Docenti, basta lavoro gratis: il contratto non è un’opinione
Sempre più docenti vengono spinti ad accettare incarichi aggiuntivi, progetti, o a partecipare gratis a eventi come gli open day.

La scuola italiana palesa sintomi di una malattia molto grave, o meglio, di una convinzione tanto pericolosa quanto sbagliata: il buon docente è quello che dice sempre sì. Sì ai progetti. Sì agli open day. Sì alla Notte dei Licei Classici. Sì ai PNRR. Sì ai coordinamenti. Sì alla referenza di Educazione Civica. Sì alle commissioni. Sì agli incontri pomeridiani. Sì a tutto.
Chi invece prova a dire “no” viene spesso guardato con sospetto. Diventa quello poco collaborativo, quello che non ama la scuola, quello che pensa solo allo stipendio (come è giusto che sia dato che tutti dobbiamo mangiare). Eppure la realtà è ben diversa.
Esiste un contratto nazionale che definisce diritti e doveri dei docenti. E quel contratto non prevede che un insegnante debba trasformarsi in un volontario permanente, in nome di una astratta e retorica “missione”. Le attività aggiuntive, proprio perché aggiuntive, non fanno parte dell’obbligo ordinario di servizio e, quando vengono svolte, devono essere conferite e retribuite secondo quanto previsto dalla contrattazione.
Il docente non è obbligato a sacrificare il proprio tempo libero
Se vogliamo cambiare le cose e dare ai docenti una futuro migliore, bisogna dire le cose senza giri di parole: molti insegnanti hanno interiorizzato un senso di colpa che non dovrebbe esistere. Il coordinamento di una classe? Nessuna norma impone a un docente di accettarlo contro la propria volontà. La referenza di Educazione Civica? Anche questa rappresenta un incarico aggiuntivo e non un obbligo automatico.
L’organizzazione dell’Open Day? La Notte dei Licei Classici? I progetti extracurricolari? La referenza per la formazione scuola-lavoro? Tutte attività che possono certamente arricchire l’offerta formativa, ma che non diventano magicamente obbligatorie solo perché “servono alla scuola”.
Il CCNL distingue chiaramente le attività ordinarie da quelle aggiuntive, prevedendo per queste ultime specifici compensi attraverso il Fondo per il miglioramento dell’offerta formativa.
Eppure, nella pratica, accade altro. I cosiddetti docenti “missionari” (quelli che lavorano per la gloria, non per i soldi) fanno leva sul senso di responsabilità del personale nei confronti degli altri colleghi. Lasciano così intendere, in maniera subdola, che “se nessuno accetta, la scuola non funziona”. Questi “missionari” sono “pericolosi” perché creano una pressione psicologica che porta molti colleghi a dire sì, pur sapendo che alla fine avranno come compenso pochi spiccioli o, in alcuni casi, praticamente nulla.
Il risultato è un sistema che sopravvive grazie alla disponibilità gratuita dei docenti. C’è poi una frase che ogni insegnante ha sentito almeno una volta nella propria carriera: “Ma lo facciamo per i ragazzi, non per i soldi”. Una delle affermazioni più tossiche che circolano nella scuola. Naturalmente ogni docente lavora per il bene degli studenti. Del resto se uno sceglie una professione simile è perché ama lavorare con i ragazzi. Ma proprio perché lavoriamo con e per i ragazzi non dobbiamo accettare che altri svalutino il nostro lavoro tramite coercizioni psicologiche.
I docenti non sono più scemi rispetto ad altri professionisti
Un medico visita anche per il bene del paziente, ma pretende un pagamento. Un avvocato difende anche per senso di giustizia, ma pretende un pagamento. Un ingegnere costruisce opere utili alla collettività, ma pretende un pagamento. Perché soltanto ai docenti si chiede continuamente di lavorare gratis in nome della missione educativa?
La scuola non può reggersi sul volontariato. Ancora più grave è il clima che spesso si crea tra colleghi. Chi accetta ogni incarico, ogni progetto e ogni attività extracurricolare viene dipinto come il docente modello. Chi invece decide semplicemente di attenersi al proprio contratto viene etichettato come scansafatiche, individualista o poco disponibile.
È una narrazione profondamente ingiusta. Rispettare il contratto non significa lavorare meno. Significa pretendere che il proprio lavoro venga riconosciuto e valorizzato.
Un insegnante si chiama così perché insegnare è il suo lavoro
Un docente che svolge le proprie ore di lezione, prepara le attività didattiche, corregge verifiche, partecipa ai consigli di classe, ai collegi e a tutte le attività obbligatorie sta già adempiendo ai propri doveri professionali.
Nessuno può pretendere che trasformi ogni pomeriggio, ogni sera e perfino i fine settimana in tempo da regalare all’istituzione scolastica. Forse il problema non sono i docenti che ogni tanto dicono “no”. Forse il vero problema è aver normalizzato il fatto che la scuola possa funzionare soltanto grazie al lavoro gratuito e alla disponibilità senza limiti di chi vi lavora.
Il contratto collettivo esiste proprio per fissare un equilibrio tra diritti e doveri. Difenderlo non significa essere contro la scuola. Significa difendere una professione che troppo spesso viene caricata di responsabilità sempre nuove senza un corrispondente riconoscimento economico e professionale.
Dire “no” a un incarico aggiuntivo non è egoismo. È esercitare un diritto. Ed è forse il primo passo per ricordare che il lavoro docente merita rispetto, non gratitudine a parole.

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