Garlasco: per cosa è indagato Giuseppe Sempio?
Caso Garlasco: nuovi atti e testimonianze mettono al centro Giuseppe Sempio, padre di Andrea. Per quale motivo il 72enne è indagato?

All’inizio sembrava l’ennesimo ritorno di fiamma attorno a una storia che da diciotto anni continua a bruciare. Poi, in poche ore, il quadro si è allargato: il nome di Giuseppe Sempio, 72 anni, padre di Andrea, è stato iscritto nel registro degli indagati nel filone bresciano che ipotizza una corruzione in atti giudiziari a carico dell’ex procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti, il magistrato che nel 2017 chiese e ottenne l’archiviazione della posizione di Andrea Sempio. Il passaggio non è solo formale: secondo l’ipotesi accusatoria, quei misteriosi «20. 30. euro» appuntati su un foglio — che gli inquirenti leggono come 20 o 30 mila euro — sarebbero il segno di un pagamento finalizzato a “pilotare” l’esito di quell’archiviazione. Una ricostruzione che la difesa respinge, ma che segna comunque un punto di svolta. A imprimere accelerazione, la deposizione della moglie di Sempio, Daniela Ferrari, sentita come testimone: per i magistrati di Brescia, la donna ha indirettamente “certificato” sia la grafia del marito su quel pizzino, sia la gestione domestica dei conti familiari da parte di Giuseppe. È su questo crinale che la storia cambia ritmo, e con essa si apre un nuovo fronte investigativo destinato a pesare anche sul perimetro dell’inchiesta pavese sul delitto Poggi.
Garlasco, nuovi guai per la famiglia Sempio
La notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati arriva contestualmente a un mosaico di attività istruttorie che vede coinvolti, oltre a Venditti, ex militari dell’Arma e componenti della famiglia Sempio: perquisizioni, sequestri, accertamenti su cellulari e supporti informatici, fino al via libera a un’estrazione forense che punta a recuperare chat, mail, fotografie e documenti riconducibili al periodo-inchiave, l’inverno 2016–2017, quando la richiesta di archiviazione venne preparata e definita. La cornice accusatoria è netta: si indaga su un flusso di denaro che, secondo un’informativa della Guardia di Finanza, avrebbe alimentato un “pagamento occulto” funzionale alla sorte processuale di Andrea Sempio. Uno scenario che viene raccontato, con cautela e dovizia di dettagli, anche dalla stampa locale bresciana, mentre la difesa dell’ex procuratore ribadisce di non aver mai ricevuto denaro e di aver agito nel solco della legge. Perché dunque Giuseppe Sempio è indagato? Gli atti raccolti fin qui compongono tre direttrici. La prima è documentale: il famigerato appunto «Venditti gip archivia 20. 30. euro», annotato a penna, del quale la moglie Daniela ha riconosciuto la grafia come appartenente al marito. La seconda è finanziaria: la ricostruzione dei movimenti economici in famiglia, che per la testimone erano gestiti da Giuseppe. La terza è telematica: l’estrazione forense dai dispositivi sequestrati per cercare tracce digitali coerenti con l’ipotesi di corruzione in atti giudiziari. Nel racconto che emerge dai verbali e dalle ricostruzioni giornalistiche più autorevoli, Daniela Ferrari non si limita a un cenno grafologico: la sua audizione del 26 settembre viene letta dagli inquirenti come una conferma ulteriore, seppur indiretta, della regia economica domestica in capo al marito, il che incastra con il contenuto del pizzino e con l’ipotesi di versamenti destinati a oliare l’iter dell’archiviazione. È qui che la testimonianza si fa cruciale, perché proietta le indagini su un binario insieme familiare e giudiziario: nel 2017, infatti, l’archiviazione fu il traguardo di una stagione di carte e pareri tecnici, alcuni dei quali — stando agli ultimi atti — avrebbero seguito canali anomali. Il “nuovo fronte”, come lo definiscono i pm bresciani, riguarda proprio l’origine e il tragitto di una consulenza genetica firmata da Pasquale Linarello e di un esposto della madre di Alberto Stasi, documenti che dalla Procura generale furono trasmessi a Pavia e quindi — sempre secondo l’ipotesi accusatoria — messi in circolo con modalità non ortodosse, fino a finire nella disponibilità del fronte difensivo Sempio. Si tratta di atti che, a quella data, non risultavano incardinati in una formale istanza di revisione della condanna di Stasi. Se confermato, sarebbe un passaggio capace di riplasmare la narrazione: non più soltanto un sospetto di denaro per influenzare una decisione, ma anche la pista di “documenti sensibili” che cambiano di mano fuori dai binari protocollari. Una linea d’indagine che, per gli inquirenti, merita approfondimento, mentre i legali di Andrea Sempio si tengono prudentemente ai margini della posizione del padre, rivendicando l’autonomia dei procedimenti e l’irrilevanza di Brescia sul merito pavese. Attorno a questa intelaiatura, nei giorni scorsi, hanno fatto capolino ulteriori tasselli: intercettazioni e dialoghi che riportano alla luce domande su contanti e assegni — il famoso “perché non posso ritirare 10mila euro in contante?” — e agende in cui i pm ritengono di leggere l’ombra di pagamenti mai esplicitati. Le testate che hanno visionato carte e richiami agli atti parlano di convocazioni imminenti di tre avvocati che nel 2017 difesero Sempio e dell’ex sostituto procuratore generale Laura Barbaini, destinataria di una verifica sul transito di carte non protocollate. Il quadro è fluido, ma converge su un percorso investigativo che usa come binari il 2016–2017 e i mesi recenti: ieri come oggi, il tema è capire se e come si sono mossi denaro e informazioni. Il racconto pubblico, inevitabilmente, si sdoppia. Da un lato c’è la cronaca giudiziaria, con atti, date, decreti e riscontri. Dall’altro c’è la narrazione mediatica, gonfia di talk, anticipazioni, ipotesi di “pagamenti occulti” e nuove perizie criticate o difese a seconda del fronte. La Rai, tramite programmi come Ore 14, ricostruisce con equilibrio la timeline delle perquisizioni di settembre, la replica ferita di Venditti — «non ho mai preso soldi» — e la scelta di ritornare in prima persona a difesa dell’operato del 2017. Il Giornale di Brescia, dal canto suo, insiste sulla pista finanziaria e sui contenuti di un’informativa che collega il denaro di Giuseppe Sempio a un pagamento non tracciato. Altre testate nazionali e locali ampliano la cornice con intercettazioni, tabulati, consulenze e “prove nuove” che andranno pesate in sede processuale. La bussola, per chi osserva, resta una: ciò che oggi appare suggestivo dovrà domani farsi riscontro, pena l’ennesimo nulla di fatto. La posizione della famiglia Sempio, e in particolare di Giuseppe, resta sotto la lente. La difesa contesta l’impianto accusatorio, ridimensiona la portata del pizzino e nega qualsiasi ipotesi di corruttela, mentre gli avvocati di Andrea marcano la distanza fra il procedimento che riguarda il padre e l’indagine sul figlio per l’omicidio di Chiara Poggi, sottolineando come le strade, oggi, non si intreccino sul piano delle responsabilità personali. In controluce, restano i nodi già emersi settimane fa: lo “scontrino” utile a un alibi e i tabulati telefonici, il Dna sotto le unghie della vittima e la girandola di consulenze che da anni si contendono l’ultima parola. Ma l’attuale registrazione di Sempio tra gli indagati per corruzione sposta l’asse: qualora si consolidasse la lettura di quei «20. 30. euro» come 20 o 30 mila euro, il procedimento bresciano potrebbe trasformarsi da satellite a sole del sistema. È il passaggio più delicato, perché porta la questione dalle ipotesi ai fatti, dagli indizi ai riscontri contabili. Al di là delle partigianerie, l’interesse pubblico è evidente. Se la pista dei “documenti anomali” e del denaro dovesse trovare conferma, la vicenda del 2017 verrebbe riletta come il punto di incrocio fra diritto e relazioni: una consulenza genetica, un esposto, lo slalom delle carte tra uffici giudiziari, la percezione che nelle pieghe burocratiche si giochi la vera partita.
Il “nuovo fronte” spiegato bene
C’è un’ultima piega da chiarire, quella che gli stessi pm definiscono “nuovo fronte” e che rischia di incidere anche sugli equilibri fra procure. La domanda è semplice: come è stato possibile che documenti non protocollati, redatti su carta intestata e nati in un circuito diverso, siano arrivati a condizionare o comunque interloquire con il percorso che portò all’archiviazione del marzo 2017? La Procura di Brescia vede in quella rotta un’anomalia, forse una catena di “favori” che, se unita alla scia dei sospetti economici, delinea un quadro coerente. La prudenza resta d’obbligo, ma è qui che l’inchiesta si fa davvero interessante: perché mette in fila due piani — il denaro e i documenti — e verifica se l’uno spiega l’altro. Gli atti ricordati dalla stampa milanese puntano proprio a rintracciare la genesi di quella consulenza Linarello presentata dallo studio che assisteva Stasi e dell’esposto della madre, e a ricostruire perché e come siano finiti, rapidamente, nel cono d’ombra della difesa Sempio. È una questione di percorsi istituzionali, di protocolli e di tempistiche, tanto più rilevante se si pensa che a distanza di anni quelle stesse carte tornano oggi ad alimentare — per riflesso — le ipotesi sul ruolo effettivo di ogni attore nella stagione che precedette l’archiviazione. Nel frattempo, il circuito mediatico amplifica ciò che la magistratura sta ancora vagliando. C’è chi parla di “prove nuove” e chi, con taglio più prudente, registra la possibilità che i recenti riscontri sui contatti, sui flussi economici e sulle consulenze possano ridefinire il perimetro delle responsabilità. La sensazione, a oggi, è che il caso Garlasco non abbia esaurito il suo potenziale di verità. Ma a differenza del passato, questa volta il cuore del racconto non è soltanto un’impronta, uno scontrino o un tabulato: è la materia incandescente dei rapporti tra poteri, quella zona grigia in cui una cifra, una firma o un passaggio di carte possono cambiare il destino di un procedimento. Scenari suggestivi, certo, ma per ora solo ipotesi: ricordiamo che Giuseppe Sempio è attualmente solo indagato e, fino al terzo grado di giudizio si è innocenti oltre ragionevole dubbio. Neanche in questo articolo ci permettiamo di dire nulla pro o contro il Signor Sempio, né tantomeno nei confronti della sua famiglia. Lasciamo dunque ai giudici e agli inquirenti lavorare tranquillamente, al fine di arrivare alla verità. Fare supposizioni è ammissibile, ma fare eventuali processi mediatici assolutamente no!



