
Fare cerchio: lettera aperta di un padre pugliese
Conoscete il bue muschiato? Vive in terre estreme, dove il freddo e i predatori non concedono sconti. Quando arriva il pericolo, però, il branco non fugge: si stringe in cerchio e mette al centro i più vulnerabili.
Scusate la deformazione professionale: sono un naturalista e, in certi momenti, mi viene spontaneo guardare alla natura per capire meglio gli esseri umani. Perché una comunità, in fondo, dovrebbe essere questo: non soltanto persone che abitano nello stesso luogo, ma un insieme capace di proteggere, di riconoscere il dolore, di tenere unito ciò che rischia di spezzarsi.
Dopo l’aggressione subita da mio figlio, un ragazzo di 24 anni, ho capito che la ferita non è soltanto quella dei colpi o della paura. Ce n’è un’altra, più sottile e forse più amara, che arriva dopo: la sensazione che il male, quando si manifesta, venga accolto come un rumore di fondo, come qualcosa a cui ci si abitua troppo in fretta.
Qui sento il bisogno di distinguere tra due espressioni simili, ma non uguali. La “banalità del male”, per come l’ha descritta Hannah Arendt, è il male che si compie anche senza mostri, attraverso automatismi, inerzia, obbedienza, burocrazia: quando si smette di pensare e di sentire. Quello che ho visto io, invece, somiglia di più a una “casualità del male”: una violenza che non ha bisogno di simboli, che non sceglie una vittima per ciò che rappresenta, ma semplicemente perché è lì, perché in quel momento è esposta, perché un branco decide che può farlo.
Ed è proprio questo che dovrebbe inquietare tutti: se è casuale, può accadere a chiunque.
In questi giorni ho sentito la vicinanza sincera di tante persone, e di questo sono profondamente grato. Messaggi, telefonate, parole semplici ma vere hanno avuto un peso reale. Mi hanno fatto sentire che una parte della comunità c’è, eccome, e sa ancora stringersi attorno a chi soffre.
Proprio per questo, però, non posso fingere di non aver avvertito anche altro: un silenzio istituzionale pesante.
Lo scrivo oggi, nel giorno della Festa del Papà, con un’amarezza che non riguarda solo me. Perché da padre si vorrebbe proteggere sempre i propri figli. E quando non ci si riesce, si spera almeno di sentire che esiste un perimetro pubblico capace di dire, con sobrietà e senza retorica: “ci siamo”. Non una passerella. Non una formula di circostanza. Un segnale umano, semplice, coerente con il ruolo che si ricopre.
E invece, salvo rare eccezioni, quel segnale non è arrivato.
Mi ha colpito che la Sindaca di Foggia non abbia trovato un momento per esprimere solidarietà a un suo giovane concittadino che ha temuto per la propria vita. Mi ha colpito, allo stesso modo, il silenzio dell’Assessore alla legalità del Comune di Foggia, del Presidente della Regione Puglia, così spesso presente nello spazio pubblico, e di chi amministra la città di Bisceglie, dove questa vicenda ha avuto un passaggio cruciale.
Non elenco queste assenze per spirito polemico e non mi interessa stilare un censimento dei silenzi. Mi interessa il loro significato collettivo. Perché sono proprio questi gesti minimi a dirci se siamo davvero una comunità oppure soltanto una somma di solitudini.
Mi ha colpito anche l’assenza di un segnale da parte di chi gestisce un servizio essenziale come il trasporto ferroviario. Al di là delle responsabilità che saranno accertate nelle sedi competenti, resta, da cittadino e da padre, l’impressione di una tutela insufficiente proprio nel momento più delicato. E resta soprattutto il fatto che nessuno abbia sentito il dovere di far arrivare a quel ragazzo almeno una parola di vicinanza umana.
Una riflessione, infine, riguarda anche il mondo universitario. Si parla spesso di “terza missione”, di impatto sociale, di vicinanza al territorio. Ma che senso hanno queste formule se poi, davanti a un fatto che interroga la sicurezza, il disagio, la coesione sociale e la cultura civile, tutto resta fuori dalla porta? Se non arriva neppure un segnale di attenzione, il rischio è che le parole restino parole, mentre la realtà continua a chiedere presenza.
Forse sbaglio io a pretendere che le istituzioni sappiano fare cerchio. Ma se rinunciamo anche a questo, se ci abituiamo all’idea che la violenza sia soltanto una notizia e non una frattura da ricucire, allora stiamo consegnando ai più giovani un messaggio devastante: che non esiste un patto, che non esiste protezione, che l’unica lingua davvero efficace sia quella della prevaricazione.
E a quel punto il nichilismo non è più un concetto astratto: diventa vita quotidiana.
Per questo ringrazio ancora, con sincerità, i tantissimi cittadini che ci hanno fatto sentire la loro vicinanza. Voi avete saputo fare cerchio, nel modo più semplice e più vero.
Ed è proprio per questo che oggi mi permetto di chiedere, con pacatezza ma con fermezza: vogliamo davvero essere una comunità, o soltanto persone che vivono per caso nello stesso luogo?
dott. nat. Vincenzo Rizzi
Padre e cittadino pugliese


