Dal contrasto all’abilismo alla giustizia ambientale. Un’analisi intersezionale nel 50° anniversario della tragedia dell’ANIC-Enichem di Manfredonia

Dal contrasto all’abilismo alla giustizia ambientale:
Un’analisi intersezionale nel 50° anniversario della tragedia dell’ANIC-Enichem di Manfredonia
Mentre noi oggi celebriamo il 50° anniversario dello scoppio della colonna di lavaggio dell’ammoniaca, a Foggia si sta svolgendo il Disability Pride, cioè un evento sull’orgoglio disabile che considero importante, soprattutto nei nostri territori, dove la consapevolezza antiabilista è ancora in gran parte da immaginare, costruire e praticare.
Questa sera a Foggia si discuterà del libro “Decostruzione Antiabilista” di Claudia Maltese e Gresa Fazliu con la moderazione della giornalista Michela Salzillo.
Di frequente diciamo che femministe non si nasce, ma spesso si diventa, possiamo perciò traslare questa espressione anche in relazione all’antiabilismo: antiabiliste non si nasce, lo si diventa. Anche perché nell’ottica del femminismo intersezionale le lotte si intrecciano, si intersecano e si contaminano a vicenda.
Credo che ci siano persone che non conoscano le parole abilismo e di conseguenza antiabilismo. L’abilismo è la discriminazione che subiscono le persone disabili, una discriminazione che parte da un concetto di norma, di standard, ossia l’essere persone abili, quindi non disabili.
L’antiabilismo si occupa proprio di contrastare questa visione che in maniera consapevole o inconsapevole appartiene ad ogni persona perché assorbiamo la cultura abilista sin dall’infanzia, dai linguaggi, alle rappresentazioni che permeano nelle nostre menti e nelle nostre parole quotidiane.
Le parole assorbire e permeare mi permettono di fare un parallelismo di natura ecologica e ambientale.
Oggi è il 26 settembre. Una data simbolica per la nostra città perché il 26 settembre del 1976, nella piana di Macchia, frazione di Monte Sant’Angelo, ma adiacente al quartiere Monticchio di Manfredonia, lo scoppio ha comportato il rilascio in atmosfera di almeno 40 tonnellate di arsenico, da parte dell’industria ANIC- Enichem di proprietà dell’Eni.
Questo ha reso la città un sito S.I.N, un luogo che necessita di interventi di bonifica perché gli inquinanti, non solo l’arsenico, sono percolati nel terreno, inquinando il sottosuolo fino alla falda e il mare. Una bonifica ancora incompleta e parziale. Questo evento è accaduto solamente due mesi dopo rispetto alla tragedia di Seveso, dove il trattamento riservato dalle istituzioni è stato più tempestivo, probabilmente per la continua differenza esistente tra nord e sud. Una differenza che possiamo cogliere anche nella comunicazione e nell’informazione. Questa storia infatti, fuori dai confini locali, si conosce poco o per nulla, seppur la popolazione abbia avuto un ruolo attivo nella richiesta di chiusura della fabbrica, avvenuta nel 1993.
A partire dal 2015 a Manfredonia è stata condotta una ricerca epidemiologica partecipata che ha evidenziato le conseguenze sulla salute della popolazione e dell’ambiente. La città ha visto un aumento di tumori al polmone, problemi cardiovascolari, malformazioni congenite, tumori dello stomaco, della pelle. Non voglio dilungarmi troppo nell’analizzare questi aspetti, ma proprio per il principio di intersezione delle lotte, unita alla dimensione politica del diritto alla salute, ho ritenuto doveroso tracciare questo excursus in prospettiva g-locale, ricordando le parole dell’operaio Nicola Lovecchio in prima linea nel contrasto alla fabbrica, morto di tumore al polmone a soli 49 anni, “Il prioritario diritto alla salute non può essere subordinato al profitto”.
Le sue parole ci permettono di contrastare il capitalismo, quel sistema di potere che traccia il confine tra chi è produttivo e chi non lo è, così come dice Marta Russell, di recuperare la dimensione sociale e collettiva, di problematizzare questi dati, renderli manifesti, uscire dall’invisibilizzazione, allargando lo sguardo anche alla rete regionale, ricordando gli altri due siti S.I.N. della Puglia, Brindisi e Taranto e tutti i popoli inquinati di Italia e del mondo, per lottare per un sistema di sviluppo differente, che le donne di Manfredonia delle lotte degli anni 88/89 hanno definito vivibile, ossia che rispetti la vita.
Leggendo il libro di cui si discuterà questa sera a Foggia ho notato che si dà grande spazio all’importanza delle reti digitali e dei social network, “per creare spazi di discussione e confronto in cui parlare della propria condizione, darsi suggerimenti, consigli, scambiarsi informazioni, raccontare la propria storia”.
È stato proprio questo passaggio negli ultimi anni a permetterci di acquisire nuovi sguardi e cominciare a decostruire i nostri personali e collettivi bias e pregiudizi in relazione alla disabilità, attraverso il racconto di persone con disabilità che hanno cominciato anche in Italia a fare proprio il motto dell’attivismo disabile: ”Nulla su di noi senza di noi”, principio cardine anche dei Disability Pride.
Io stessa ho cominciato ad aprire il mio sguardo proprio attraverso la rete, l’ascolto di persone autistiche in prima fase e poi di tutta la comunità disabile, sia in relazione alle disabilità visibili che invisibili. Inizialmente era un interesse professionale, per essere un’educatrice socio pedagogica alleata delle comunità, poi nel dicembre del 2020 mi sono ammalata anch’io e nel 2021 mi è stata diagnosticata una malattia autoinfiammatoria rara cronica chiamata pioderma gangrenoso.
Sono grata alle creator per aver dato origine a community di ascolto, di confronto e di decostruzione, in modo tale da essere in parte non totalmente a digiuno dell’approccio antiabilista, quando mi ha riguardato personalmente. Proprio per questo dobbiamo fare in modo che la lotta antiabilista parta sin dall’infanzia, nell’analizzare criticamente linguaggi, rappresentazioni, senso del sé, per promuovere l’autodeterminazione delle persone con disabilità e opporci al pietismo, l’infantilizzazione, la tragedia, ma anche l’ispirazione motivazionale.
Ora il mio impegno diventa ancora più incisivo, dato che vivo la malattia sulla mia pelle, in senso non solo metaforico, ma letterale.
Anche in questo caso parlarne mi permette di uscire dall’invisibilità, fare luce sulle malattie rare, informare, nella speranza di trovare qualche altra persona con cui potermi rispecchiare, così come si legge nel libro Decostruzione antiabilista “a me è capitato solo una volta di trovare una ragazza con la stessa variante della mia stessa patologia. È stata un’esperienza incredibilmente emozionante, era la prima volta che mi trovavo faccia a faccia con qualcun “come me” e mi sono sentita felice. Felice di non essere solo io”.
Continuiamo a ricordare il 26 settembre 1976, richiediamo giustizia sociale e ambientale, “giustizia riparativa”, con uno sguardo critico alla decostruzione dell’abilismo.
Angela la Torre


