Scuola

Dirigenti scolastici: stipendi più alti in arrivo, e i docenti?

Aumentano gli stipendi dei dirigenti scolastici e Valditara punta all’equiparazione con gli altri dirigenti pubblici.

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Mentre oggi, 16 ottobre, la scuola torna a scioperare e tra le rivendicazioni compare ancora una volta l’aumento degli stipendi, per i dirigenti scolastici arrivano novità concrete. Il nuovo contratto dell’Area Istruzione e Ricerca entra infatti nelle buste paga NoiPA proprio con la rata di ottobre. Per i presidi il CCNL 2022-2024 ha previsto incrementi medi complessivi di circa 500 euro lordi mensili per tredici mensilità. E il Governo vuole andare ancora oltre. Giuseppe Valditara ha ribadito che l’obiettivo finale è equiparare progressivamente la retribuzione dei dirigenti scolastici a quella degli altri dirigenti della Pubblica amministrazione.


Una scelta che, considerate le enormi responsabilità amministrative, contabili, organizzative e giuridiche di chi dirige una scuola, appare comprensibile. Il problema, allora, non è quanto guadagneranno i dirigenti. Il problema è capire perché la stessa attenzione economica non venga riservata a chi ogni giorno entra nelle classi. Perché anche il docente ha responsabilità enormi, professionali ed educative, che non terminano certo al suono della campanella. Eppure, quando si parla di stipendi, gli insegnanti italiani continuano troppo spesso a restare il fanalino di coda.

Il docente non vive di vocazione

Il segnale politico sulla dirigenza è chiarissimo: il decreto-legge n. 170 del 30 settembre ha stanziato altri 14 milioni di euro per il Fondo destinato alla retribuzione di posizione e di risultato dei dirigenti scolastici. La finalità dichiarata è la «progressiva armonizzazione» con la restante dirigenza pubblica non generale. Ed è giusto riconoscere economicamente responsabilità tanto gravose. Ma allora perché non applicare lo stesso principio anche ai docenti?


L’OCSE certifica che in Italia gli insegnanti della secondaria di primo grado guadagnano mediamente il 33% in meno degli altri lavoratori con istruzione terziaria. Un divario che non può più essere liquidato con qualche aumento contrattuale presentato ogni volta come una svolta epocale. Dietro le 18 ore settimanali di lezione di un docente delle superiori esiste infatti un lavoro che l’opinione pubblica continua spesso a non vedere.

Docenti italiani: aumenta la fatica ma non il salario


Ci sono lezioni da preparare, verifiche da costruire e correggere, programmazioni, consigli di classe, colloqui e riunioni.
Ci sono registri elettronici, relazioni, burocrazia e formazione continua. Ci sono poi coordinatori di classe, referenti di Educazione civica, presidenti di dipartimento e una lunga serie di incarichi aggiuntivi spesso remunerati con cifre irrisorie rispetto alle responsabilità assunte. La stessa OCSE ricorda che l’insegnamento in aula rappresenta soltanto una parte dell’orario di lavoro effettivo, al quale si aggiungono preparazione delle lezioni e correzione dei compiti.


Eppure sopravvive ancora la favola del professore che lavora poche ore e gode di interminabili vacanze.
Anzi, l’insegnante viene talvolta descritto come una figura inutile, privilegiata o persino obsoleta.
Nel frattempo il suo potere d’acquisto arranca e il prestigio sociale della professione continua a sgretolarsi.
È qui che emerge l’ipocrisia più grande: continuare a raccontare l’insegnamento come una “missione”.
Una professione può certamente essere vissuta con passione, ma la passione non paga il mutuo, le bollette o la spesa.
La vocazione non può diventare l’alibi con cui lo Stato giustifica retribuzioni strutturalmente insufficienti rispetto alla preparazione richiesta e alle responsabilità esercitate.

Dirigenti scolastici: giusto l’aumento, ma gli insegnanti non vivono di gloria


Se è giusto avvicinare economicamente un dirigente scolastico agli altri dirigenti pubblici, dovrebbe essere altrettanto giusto avvicinare un insegnante italiano ai colleghi europei e agli altri laureati della Pubblica amministrazione. Altrimenti continueremo a riempire convegni e comunicati con parole come “centralità”, “merito” e “valorizzazione”, lasciando però il docente sempre allo stesso posto. Al centro della scuola quando c’è da assumersi responsabilità, in fondo alla fila quando arriva il momento di pagarlo.

Immagine generata con Chatgpt

FONTI:

Adnkronos