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25 aprile: la libertà non ha padroni (e nemmeno un’unica voce)

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25 aprile: la libertà non ha padroni (e nemmeno un’unica voce)

Ogni anno, puntuale come la primavera, il 25 aprile torna a essere non solo memoria, ma terreno di scontro. E puntualmente riaffiora un vizio duro a morire: l’idea che la Liberazione sia un marchio registrato, una proprietà privata con tanto di custodi pronti a stabilire chi è “degno” di celebrarla e chi no. È una deriva pericolosa. Perché la storia non è un buffet da cui scegliere solo ciò che conviene, né una bandiera da piantare per escludere gli altri. La Liberazione d’Italia non appartiene a una sola parte, a un solo colore, a una sola narrazione.

I fatti, quelli veri, raccontano altro.

L’Italia fu liberata grazie a una pluralità di forze. I partigiani, certo, ma non un blocco monolitico: comunisti delle brigate Garibaldi, cattolici delle Fiamme Verdi, azionisti di Giustizia e Libertà, socialisti delle Matteotti, militari delle Brigate Autonome fedeli al Regno. Mondi diversi, spesso lontani tra loro, che seppero però combattere insieme per un obiettivo comune.

E poi ci sono i numeri, quelli che non si piegano alle polemiche: oltre 120.000 soldati alleati americani, britannici, polacchi, brasiliani e del Commonwealth caduti sul suolo italiano. Giovani arrivati da migliaia di chilometri per contribuire alla sconfitta del nazifascismo. Senza il loro intervento, la Resistenza da sola non avrebbe potuto cambiare il corso della guerra.

Tra questi, anche i volontari della Brigata Ebraica: circa 5.000 uomini che combatterono sul fronte italiano, dal Senio alla liberazione della Romagna. Uomini che portavano sul braccio il simbolo di un popolo perseguitato e sterminato, e che scelsero comunque di lottare anche per la libertà degli altri.

Ricordare tutto questo non è revisionismo. È, semplicemente, rispetto della verità storica.

Eppure, oggi assistiamo a un progressivo impoverimento di questa memoria condivisa. Celebrazioni trasformate in prove di appartenenza, piazze dove si distribuiscono “patenti” di legittimità, momenti istituzionali piegati a letture parziali.

Quanto accaduto a Manfredonia ne è un esempio emblematico. Durante la cerimonia ufficiale, la banda cittadina ha eseguito Bella Ciao, su esplicita richiesta del Sindaco Domenico La Marca e fuori dal cerimoniale previsto. Un’iniziativa che, al di là delle intenzioni, è stata percepita da alcuni presenti come inopportuna rispetto al contesto istituzionale, portando componenti dell’Associazione Arma Aeronautica a defilarsi in segno di dissenso.

Fin qui, si tratterebbe di una dinamica comprensibile: sensibilità diverse, letture diverse di un momento pubblico.

Ma ciò che è accaduto dopo è ben più grave.

Il Sindaco è stato oggetto di attacchi sproporzionati e spesso scomposti, mentre il gesto dei presenti è stato a sua volta strumentalizzato. Una spirale che ha trasformato una giornata di memoria in una polemica sterile, amplificata da commenti social che hanno trascinato tutto in una dimensione indecorosa.

Eppure, basterebbe fermarsi un attimo e ricordare davvero.

Nella foto che ho scelto ho voluto inserire la bandiera della Marina Militare. Non è un dettaglio estetico, né casuale. È qualcosa che mi porto dentro da anni. Perché c’è una vicenda che ho studiato, approfondito quasi in maniera ossessiva, e che ogni volta mi lascia lo stesso nodo allo stomaco: quella della Corazzata Roma.

Il 9 settembre 1943 quella nave salpò da La Spezia. Non era una missione d’attacco, ma un viaggio carico di incertezza. L’Italia aveva appena firmato l’armistizio e la flotta si stava dirigendo verso la consegna agli Alleati. Una pagina già complessa, già dolorosa.

Poi, in pochi minuti, tutto finì.

Al largo dell’Asinara, bombardieri tedeschi colpirono la Roma con bombe guidate. Una penetrò nel cuore della nave, fino al deposito munizioni. L’esplosione fu devastante. La nave si spezzò, si inclinò, e scomparve in mare portando con sé oltre 1.300 uomini. Tra loro, l’ammiraglio Carlo Bergamini.

Quando ripenso a quella scena, che ho ricostruito leggendo, studiando, cercando ogni dettaglio possibile, non riesco a viverla come un semplice episodio storico. È come se quel momento rappresentasse tutto il dramma di un Paese: uomini in uniforme, in mezzo al mare, colpiti mentre cercavano di obbedire a un ordine, mentre la storia cambiava direzione sopra le loro teste.

È una ferita.

E quella ferita, per me, sta dentro il significato stesso del 25 aprile.

Perché la Liberazione non è fatta solo di simboli, slogan o canzoni. È fatta di sacrifici diversi, di storie che non sempre combaciano, di uomini che si sono trovati dalla stessa parte della storia anche partendo da posizioni lontane.

Bella Ciao è un simbolo potente, ma non è l’unico. Non può diventare una linea di confine tra chi è dentro e chi è fuori.

La Liberazione è stata, forse per l’unica volta nella nostra storia, un momento di unità nella diversità: il prete e l’operaio, il monarchico e il socialista, il militare e il civile. Persone diverse che hanno combattuto insieme, nonostante tutto.

Oggi, invece, rischiamo di fare l’opposto: dividerci proprio nel giorno che dovrebbe ricordarci cosa significa essere uniti.

La libertà conquistata nel 1945 non ha padroni. Non appartiene a una parte politica, né a un’ideologia. Appartiene a tutti.

Ridurre il 25 aprile a una polemica da social, a un pretesto per attaccare o per autocelebrarsi, è uno spettacolo indecoroso.

La memoria merita rispetto. Tutta.

Anche quella che fa male.

Antimo CESARO

Ass. Amm.vo del Ministero della Difesa

(ex sott.le della Marina Militare)

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