anche nell’ora della prova.
Il Signore ci benedica, faccia splendere il Suo volto su di noi e ci doni la Sua pace.


P. Mauro Lazzarato
Superiore Regionale

Redazione

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