Addio definitivo: John Cena si ritira dal wrestling dopo 23 anni
John Cena conclude la sua leggendaria carriera nel wrestling professionistico con una sconfitta per sottomissione contro Gunther in WWE.

Ci sono addii che non somigliano a una notizia, ma a un cambio di stagione. Il ritiro di John Cena dal wrestling lottato rientra in questa categoria: non è soltanto la fine della carriera di un campione, è la chiusura di un’era che ha attraversato la WWE dall’inizio degli anni Duemila fino ai nostri giorni, con la forza di un volto diventato marchio, linguaggio, simbolo. Cena aveva annunciato già da tempo che avrebbe chiuso nel 2025, trasformando l’uscita di scena in un percorso a tappe, quasi un’ultima lunga stretta di mano con un pubblico che lo ha amato, contestato, idolatrato e, soprattutto, seguito per una vita intera. Quando un personaggio supera il ring e diventa memoria televisiva, l’addio pesa il doppio.
John Cena: dal debutto a Smackdown alla consacrazione
Il primo fotogramma ufficiale di John Cena in WWE è un’istantanea che oggi sembra scritta apposta per i documentari: SmackDown, 27 giugno 2002, un giovane sconosciuto risponde alla sfida aperta di Kurt Angle. È il momento in cui la WWE sta cambiando pelle e ha bisogno di nuovi volti per inaugurare la fase che passerà alla storia come “Ruthless Aggression”. Cena perde, ma in quella sconfitta c’è già tutto: la resistenza, l’energia, l’idea di un atleta che non vuole chiedere permesso. Non nasce campione: nasce “affamato”.
Poco dopo arriva la scelta che lo rende davvero riconoscibile: il personaggio del rapper. Non è un dettaglio folcloristico, è una svolta strategica. Il Cena “Doctor of Thuganomics” è immediato, contemporaneo, televisivo: cappellino, catena, magliette larghe, battute in rima, provocazioni in freestyle. È un personaggio che parla il linguaggio dei primi Duemila e lo porta dentro un wrestling che stava cercando una nuova identità, meno “rockstar” e più cultura pop. È qui che nasce anche l’immaginario della Chain Gang, un’estetica che lo fa sembrare un volto uscito dalla strada e portato a forza sotto i riflettori, perfetto per diventare polarizzante: per alcuni irritante, per altri irresistibile.
La prima grande consacrazione passa per una cintura che spesso racconta il momento esatto in cui la WWE decide di investire davvero su qualcuno: lo United States Championship. A WrestleMania XX, il 14 marzo 2004, Cena affronta Big Show e conquista il titolo, un passaggio che non è solo una vittoria, ma un segnale interno chiarissimo: “Questo ragazzo è pronto”. È il tipo di successo che non chiude un capitolo: lo apre.
Da lì la salita non si interrompe più. Cena cresce nel ring e soprattutto cresce nel racconto: non è soltanto un atleta in rampa di lancio, è un personaggio che la compagnia può mettere al centro di poster, tour e main event. Il pubblico comincia a riconoscerlo come “faccia” della nuova WWE, quella che deve reggere l’urto del cambio generazionale. Il rapper, lentamente, lascia spazio a un’immagine più ampia e trasversale, capace di entrare nelle famiglie e nei palinsesti senza spigoli eccessivi. Il passo successivo è inevitabile: il titolo massimo.
WrestleMania 21, 3 aprile 2005: John Cena contro JBL per il WWE Championship. Qui il wrestling diventa rito di passaggio. JBL arriva con un regno lungo e “storico”, Cena arriva come fame pura, come promessa che pretende di essere mantenuta. Vince Cena, e quella vittoria è lo spartiacque: non solo diventa campione, ma viene incoronato come uomo su cui costruire la compagnia. Da quella notte, per anni, il main event “parla Cena”.
Il passaggio che trasforma John Cena da campione emergente a volto assoluto della compagnia avviene nel giugno 2005, durante la Draft Lottery WWE. In quell’occasione, Cena viene spostato da SmackDown a Raw, lo show cardine del lunedì sera, quello che storicamente definisce l’identità e la direzione della federazione. Non si tratta di una semplice riorganizzazione dei roster: è una dichiarazione d’intenti. Portare Cena a Raw significa metterlo al centro del prodotto, affidargli il ruolo di uomo immagine e proiettarlo definitivamente come erede delle grandi icone del passato.
Con l’approdo a Raw, Cena inizia anche la sua prima grande rivalità istituzionale, quella con il general manager Eric Bischoff. Una faida costruita con toni più controllati e meno sovversivi, ma chiaramente ispirata a un modello narrativo che aveva segnato la storia della WWE: lo scontro tra Stone Cold Steve Austin e Vince McMahon durante la Attitude Era. Anche in questo caso, il campione viene contrapposto al potere, all’autorità che cerca di limitarlo, di ostacolarlo, di metterne in discussione la legittimità.
La differenza è nello stile. Se Austin incarnava la ribellione anarchica e brutale contro il sistema, Cena rappresenta una versione più vellutata e compatibile con la nuova immagine aziendale: non distrugge l’autorità, la sfida sul piano morale, resistendo alle pressioni e rivendicando il diritto di essere campione. È una trasposizione aggiornata e addomesticata di un archetipo narrativo già collaudato, adattato però a una WWE che sta progressivamente abbandonando l’eccesso per puntare su un prodotto più ordinato e universalmente spendibile.
Quella faida segna un ulteriore passaggio chiave: John Cena non è più soltanto un atleta che difende una cintura, ma un personaggio che regge l’intero racconto settimanale. Raw diventa il teatro della sua centralità, e la WWE inizia a costruire attorno a lui una narrazione continua, fatta di sfide, pressioni istituzionali e legittimazione costante. È lì che Cena smette definitivamente di essere “il prossimo grande nome” e diventa, a tutti gli effetti, il volto della compagnia.
Da quel punto in poi la sua carriera si trasforma in un binario doppio: da una parte la competizione scenica, dall’altra la gestione di un ruolo istituzionale. Cena diventa il volto che la WWE porta ovunque, quello che può sostenere la pressione delle arene e delle telecamere, il nome che fa da collante tra i fan più giovani e il pubblico storico. Non è un percorso privo di contraddizioni: per anni una parte della platea lo contesta, lo fischia, lo accusa di essere “troppo” protetto, troppo centrale, troppo inevitabile. Ma il paradosso è proprio questo: anche il dissenso diventa prova della sua centralità. Nel bene e nel male, Cena è sempre il metro di misura.
Con l’ascesa definitiva di John Cena, la WWE entra gradualmente in una nuova fase della propria identità editoriale, una trasformazione che diventerà ufficiale a partire dal 2008 con l’adozione del rating PG. La compagnia sceglie consapevolmente di avvicinarsi a un pubblico sempre più giovane e familiare, ridimensionando linguaggio, violenza e provocazioni esplicite. L’era di John Cena diventa così il volto di una WWE pensata per i giovanissimi, facilmente sponsorizzabile e adatta a una diffusione globale, soprattutto televisiva.
Questa scelta segna però una frattura profonda con il passato recente. La Ruthless Aggression dei primi anni Duemila aveva rappresentato un punto di equilibrio quasi perfetto tra due mondi: da un lato l’eredità più spettacolare e iconica della Gimmick Era, quella di Hulk Hogan, Ultimate Warrior e André the Giant; dall’altro la brutalità narrativa e il linguaggio sopra le righe della Attitude Era, dominata da figure come Stone Cold Steve Austin, The Rock, Triple H, The Undertaker e Mick Foley. Era un wrestling che sapeva essere intenso senza diventare caricatura, duro senza rinunciare alla costruzione atletica e tecnica.
In quel contesto si erano affermati protagonisti che oggi vengono ricordati come l’ossatura di una WWE più adulta e credibile: Brock Lesnar, Kurt Angle, Eddie Guerrero, Rey Mysterio, Batista, Randy Orton, atleti capaci di coniugare carisma e fisicità con una narrazione meno infantile e più competitiva. La Ruthless Aggression parlava a un pubblico trasversale, intercettando chi proveniva dall’Attitude Era senza allontanare chi cercava uno spettacolo più “sportivo”.
Con la piena affermazione di Cena come volto aziendale, quel compromesso viene progressivamente abbandonato. Il suo personaggio, fondato su resilienza, messaggi positivi e slogan come Never Give Up, diventa il perno di una WWE più pulita, più rassicurante, ma inevitabilmente meno ruvida. Per molti fan storici, la PG Era coincide con la perdita di quella zona di confine che rendeva il prodotto WWE un’esperienza condivisa tra adolescenti e adulti, capace di parlare linguaggi diversi senza rinnegare la propria intensità.
John Cena, in questo processo, non è tanto il colpevole quanto il simbolo perfetto. La sua immagine spendibile, la sua longevità e la sua capacità di incarnare un eroe positivo lo rendono l’uomo ideale per accompagnare la WWE verso una fase più commerciale e controllata. È anche per questo che il suo nome divide ancora oggi: icona indiscutibile per alcuni, emblema di una svolta che ha cambiato per sempre il volto del wrestling mainstream per altri.
Arriviamo così alla fase più delicata: gli addii annunciati. Nel 2024, durante Money in the Bank, Cena dichiara che il 2025 sarà il suo anno conclusivo, legando l’idea di ritiro a una timeline precisa e trasformando la fine in un evento progressivo, diluito, metabolizzato. È la differenza tra sparire e salutare: Cena sceglie la seconda strada, quella che consente ai fan di accompagnarlo, di vivere l’uscita di scena come una storia e non come un comunicato.
Negli ultimi mesi della sua carriera, John Cena vive una svolta narrativa praticamente inesistente nei due decenni precedenti: un vero turn heel, ovvero un passaggio ufficiale al ruolo di “cattivo” dopo anni di predominanza come face, simbolo positivo della compagnia. Questo momento ha luogo al WWE Elimination Chamber del 1° marzo 2025 a Toronto, dove Cena vince la Chamber match contro CM Punk per guadagnarsi una title shot mondiale per WrestleMania. Subito dopo il match, in un colpo di scena sorprende il pubblico, Cena attacca Cody Rhodes, abbracciando apertamente l’alleanza con The Rock e il rapper Travis Scott, segnando così il suo primo heel turn dal 2003.
Quella svolta viene costruita deliberatamente come parte del suo “Last Time Is Now Tour”, la lunga stagione di addii che accompagnerà il suo ritiro annunciato fin dal Money in the Bank 2024. In quella storyline Cena si presenta non più come l’eroe invincibile che per anni ha combattuto per “Hustle, Loyalty, Respect” (impegno, lealtà, rispetto), ma come un uomo stanco, critico nei confronti del pubblico e intenzionato a fare le cose a modo suo, anche andando contro le aspettative. Dopo l’attacco a Rhodes, Cena critica apertamente il pubblico, accusandolo di non averlo mai rispettato davvero e dichiarando che avrebbe portato il titolo con sé fino al ritiro, un’affermazione che lo allontana ulteriormente dalla classica figura eroica.
Il turn heel di Cena è uno degli eventi più discussi del 2025: da una parte rappresenta una svolta radicale per un personaggio che per vent’anni era stato sinonimo di face; dall’altra, molti fan e commentatori giudicano la gestione inconsistente o poco approfondita, soprattutto perché non costruita nel corso di anni come sarebbe tradizionale nel wrestling, ma in pochi mesi e in funzione del ritiro imminente.
Alla fine, la WWE inserisce quel “giro di svolta” come elemento narrativo potente ma controverso, dando ai fan un’ultima immagine di Cena che spezza l’iconografia classica del campione buono, proprio al momento del suo ritiro. Ricordiamo come il compianto Hulk Hogan, l’idolo delle folle, l’eroe americano per anni, divenne al suo passaggio dalla WWF (così era chiamato all’epoca la WWE) alla WCW un “cattivo”, con la fondazione della leggendaria stable NWO (New World Order) con Scott Hall e Kevin Nash. Tuttavia, il buon Hulk passò al “male” mentre era ancora nel pieno della sua attività di wrestler.
Nel 2025, la WWE ufficializza anche la cornice dell’ultimo atto: l’ultima sfida di Cena viene annunciata come match principale di Saturday Night’s Main Event del 13 dicembre, al Capital One Arena di Washington, D.C. È un’operazione narrativa pulita: l’evento diventa “la notte dell’addio”, il ring si carica di significato e ogni dettaglio assume il valore del simbolo.
E poi si arriva al finale, tanto atteso, segnale di un’era che muore e un’altra che ora nasce. Cena affronta Gunther e la WWE costruisce la scena con l’idea più classica e al tempo stesso più crudele: la resa. L’ultimo match non è una passerella, non è una vittoria facile per chiudere col sorriso. È un passaggio di testimone duro, quasi “formativo” per l’avversario. Cena prova a reagire, trova spiragli, ma alla fine viene intrappolato e cede, chiudendo la carriera con una sconfitta che suona come dichiarazione: non sono qui per farmi celebrare, sono qui per consegnare futuro.
Questa è forse la chiave più interessante dell’addio di John Cena: la coerenza. Anche quando ha cambiato pelle – dal rapper alla superstar motivazionale, dall’uomo copertina al veterano che torna per eventi speciali – ha mantenuto una linea: essere utile al racconto WWE. In un mondo dove il ritiro spesso è un “forse”, un “chissà”, un “tornerò”, qui l’uscita di scena viene costruita come chiusura vera, con una data, un percorso, un ultimo avversario e una scena finale pensata per restare impressa.
Alla fine, ciò che resta non è soltanto un palmarès o una lista di match, ma l’idea che Cena abbia definito un modo moderno di essere superstar: riconoscibile, seriale, adatto alla TV globale, capace di vivere in un’arena e il giorno dopo in un talk show, in un grande evento e in una clip virale. È stato un personaggio pop prima ancora che un campione, e proprio per questo la sua uscita di scena sembra la fine di un’epoca televisiva.
Resta allora una domanda sospesa, inevitabile: John Cena tornerà in futuro per un “one more match”? Difficile dirlo, soprattutto in un mondo come quello del wrestling dove i confini tra addio definitivo e arrivederci sono sempre stati sottilissimi. La storia della WWE insegna che molti “no” pronunciati con convinzione si sono trasformati, col tempo, in silenziosi e inattesi “sì”.
Hulk Hogan è tornato a lottare più volte dopo quello che sembrava un ritiro irrevocabile; Bret Hart è rientrato sul ring a WrestleMania 26, nonostante una frattura profondissima con Vince McMahon nata dal celebre Montreal Screwjob; The Rock, dopo aver lasciato il wrestling per Hollywood, ha fatto ritorno più volte, trasformando ogni apparizione in un evento globale. Il passato, insomma, invita alla prudenza quando si parla di addii definitivi.
John Cena oggi chiude un’epoca con consapevolezza e controllo, ma il suo legame con la WWE resta forte, profondo, quasi naturale. Forse non tornerà mai a tempo pieno, forse non indosserà più i panni del lottatore attivo, ma nel wrestling la porta non si chiude mai del tutto. E finché esisterà una platea pronta ad alzarsi in piedi al suo ingresso, l’ipotesi di rivederlo un’ultima volta non potrà mai essere esclusa del tutto.
Perché certe leggende non dicono mai addio: restano semplicemente in attesa del momento giusto.



