Clotilde Bersone: il mito di una donna che la storia non conosce
L’Eletta del Dragone è un libro con protagonista Clotilde Bersone, una misteriosa donna iniziato a società segrete. Ma è realmente esistita?

Tra i testi più curiosi legati alle polemiche religiose e massoniche dell’Ottocento compare il libro L’Eletta del Dragone, attribuito a una misteriosa figura femminile: Clotilde Bersone. Il racconto descrive una donna francese di origine italiana che avrebbe avuto accesso ai livelli più segreti di società iniziatiche e perfino una relazione con il futuro presidente degli Stati Uniti James Abram Garfield. Nel tempo qualcuno ha presentato questa figura come realmente esistita. Tuttavia l’analisi storica e il contesto culturale dell’epoca suggeriscono una lettura molto più prudente.
Il racconto dell’“Eletta del Dragone”
Il testo attribuito a Clotilde Bersone si presenta come una sorta di autobiografia. La protagonista racconta di essere nata in Francia da famiglia di origine italiana e di essere cresciuta in un ambiente segnato da idee anticlericali e illuministe. Nel libro sostiene di essere stata introdotta fin da giovane in ambienti massonici attraverso il padre, che avrebbe avuto contatti con logge internazionali.
La narrazione diventa progressivamente più sensazionalistica: la protagonista afferma di aver partecipato a rituali segreti, di aver viaggiato in diverse città europee e di essere stata iniziata a livelli superiori di una misteriosa organizzazione simbolicamente legata alla figura del “Dragone”.
Uno dei passaggi più sorprendenti del libro riguarda la figura di James Abram Garfield, che sarebbe poi diventato il ventesimo presidente degli Stati Uniti. Secondo il racconto della Bersone, Garfield sarebbe stato suo amante durante un soggiorno a Parigi e avrebbe avuto un ruolo importante nel suo ingresso nei circoli più esclusivi della confraternita.
È proprio questo intreccio tra politica internazionale, rituali segreti e confessioni personali a rendere il testo estremamente suggestivo.
Il Dragone nelle memorie attribuite a Clotilde Bersone
Uno degli elementi più inquietanti del racconto contenuto ne L’Eletta del Dragone riguarda la figura stessa del “Dragone”, che nel libro non appare soltanto come un simbolo ma come una presenza concreta all’interno della loggia segreta.
Nella narrazione attribuita a Clotilde Bersone viene descritto l’incontro con una grande statua mostruosa collocata su un piedistallo, raffigurata come una creatura dalle molte teste e dall’aspetto quasi umanoide. Alcune teste vengono descritte come leonine, altre cornute, tutte rivolte verso l’esterno in un atteggiamento minaccioso. Sotto le zampe della creatura compaiono simbolicamente uno scettro e una corona spezzati, quasi a indicare il dominio su ogni potere terreno.
Nel racconto questa figura non è presentata semplicemente come un elemento decorativo, ma come il simbolo vivente della confraternita e del potere che essa pretende di esercitare.
In alcune pagine la scena assume toni quasi apocalittici: la statua viene descritta come se potesse animarsi e divorare coloro che si oppongono alla setta, trasformando l’immagine del Dragone in una rappresentazione estremamente cupa e violenta del male.
Questo immaginario, che mescola simbolismo esoterico e suggestioni quasi horror, contribuisce a rendere il libro più vicino a una narrazione fantastica e complottista che a un documento storico attendibile.
Il problema delle prove storiche
Non a caso, quando si passa dal racconto alla verifica storica emergono molte difficoltà. Non esistono documenti indipendenti che attestino l’esistenza di una donna chiamata Clotilde Bersone con la biografia descritta nel libro. Non compaiono registri civili, corrispondenze o testimonianze contemporanee che confermino la sua identità.
Lo stesso vale per la presunta relazione con Garfield. Le biografie storiche del presidente americano sono molto documentate, ma non riportano alcun riferimento a una figura con questo nome.
In altre parole, tutto ciò che sappiamo della Bersone deriva esclusivamente dal testo che porta il suo nome.
Il contesto storico spiegato dagli studiosi
Per comprendere testi di questo tipo è utile guardare al contesto culturale della fine dell’Ottocento. Lo storico delle religioni Massimo Introvigne ha dedicato diversi studi alla diffusione delle storie su satanismo e società segrete in quel periodo.
Nel suo lavoro sulla storia del satanismo moderno, lo studioso ricostruisce come tra XIX e XX secolo circolassero numerosi racconti sensazionalistici su presunti culti luciferiani legati alla massoneria. Molte di queste narrazioni erano costruite come testimonianze di ex iniziati o convertiti che raccontavano riti segreti e complotti internazionali.
In quel clima nevrotico nacquero opere che mescolavano elementi reali, polemica ideologica e invenzione narrativa. Spesso i testi erano costruiti proprio attorno alla figura di un testimone privilegiato che rivelava i segreti della società occulta.
Il modello narrativo molto simile, guarda caso, a quello utilizzato nell’“Eletta del Dragone”.
Tra letteratura polemica e storia
Questo non significa che nel XIX secolo non esistessero società iniziatiche o ambienti esoterici. Ma significa che molte storie diffuse in quel periodo erano costruite in forma narrativa per sostenere una determinata polemica religiosa o politica.
Il racconto della Bersone segue infatti uno schema tipico: una giovane donna entra in una società segreta, ne scopre i rituali e decide di raccontare al mondo ciò che ha visto.
Proprio per questo motivo gli storici invitano a distinguere tra testimonianze documentate e letteratura polemica.
In questo senso L’Eletta del Dragone rimane un testo curioso e, per certi aspetti, anche inquietante. Il libro costruisce una narrazione fortemente complottista, popolata da rituali oscuri, società segrete e presunte rivelazioni su poteri occulti che agirebbero dietro le quinte della storia. Un immaginario che appartiene più alla letteratura sensazionalistica che alla ricerca storica.
Il rischio nasce quando un racconto di questo tipo viene presentato come documento storico o testimonianza reale. In realtà il libro sembra inserirsi pienamente nel filone narrativo che tra Otto e Novecento ha alimentato leggende su luciferismo massonico e complotti esoterici, mescolando suggestioni religiose, polemica ideologica e fantasia letteraria.
Anche dal punto di vista culturale e religioso è importante mantenere un certo discernimento. Il cristianesimo autentico non costruisce la propria visione del mondo attorno alla centralità del male o alla spettacolarizzazione del demoniaco. Al contrario, al centro della fede cristiana vi è la figura di Cristo e il messaggio della redenzione.
In opere come L’Eletta del Dragone, invece, il male viene spesso rappresentato con un immaginario quasi cinematografico o fantastico: draghi, simboli satanici, statue mostruose che prendono vita, scenari che ricordano più l’estetica di certi racconti horror o di alcuni immaginari moderni: basti pensare ai demoni spettacolari e apocalittici che popolano l’universo narrativo di autori come Go Nagai nelle opere Devilman e Mazinga Z.
Se letto come romanzo thriller o come narrazione fantastica, un testo del genere può avere anche un suo interesse letterario. Ma il problema nasce quando la finzione viene scambiata per storia o per testimonianza religiosa autentica.
Per questo è necessario ribadire una distinzione fondamentale: L’Eletta del Dragone può essere considerato, al massimo, un racconto sensazionalistico nato nel clima polemico dell’Ottocento. Non un documento storico, né tantomeno una chiave per comprendere il cristianesimo o la storia delle religioni.
Il compito degli studiosi e dei giornalisti resta quindi lo stesso: distinguere tra narrazione, polemica ideologica e realtà documentata. Perché la forza di una storia non può mai sostituire la verità delle fonti.



