Spettacolo Italia

Quei due sopra il varano, la sitcom con Enzo Iacchetti e Lello Arena

Nel 1997 Canale 5 sperimenta una sitcom di seconda serata con Enzo Iacchetti e Lello Arena: Quei due sopra il varano.

[esi adrotate group="1" cache="public" ttl="0"]

Tra le stranezze televisive anni Novanta che oggi sembrano uscite da un universo parallelo, Quei due sopra il varano occupa un posto speciale: una sitcom italiana pensata come prolungamento “comico-narrativo” del mondo di Striscia la notizia, piazzata al venerdì in seconda serata subito dopo Paperissima su Canale 5, nel biennio 1996-1997. La rete provava a tenere il pubblico agganciato a un “tris” firmato Ricci, come sottolineavano anche i commenti e le cronache TV dell’epoca. Il cuore della serie era la coppia Enzo Iacchetti–Lello Arena (allora partner anche a Striscia), incastrata in una commedia di equivoci, bidoni da spettacolo e piccoli personaggi da retrobottega dello showbiz.

La messa in onda nel 1996 e il “venerdì di Ricci” in seconda serata

Il dato-chiave per inquadrarla è la collocazione: venerdì, seconda serata, subito dopo Paperissima su Canale 5. È un dettaglio tutt’altro che ornamentale, perché spiega il tono: una sitcom che non puntava alla famiglia sul divano alle 21.00, ma a un pubblico già “scaldato” dalle gag e dagli strafalcioni del varietà. La serie va in onda tra il 1996 e il 1997 dentro quella logica di filiera: Striscia/Paperissima/Varano come pacchetto del venerdì, un piccolo ecosistema comico dove facce, autori e ritmo si richiamavano a vicenda.

Trama: sopra l’appartamento, sotto il negozio “Non Solo Varano”

La premessa è costruita per generare collisioni: Enzo (Iacchetti) vive in una casa “occupata” degli zii, praticamente assenti, ed è fidanzato con Nora (Eleonora Cajafa). Sotto l’appartamento c’è il negozio di animali esotici, il famigerato “Non Solo Varano”, gestito dal padre di Nora, interpretato da Remo Remotti. In questo palazzo verticalmente comico entra Lello Cardella (Arena), agente dello spettacolo di scarso successo che si ritrova a maneggiare – e spesso a rovinare – la carriera e i tentativi di riscatto di Enzo. La sitcom vive di quel sottobosco di ingaggi improbabili, truffe “creative”, artisti da due soldi e numeri da avanspettacolo riciclato: il mondo dove tutti promettono, nessuno paga e però si continua a provarci. Il risultato è una “strana coppia” tutta italiana: non due coinquilini incompatibili per carattere (solo), ma due sopravvissuti che si trascinano a vicenda nel tentativo di emergere, mentre il piano terra – con il negozio e il suocero – diventa una centrale di interferenze.

Cast principale: Iacchetti, Arena, Cajafa, Remotti

Il quartetto stabile è quello che ancora oggi definisce la serie. Enzo Iacchetti interpreta Enzo Riboldazzi, motore “inerme” delle disgrazie. Lello Arena è Lello Cardella, l’agente: faccia tosta, entusiasmo a corrente alternata e rabbia pronta a scattare. Eleonora Cajafa è Nora, fidanzata e spesso testimone impotente del caos prodotto dalla coppia; il più delle volte va su tutte le furie col fidanzato. Remo Remotti è il padre di Nora e proprietario del negozio di animali: simpatico e gioviale, vera figura comica dello show. Sulla regia le schede convergono sul nome di Silvia Arzuffi e sulla produzione RTI.

Autori e “DNA” di Striscia: il debutto seriale di Antonio Ricci

Qui c’è un pezzo interessante di storia Mediaset: la serie viene ricordata come il debutto di Antonio Ricci nella scrittura di una serie TV, affiancato da firme interne o orbitanti a Striscia come Max Greggio, Gennaro Ventimiglia e Lorenzo Beccati. Il senso dell’operazione era chiaro: non fare una sitcom “qualunque”, ma costruire un racconto comico con lo stesso gusto per la caricatura, l’imitazione, i personaggi-lampo e le incursioni metatelevisive. In pratica: un misto di sitcom e varietà.

Guest star e camei: quando la sitcom diventava vetrina

Un altro tratto tipicamente anni Novanta è la quantità di presenze “ospiti”. Si ricorda una sfilata di guest star che va da Pamela Prati a Riccardo Garrone, da Emilio Fede a Paolo Brosio, passando per Maurizio Mattioli, Carlo Croccolo, Gisella Sofio, Carlo Reali, e persino presenze in prestito da Striscia come Gero Caldarelli (ricordato come l’interprete del Gabibbo) e Dario Ballantini. Questa scelta non era casuale: messa dopo Paperissima, la sitcom poteva permettersi un ritmo “da evento”, dove ogni puntata aveva l’ospite che dava colore e faceva da gancio promozionale. È la televisione generalista che usa la serialità come corridoio, non come cattedrale.

Tormentoni e frasi cult: “Animaaa’” e “E l’omo campa!”

Come molte sitcom di matrice anni Novanta, Quei due sopra il varano faceva largo uso di tormentoni verbali, elementi fondamentali per fissare i personaggi nella memoria del pubblico e creare una riconoscibilità immediata. Non si trattava di semplici battute ripetute, ma di veri e propri segni distintivi caratteriali, capaci di sintetizzare rapporti, conflitti e gerarchie tra i protagonisti.

In particolare, il personaggio interpretato da Lello Arena era noto per l’uso ricorrente dell’esclamazione “Animaaa’”, pronunciata nei momenti di rabbia o esasperazione e rivolta quasi sempre al personaggio di Enzo Iacchetti. Il termine, derivato dal dialetto napoletano e usato come storpiatura ironica di “animale”, funzionava da sfogo comico ma anche da marchio linguistico, rafforzando il contrasto tra i due e il loro rapporto fatto di complicità, nervosismo e continua sopraffazione reciproca.

Altrettanto significativa era la frase “E l’omo campa!”, ripetuta dal personaggio interpretato da Remo Remotti e ripetuta alla fine di ogni puntata dopo la sigla di chiusura. L’espressione, usata come commento fatalista alle disavventure altrui, condensava una visione disincantata e cinica della vita: si sopravvive, si tira avanti, nonostante tutto. Inserita nel contesto della sitcom, la battuta assumeva un valore quasi filosofico, diventando una sorta di chiosa ricorrente che chiudeva molte situazioni paradossali.

Come già specificato, questi tormentoni non erano meri riempitivi, ma parte integrante della scrittura: contribuivano alla costruzione dell’identità dei personaggi e rafforzavano quel senso di familiarità che, all’epoca, rappresentava uno dei punti di forza della sitcom italiana.

Perché la sitcom funzionerebbe ancora oggi

Il titolo è già un manifesto: non “Quei due sopra il bar”, non “in condominio”, non “in ufficio”. Il varano – animale esotico e inquetante – è un simbolo perfetto del mondo rappresentato: una quotidianità normale che convive con qualcosa di assurdo sotto casa.

Il negozio “Non Solo Varano” serve da macchina narrativa: ti garantisce clienti strani, problemi strani, incidenti strani, e soprattutto un suocero che può entrare con lo stesso preavviso con cui inizia un temporale. C’è poi il retroscena industriale: Canale 5, a metà anni Novanta, tenta di trasformare le facce forti di Striscia in personaggi seriali, senza snaturarle. Non è un caso che le schede insistano sul legame con Ricci e con il gruppo di autori “di casa”. Infine, l’effetto “capsula del tempo”: guardando lo show (le cui puntate purtroppo non sono disponibili su nessuna piattaforma Mediaset) si ritroverebbe un modo di fare comicità televisiva che mischia avanspettacolo, satira leggera e cameo, prima che la sitcom italiana si standardizzasse in altri modelli.

Un oggetto Mediaset anni Novanta da riscoprire

Nel 1997 Quei due sopra il varano era, in sostanza, il “terzo tempo” del venerdì: dopo il varietà delle papere arrivava la sitcom che proseguiva l’umore comico con un racconto e una piccola comunità di personaggi. E la cosa bella è che, nel suo essere prodotto di un’epoca precisa, resta riconoscibile: due protagonisti che si incastrano, un suocero irresistibile e impiccione che ti ritrovi anche sotto il letto, un negozio di animali come calamita di assurdità, ospiti che passano come comete, e quel sapore da “televisione che non ha paura di essere strana”.

Perché oggi la TV italiana non osa più con le sitcom?

La domanda è legittima e, guardando al passato, persino inevitabile. L’Italia ha avuto una tradizione di sitcom più che dignitosa, soprattutto tra anni Ottanta e Novanta, quando prodotti come Casa Vianello, Nonno Felice, Finalmente soli e la stessa Quei due sopra il varano dimostravano che era possibile adattare il formato seriale comico al gusto nazionale senza scimmiottare troppo l’estero. Oggi, invece, quel coraggio sembra evaporato.

Il primo motivo è industriale: la sitcom è un genere che richiede tempo, continuità e fiducia. Funziona per accumulo, per affezione progressiva ai personaggi, non per l’effetto immediato dell’Auditel della prima puntata. La televisione generalista contemporanea, invece, è sempre più prigioniera del risultato istantaneo, del format-evento, del programma che deve “sfondare” subito o viene accantonato.

C’è poi un cambio profondo nel linguaggio comico. Le sitcom degli anni d’oro nascevano da maschere riconoscibili, tormentoni, caratteri ripetuti che oggi verrebbero bollati troppo in fretta come “datati” o “poco inclusivi”, senza tentare un vero aggiornamento creativo. Il paradosso è che si rinuncia al genere invece di farlo evolvere.

Un altro fattore è la frammentazione del pubblico. Le sitcom italiane funzionavano perché parlavano a una comunità nazionale compatta, abituata a guardare gli stessi programmi negli stessi orari. Oggi il pubblico è disperso tra piattaforme, binge watching, streaming e consumo asincrono: la TV generalista fatica a immaginare una sitcom come luogo d’incontro collettivo, e preferisce puntare su fiction “chiuse” o su comedy one-man-show.

Infine, pesa una certa sfiducia culturale: per anni la sitcom è stata percepita come un genere minore, “televisivo” in senso deteriore, mentre all’estero — dagli Stati Uniti al Regno Unito — è stata trattata come laboratorio di scrittura, satira e costume. Eppure l’Italia ha dimostrato di saperlo fare, quando ha creduto nei suoi autori, nei suoi attori e nei suoi tempi.

Il risultato è una televisione che oggi guarda avanti con prudenza, ma forse dimentica che il futuro passa anche dal recupero intelligente del proprio passato.


[esi adrotate group="1" cache="public" ttl="0"]