Manfredonia

Dietro le quinte del sacco di Manfredonia: inganni e strategie dei corsari ottomani!

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DIETRO LE QUINTE DEL SACCO DI MANFREDONIA: INGANNI E STRATEGIE DEI CORSARI OTTOMANI!

Spesso, quando pensiamo alle incursioni e ai saccheggi dei corsari, immaginiamo azioni improvvise e brutali, guidate dall’istinto e dall’adrenalina. Tuttavia, alcuni attacchi erano pianificati con estrema precisione, frutto di menti strategiche e abili, degne della trama di un film.

Il sacco di Manfredonia, uno degli eventi più tragici subiti dalla popolazione garganica ai tempi delle scorrerie degli Ottomani, è un esempio emblematico di queste operazioni meticolosamente orchestrate, dove i corsari non solo dimostrarono una grande competenza strategica, ma anche notevoli capacità recitative.

A dire il vero, vi sono vari aspetti di questa vicenda che meriterebbero un’attenta analisi, ma ci riserviamo di scriverne dei post in un prossimo futuro.

Questa incursione fu documentata in dettaglio da un testimone oculare in una relazione commissionata da Padre Gabriele da Cerignola, cronista della Provincia Monastica. Il testimone in questione è Antonio Nicastro, “gentiluomo di Manfredonia” e Sindaco Apostolico dell’epoca, una posizione equivalente a quella di Amministratore.

Sei giorni prima del terribile assalto del 16 agosto 1620, alle ore quindici, entrano nel porto di Manfredonia due galee che “solo nella poppa erano simili alle Venetiane, il resto no.” Con una piccola barca a remi scendono a terra “quattro giovanetti”, un capitano e dei soldati.

“Smontarono in terra quattro giovanetti di prima barba, con gibbone alla franzesa, li calzoni ritirati alle ginocchie, con calzette di seta, e le legazze legate sottosopra alle ginocchie, con una benda al collo, pendente uno stocco, e con un cioffo di capelli, in mezzo alla testa rasi.”

Due dei giovani, scortati da soldati, entrano in città e si dirigono verso la Cattedrale per assistere alla messa. Qui, Antonio Nicastro, già sospettoso riguardo alla loro origine, si avvicina per parlare con loro. Durante la conversazione, chiede perché due imbarcazioni rimangano “così lontane dalla costa”. La risposta fu evasiva: “Perché non pratici”.

Ora, nel racconto vengono descritti particolari molto interessanti. I “finti veneziani”, per sviare ogni sospetto, iniziano a fornire notizie di due carissimi amici conosciuti vent’anni prima, aspetto che mette in evidenza una sorta di “sceneggiatura” da utilizzare a seconda dei casi.

Nel frattempo, gli altri due giovani si dirigono verso il castello. Le galee si avvicinano ulteriormente per “misurare le acque”. I giovani, accompagnati dai soldati e dalla carrozza del console veneziano a Manfredonia, Cesare Capuano, trascorrono cinque ore percorrendo ripetutamente le strade e le piazze della città. Anche i galeotti e i rematori scendono a terra, vendendo le “solite mercanzie” e acquistando provviste con monete spagnole.

Terminata la prima fase del piano, scatta la seconda, quella dello studio accurato della città.

Infatti, il giorno seguente, 11 agosto, dopo aver navigato verso Vieste, fanno ritorno a Manfredonia. Nuovamente a bordo della carrozza, percorrono la città in lungo e in largo, esaminando meticolosamente edifici, chiese, mura e il castello. Spargono la voce che la flotta veneziana, composta da 55 galee, è nel golfo e presto tornerà a Manfredonia, promettendo una grande festa per domenica 16 agosto. Poi, la notte del 13 agosto, lasciano la città sotto il velo dell’oscurità.

La seconda fase del piano è ancora in pieno corso, visto che i quattro “giovanetti”, per ordine del loro comandante, restano sul posto per continuare a recitare la loro parte, e convincere tutti di essere davvero dei veneziani. Questo avrebbe permesso loro di rendersi effettivamente conto della capacità difensiva della città, analizzando anche la dislocazione delle porte d’ingresso.

Arriva la terza fase e, come stabilito, il 16 agosto l’orizzonte del mare è completamente costellato da imbarcazioni. Ecco la descrizione del Nicastro:

“All’alba comparsero sopra il nostro mare 55 galere a vele spiegate, l’una dopo l’altra, drizzorno al Monte dell’Angelo, al lido dei Paesani, nominato Chianca Masiello, o Porto Novo del Barone di Monte (renovato a nostro danno), lungi da Manfredonia quattro miglia.”

Chianca Masiello era un’insenatura ideale che permetteva, attraverso un leggero avvallamento nella piana di Macchia, di avvicinarsi quasi inosservati alle mura settentrionali della città, rimanendo fuori dalla portata delle artiglierie del Castello. L’attracco delle imbarcazioni era facilitato non solo dalla conformazione naturale del luogo, ma probabilmente anche dalla presenza di un porticciolo.

I cittadini, appresa la straordinaria notizia della presenza di ben 55 galee nel loro mare, si affrettano fuori dalle mura, uscendo dalla Porta delle Palme. Il governatore della città, Don Antonio Perez, e il castellano, Don Fernando de Velasco, osservano con attenzione attraverso un cannocchiale. Nulla poteva tradire la vera essenza di quella flotta.

Le autorità sono convinte che si tratti di navi veneziane, anche perché un’armata turca di questa portata, non sarebbe potuta passare inosservata, soprattutto al Capo d’Otranto.

Eppure, il seme del sospetto continuava ad insinuarsi, anche perché i movimenti delle galee erano insolite e non sembravano poi così amichevoli.

Furono mandati degli uomini verso Chianca Masiello per andare a controllare. Dopo un’ora, uno di loro fece ritorno, e le notizie non erano affatto buone. Il piano è svelato, non sono i “Veneziani”, ma i “Turchi”.

Il relatore denuncia la situazione della città:

“Sprovvista di munitione, genti et armi, senza guida e capo che incominciasse a guidar l’arme alla difesa.”

Sbarcarono 6000 uomini e misero a ferro e fuoco Manfredonia, senza riuscire, però, a penetrare dentro la fortezza. Alle 21 del 17 agosto, si concretizzò la resa finale del castello. Al sorgere del sole del 19 agosto le truppe ottomane prendevano il largo nell’Adriatico, lasciando Manfredonia in uno stato disastroso.

Le conseguenze del sacco furono devastanti. Per il prestigio del Viceregno e della potenza spagnola, rappresentarono una pesante sconfitta; per Manfredonia, furono una catastrofe dalle ripercussioni durature. La città, era ridotta a brandelli, e rimase in uno stato di prostrazione per lungo tempo. Molti cittadini, sfuggiti alla morte o alla schiavitù, scelsero di emigrare nei paesi vicini, senza mai più far ritorno, nonostante le tante iniziative intraprese dalle autorità per ripopolare la città.

Come detto in precedenza, questa vicenda è ben lontana dall’essere terminata. C’erano varie questioni rimaste aperte, tra cui il sospetto di un tradimento, l’accusa d’inettitudine nei confronti degli ispettori delle fortificazioni e poi, vi è la trama di Giacometta Beccarini, rapita e condotta al cospetto del sultano che, secondo alcune cronache, non proprio inoppugnabili, sarebbe rimasto impressionato dalla sua bellezza, ordinando che fosse custodita nel suo harem, e…

… beh, questa è tutta un’altra storia, che vi racconteremo in un prossimo post.

Fotografie di Giovanni BARRELLA

Immagine: Porto di Manfredonia, 1790, di Jakob Philipp Hackert (1737 – 1807). Oil on canvas. Private collection. Museo Reggia di Caserta

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