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Servizi ai pazienti, gli enti religiosi accreditati in Puglia non possono più garantire l’assistenza ex art. 26, L. 833/78

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ASSISTENZA EX ART. 26, L. 833/78: GLI ENTI RELIGIOSI ACCREDITATI IN PUGLIA NON POSSONO PIÙ GARANTIRE I SERVIZI AI PAZIENTI

Le strutture aderenti ad ARIS PUGLIA, e gli altri Enti che operano da decenni nel settore della riabilitazione ex art. 26 Legge n. 833/1978, sentono il dovere di rivolgere un appello pubblico, forte ma responsabile, alle istituzioni nazionali, regionali e all’intera comunità pugliese.

Clicca qui per scaricare il pdf del comunicato A.R.I.S.

La questione oggi posta non riguarda soltanto gli enti gestori, i loro bilanci o la loro organizzazione interna. Riguarda il futuro stesso della presa in carico riabilitativa in Puglia. Riguarda bambini, adulti, persone con disabilità, famiglie che ogni giorno affidano ai centri accreditati percorsi di cura, continuità terapeutica, sostegno educativo, assistenza e speranza. Riguarda lavoratori che con professionalità garantiscono servizi complessi e delicati. Riguarda territori nei quali, spesso, questi presidi rappresentano l’unica risposta concreta a bisogni che il sistema pubblico, da solo, non riesce a soddisfare.

Oggi questo patrimonio di esperienza, professionalità e servizio rischia seriamente di andare dissolto.

La riabilitazione pugliese vive infatti una fase di gravissima difficoltà, determinata da un insieme di fattori che da tempo ARIS Puglia ha rappresentato alla Regione e che, allo stato, non risultano ancora adeguatamente affrontati.

Il percorso di riconversione avviato con la DGR n. 1933 del 9 dicembre 2025 rende ancora più urgente questa riflessione. Tale provvedimento, nel dare attuazione al piano di riconversione dei posti e delle prestazioni dei presidi di riabilitazione, sulla base di un fabbisogno risalente a 11 anni fa, apre una fase delicatissima, dalla quale decorrono i termini (18 mesi) entro i quali le strutture dovrebbero adeguarsi a requisiti organizzativi che presuppongono la disponibilità di figure professionali di difficile reperimento: medici specialisti in Neuropsichiatria infantile e in Fisiatria, logopedisti e le altre figure della riabilitazione, tra cui i Terapisti della Neuropsicomotricità dell’età evolutiva, per i quali in Puglia non è attivo nemmeno il corso di laurea. Un impianto operativo costruito senza il necessario coinvolgimento degli enti erogatori, di incerta interpretazione e che, ad invarianza di risorse messe a disposizione, rischia di dimezzare i servizi offerti ai cittadini, con un contestuale allungamento delle liste d’attesa.

Se da una parte si richiedono più elevati standard di assistenza, dall’altra non si garantisce alle strutture la corresponsione di una adeguata remunerazione dei fattori produttivi necessari. Le tariffe delle prestazioni ex art. 26 in Puglia sono sostanzialmente ferme da oltre vent’anni.

A fronte di un incremento dei prezzi pari a circa il 43% dal 2007, e dal solo 2022 del 16%, la Regione Puglia, nello stesso arco temporale, ha riconosciuto un unico adeguamento tariffario, pari al 7%, avvenuto nel 2022 (peraltro neppure erogato, ad esempio, nella ASL di Lecce): un intervento del tutto insufficiente, che ha lasciato gli enti in una condizione strutturale di sottofinanziamento.

A questa criticità si aggiunge l’obbligo di applicazione del CCNL AIOP, richiamato tra i requisiti ulteriori di accreditamento e posto quale condizione per il mantenimento del rapporto con il sistema sanitario regionale. Su questo punto A.R.I.S. Puglia ritiene doveroso ribadire, con chiarezza e senso di responsabilità, che in altre Regioni la previsione di simili prescrizioni è stata giudicata illegittima dal Consiglio di Stato (cfr. CdS, III, n. 6473/2019), oltreché incompatibile con gli artt. 3 e 41 della Costituzione da parte della Consulta (sent. 113/2022). Inoltre, la questione dell’applicabilità di tale vincolo ai Centri di riabilitazione pugliesi è ancora sub iudice.

Su questo obbligo si registra una vistosa contraddizione interna allo stesso schieramento sindacale, tra il livello regionale e quello nazionale. In sede regionale, sono state le segreterie territoriali delle Organizzazioni sindacali a sollecitare e sottoscrivere con la Regione il “Protocollo d’Intesa” che impone ai Centri di Riabilitazione l’applicazione del CCNL dell’ospedalità privata in luogo del contratto proprio del settore: un obbligo definito senza alcun coinvolgimento degli enti erogatori, che pure ne sostengono per intero i costi. In sede nazionale, le medesime Organizzazioni – a Roma, il 18 giugno 2026 – hanno avviato il rinnovo proprio di quel contratto di settore, il CCNL per il personale dei Centri di Riabilitazione e delle RSA (sottoscritto il 5 dicembre 2012 e oggetto dell’Accordo Ponte del 24 gennaio 2024).

La contraddizione è evidente e dirimente: non si rinnova un contratto che si ritiene nullo o inapplicabile. Avviarne il rinnovo significa, sul piano negoziale, riconoscerlo come lo strumento vigente e di riferimento per il comparto. La pretesa sostenuta a livello regionale dalle stesse sigle – secondo cui i Centri dovrebbero abbandonare quel contratto per applicare, a pena di sospensione e revoca dell’accreditamento, il più oneroso CCNL dell’ospedalità privata – risulta così oggettivamente smentita dalla condotta tenuta dalle medesime Organizzazioni in sede nazionale.

A.R.I.S. Puglia richiama inoltre il verbale del 22 giugno 2023 tra ARIS Regionale e OO.SS. regionali, nel quale le parti avevano individuato come sede propria della controversia un tavolo sindacale e istituzionale con la Regione e si erano impegnate a sollecitare congiuntamente le necessarie modifiche tariffarie. A ciò si aggiunge l’Accordo Ponte del 24 gennaio 2024, con cui le stesse parti, a livello nazionale, hanno definito misure evolutive del trattamento economico del personale compatibili con la sostenibilità delle strutture. Non è dunque coerente sostenere a livello regionale una soluzione diversa, più onerosa e priva di adeguata copertura.

Quello che rende questa situazione ancora più sconfortante è che le stesse autorità regionali, nei confronti informali con i rappresentanti degli enti, non negano la realtà: riconoscono l’inadeguatezza delle tariffe, ammettono l’insufficienza del fondo destinato alla riabilitazione, ma riferiscono di non avere margini di azione a causa dello spaventoso disavanzo del bilancio sanitario regionale del 2025.

E infatti, in un bilancio sanitario regionale di dimensioni rilevanti – circa 9 miliardi di euro – la Regione Puglia destina alla riabilitazione appena 130 milioni di euro l’anno, risorse non proporzionate al ruolo che essa svolge: significa trattare il terzo pilastro della sanità come una voce residuale. Ma la riabilitazione non viene dopo la cura: spesso è ciò che consente alla cura di produrre effetti reali nella vita quotidiana delle persone. Per una persona con disabilità, per un bambino con bisogni complessi, per una famiglia che affronta ogni giorno difficoltà educative, motorie, cognitive o relazionali, la riabilitazione non è un servizio accessorio. È continuità, dignità, inclusione, possibilità.

A.R.I.S. Puglia comprende la complessità del momento, ma non può che evidenziare come l’attuale impasse stia non solo trasferendo il peso del sistema sugli enti accreditati, bensì imponendo loro oneri che, per natura e dimensione, risultano oggettivamente insostenibili.

La tutela dei centri di riabilitazione non coincide con un interesse particolare di categoria, ma con la tutela del diritto alla cura e alla riabilitazione di migliaia di cittadini pugliesi. È in questo spirito che A.R.I.S. Puglia auspica che la Regione voglia aprire senza ulteriori ritardi un tavolo effettivo di confronto, capace di tradurre in atti concreti gli impegni già assunti e di scongiurare il rischio, più volte rappresentato, di un progressivo collasso del sistema riabilitativo pugliese.

Trovare una soluzione è una responsabilità istituzionale che non può essere elusa se non al prezzo dell’abbandono, silenzioso ma gravemente colpevole, di un sistema che ancora funziona, e delle persone fragili che da quel sistema dipendono.

Non si può chiedere agli enti di fare miracoli amministrativi ed economici. Non si può pretendere che strutture senza scopo di lucro continuino a coprire con risorse proprie ciò che dovrebbe essere finanziato dal sistema sanitario regionale, finendo per erodere giorno dopo giorno il loro equilibrio economico e finanziario e, quindi, la loro capacità di curare le persone disabili. Non si può pensare che le famiglie assorbano le conseguenze di scelte programmatorie non sostenibili.

Questa lettera aperta nasce da una preoccupazione reale, ma anche da una volontà costruttiva. Nessuno intende sottrarsi al confronto. Nessuno vuole difendere rendite di posizione. Nessuno nega l’esigenza di qualità, trasparenza e appropriatezza. Ma proprio perché la qualità è un valore, essa deve essere resa possibile. La qualità non si impone soltanto con i regolamenti: si costruisce con risorse adeguate, programmazione realistica, ascolto dei territori e rispetto di chi ogni giorno lavora accanto alle persone fragili.

Noi siamo pronti al dialogo. Ma non assisteremo in silenzio allo smantellamento della sanità riabilitativa pugliese.