Dalla violenza ai negoziati: quando parlare di pace diventa un atto rivoluzionario

Dalla violenza ai negoziati: quando parlare di pace diventa un atto rivoluzionario
Il 13 febbraio, all’Auditorium di Palazzo dei Celestini, abbiamo vissuto una serata intensa e partecipata, con un momento di confronto autentico su un tema che ci riguarda tutti: la pace.
Desidero ringraziare Monsignor Padre Franco Moscone e il dott. Paolo Di Giannantonio per la disponibilità e la profondità con cui hanno accettato di mettersi in dialogo con la nostra città. Ringrazio l’avv. Donatella Perna per aver coordinato e moderato l’incontro con equilibrio e competenza. Un grazie sentito all’Associazione Angeli, a Gesuele e a Nicola Rosciano, e a tutti coloro che hanno collaborato alla realizzazione di questa iniziativa.
Siamo partiti da una domanda che sembra semplice, ma non lo è affatto: esiste un’alternativa alla guerra? E siamo davvero disposti a percorrerla? Viviamo un tempo in cui la guerra è tornata a essere un linguaggio ordinario. Si spiega, si giustifica, si normalizza. Le immagini scorrono nei notiziari con una frequenza che rischia di trasformare l’eccezione in abitudine.
La guerra muove denaro, ridisegna equilibri, rafforza gerarchie tra nazioni forti e nazioni fragili. La pace, invece, toglie alibi. Impone di sedersi a un tavolo, di riconoscere l’altro, di accettare che nessuno può essere padrone del destino degli altri.
Nel confronto con Monsignor Moscone è emerso con chiarezza che il negoziato, pur apparendo la via più difficile perché richiede razionalità e volontà di dialogo, è in realtà la meno costosa. La guerra è la strada più devastante, eppure spesso è quella che viene scelta perché consente al potente di turno di imporre rapidamente la propria volontà attraverso la forza.
Paolo Di Giannantonio, forte della sua esperienza nei teatri di guerra, ci ha ricordato cosa significa vedere il conflitto da vicino. Per chi, come molti di noi, è nato dopo la Seconda guerra mondiale, la pace è stata un’eredità ricevuta senza averne pagato direttamente il prezzo. Proprio per questo non possiamo darla per scontata.
Abbiamo parlato anche dei tentativi di negoziato nei conflitti attuali, delle occasioni mancate, delle vie interrotte. Del ruolo (flebile) dell’Europa e di quale ruolo vorrebbe avere l’Italia in un contesto geopolitico così confuso.
Come Amministrazione comunale abbiamo voluto sostenere questo appuntamento perché crediamo che il compito di un’istituzione non sia soltanto gestire servizi, ma alimentare consapevolezza. Anche una città come la nostra può scegliere di non essere indifferente. Non per illudersi di incidere da sola sugli equilibri internazionali, ma per non accettare l’assuefazione alla guerra come normalità.
In un mondo che sembra governato dalla forza come unico linguaggio possibile, continuare a parlare di diritto internazionale, di istituzioni, di diplomazia, è un gesto controcorrente. È un gesto che qualcuno può considerare ingenuo. Io credo, invece, che sia profondamente rivoluzionario.
La sala gremita, l’ascolto attento, le domande del pubblico hanno dimostrato che il bisogno di pace non è un tema astratto. È una necessità concreta, culturale prima ancora che politica.
Se la guerra pretende di essere l’unico linguaggio possibile, scegliere di continuare a parlare di pace è già una forma di resistenza civile. Ed è, oggi, uno degli atti più forti che possiamo compiere.
Maria Teresa Valente
Assessora al Welfare e Cultura


