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Quando il cinismo diventa l’unica legge per sopravvivere allo Stato. “Breve riflessione sulla società dei concorsi… e dintorni”

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“Breve riflessione sulla società dei concorsi… e dintorni” a cura del Prof. Flavio L. Belvedere

I concorsi PNRR sono stati presentati come la svolta epocale, lo strumento attraverso il quale sanare la storica frattura del precariato nella scuola pubblica italiana. Tuttavia, dietro alla narrazione ufficiale, emergono voci critiche dal mondo della scuola stessa, denunce che portano alla luce le falle di un impianto presentato come risolutivo.

Il volto dietro la penna

A firmare questa denuncia è Flavio L. Belvedere docente della scuola pubblica italiana, con due lauree magistrali, tre abilitazioni all’insegnamento e un’esperienza trasversale, che spazia dalla formazione professionale all’insegnamento scolastico in diverse discipline, tra cui Filosofia, Storia e Lettere. Il suo percorso di studi comprende, inoltre, ambiti quali la psicologia e la criminologia, che hanno contribuito alla sua formazione professionale. Prima dell’attività nella scuola, si è occupato di formazione rivolta a fasce sociali fragili, in particolare ai Neet.
È anche autore di sillogi poetiche premiate in concorsi nazionali.
Il suo intervento nasce da un’esperienza diretta dei concorsi PNRR e dalle ricadute che questi producono sul sistema scolastico.

La molla della denuncia

L’articolo nasce dalla necessità di rompere il silenzio e dalla frustrazione di assistere a un sistema obsoleto che tradisce la meritocrazia, ignorando integrità, competenza e passione. La sua è una lucida critica che dà voce a tanti professionisti stanchi e umiliati, che hanno scelto di non arrendersi, malgrado il vilipendio subìto per anni. È la denuncia filosofica e sociale di un pensatore arguto, in grado di stimolare il dissenso e ispirare una riflessione condivisa sul valore umano e sul futuro della scuola.

Dal concorso all’abominio civile: l’individualismo cinico e il disfacimento delle colonne del Paese

La competizione, nel suo impianto teorico più nobile, rappresenta il motore ineludibile del progresso civile, il meccanismo deputato a elevare il merito e a infondere rigore e credibilità nelle istituzioni. Essa incarna la promessa di una giustizia distributiva basata sul talento e sull’impegno profuso. Ma quando le dinamiche di questa gara vengono inquinate o distorte da presupposti strutturalmente fallaci, il suo esito si ribalta in una gazzarra che nega la sua stessa ragion d’essere. Si ha la netta sensazione che l’onestà si sia fatta zavorra per il meritevole. L’integrità, puro impedimento. E quel percorso, tessuto di paziente sacrificio e di passaggi conquistati con rigore, non costituisce più un requisito, bensì un’aggravante ingenuità. Il successo, ormai, non è primariamente retaggio della preparazione o dell’etica, ma diviene tributo alla capacità di navigare e adattarsi, con prontezza, tra le anfrattuosità di un apparato in piena agonia.

Due episodi recenti, l’epilogo dei concorsi PNRR per l’insegnamento e gli sbarramenti d’accesso alla facoltà di medicina, rappresentano indizi palesi di una profonda deriva sociale. Viviamo un’epoca in cui l’etica del bene comune è stata subornata da una distorta “ragion di Stato” a breve termine, tutta protesa al tornaconto individuale. Quando l’onestà intellettuale viene percepita come una vulnerabilità, la società ha ineluttabilmente smarrito il suo fondamento epistemologico, il quale dovrebbe incardinarsi sulla fiducia nella verità oggettiva e nella giustizia quale propulsore di sviluppo. Questo smarrimento non è solo un difetto morale, ma la negazione di una necessità razionale. È il disconoscimento di quell’ordine logico che Spinoza elevava a unica via per la libertà e la conoscenza vera, fondata sulla comprensione lucida delle cause e non sull’emozione cieca o sul calcolo egoistico.  Il processo invece, non si limita a un errore di selezione ma, nel suo assetto, potrebbe plasmare, nel medio e nel lungo periodo, un nuovo archetipo di uomo di successo, forgiato sulla scaltrezza. Palese è il nesso inscindibile tra potere e sapere analizzato da Foucault. L’autorità non si limita a reprimere, ma è essa stessa produttiva, definendo cosa costituisca la “verità” e la “competenza” accettabile per l’accesso. Così il sistema, legittima l’opportunismo come nuovo status professionale, ridefinendo ex lege i criteri di valore. L’astuzia, di per sé non viziosa in quanto utile strumento per decifrare la complessità, diviene qui inaccettabile perché innalzata a principio fondante, generando un individualismo esacerbato, che annienta la trasparenza e l’equa ripartizione e corrompe la struttura etica della convivenza civile. Socrate già ammoniva: “Quando la giustizia è corrotta, la cosa peggiore è che diventi la regola.”

La scuola al bivio tra ineffabilità della selezione e ragioni di bilancio

Il concorso PNRR3 si è concluso lasciando in eredità una scia di amarezza. Le fasi preselettive hanno rivelato un apparato non solo disorganizzato, ma strutturalmente iniquo. All’evidente disparità istituzionale, con prove disomogenee e commissioni disallineate, si è aggiunta l’apoteosi del nozionismo. Anziché discernere la competenza didattica effettiva, il test ha gravitato su un sapere ultra specifico e sovente sterile. Un labirinto burocratico di quesiti ambigui che ha premiato la memoria spicciola a scapito dell’intelligenza pedagogica. 

La doxa (l’opinione effimera, la nozione inerte) ha avuto la meglio sulla phronesis (la saggezza pratica). Laddove una probatio istituzionale premia la sterile accumulazione a detrimento della capacità di essere guida ed esempio, si consuma un’alienazione, anche marxianamente intesa, dalla funzione sociale stessa. Non posso non avvertire, per deformazione professionale, il richiamo all’imperativo categorico kantiano. Questo meccanismo ignora il concetto di morale universale, che dovrebbe informare ogni azione, preferendo agire in base a un calcolo egoistico e strumentale, piuttosto che secondo una massima che si vorrebbe erigere a legge universale, quale, ad esempio, l’integrità. Non bastasse questa impostazione controversa, le denunce sull’uso di ausili tecnologici vietati, hanno offuscato ulteriormente il procedimento. Chi ha onorato il principio di probità si è visto ostacolato da chi ha optato per scorciatoie maliziose. In questo contesto, forse, Pascal avrebbe commentato che “Non è la forza, ma l’opinione, che governa gli uomini.” L’opinione, in questo caso, di coloro che reputano non solo lecito, ma persino necessario, agire con sagacia e destrezza.

Nel frattempo, il Ministero può sbandierare di aver pacificato la coscienza con l’Europa, eludendo sanzioni sulla stabilizzazione dei precari, ma la patologia strutturale perdura: l’esercito dei 250.000 precari non viene sanato poiché il loro status concede un enorme risparmio (stipendi estivi non corrisposti e scatti di anzianità non contemplati, per esemplificare). Il risparmio sull’istruzione si traduce in un risparmio sul futuro.

La sanità a rischio. La penuria di salvatori e l’abbondanza di esteti

Il disfacimento non si arresta all’istruzione. L’eco delle polemiche sui test d’ingresso per la facoltà di Medicina rivela un idem sentire strutturale. Ragazzi che hanno studiato alacremente si vedono superare dai soliti opportunisti. La conseguenza è drammatica: stiamo parlando dei futuri professionisti ai quali sarà demandata la cura delle nostre vite. Il paradosso si fa agghiacciante: la penuria funzionale nei pronto soccorso italiani registra un deficit di almeno 3.500 medici, equivalente al 38% del fabbisogno complessivo. L’emergenza si sorregge su soluzioni precarie, come i costosi “gettonisti”, e turni scoperti. Le dichiarazioni del parlamentare Crisanti a tal proposito sono esaustive: “Non è che noi abbiamo pochi medici. Noi non abbiamo radiologi, non abbiamo anestesisti, non abbiamo specialisti di medicina d’urgenza e non abbiamo patologi, e perché? Perché non li paghiamo. È da vent’anni che gli stipendi dei medici sono fermi.”

E mentre i professionisti essenziali scarseggiano, il settore che alimenta l’egocentrismo narcisistico prospera. L’Italia è tra i Paesi leader globali per interventi di chirurgia e medicina estetica, con un incremento complessivo delle procedure che ha toccato il 40% negli ultimi anni. La società non investe sulla sostanza, ma sull’illusione e la parvenza. È il trionfo della fenomenologia del superfluo.

I piloni portanti in dissoluzione

La degenerazione delle priorità è un male sistemico che erode le fondamenta dello Stato civile. La loro selezione, oggi più che mai, non può limitarsi alla mera verifica nozionistica, ma dovrebbe porre in primissimo piano la condizione psico-attitudinale e lo spessore morale del candidato. Questi tre settori – Istruzione, Sanità e Sicurezza – costituiscono in triangolo vitale, che non può essere demandato all’interesse privato. L’urgenza si estende, infine, al vitale settore della ricerca nel quale la competenza non è solo un requisito, ma la condizione stessa per la conoscenza progressiva e la competitività del Paese. Delegare questo settore all’imperizia significa non solo abdicare al futuro, ma perpetuare una narrazione provinciale che ignora l’imperativo etico della scoperta, fondamentale per il progresso di ogni civiltà.

L’individualismo patologico é forse il vero malessere del Paese

In una società in cui le strutture pubbliche sfumano, l’unico imperativo sembra essere “salvaguarda te stesso ad ogni costo”. La morale viene ribaltata nel momento in cui risulta più fruttuoso essere arrampicatori privi di scrupoli, piuttosto che cittadini altruisti e preparati. Ne consegue un contratto pubblico tacito e infido, in cui ognuno si sente in diritto-dovere di frodare (irretire), per non soccombere. È doveroso operare una precisazione fondamentale. Questa serrata critica alla decadenza sociale non è in alcun modo un’accusa indiscriminata verso tutti coloro che, superando sbarramenti complessi, hanno dimostrato il proprio valore. Il merito, dove autentico, va riconosciuto e difeso. Il nostro bersaglio non è il singolo, bensì il sistema che, con cinismo strutturale e atavica inettitudine, ha fatto della scorciatoia, del favoritismo e del risparmio una tendenza pluridecennale standardizzata. Le conseguenze di accettare l’impreparazione e l’opportunismo come criteri di accesso alla gestione della res publica si stanno già compiendo nella vita quotidiana di ogni cittadino. Il medico inadeguato, l’insegnante demotivato, il funzionario negligente, non sono ruoli astratti o maschere pirandelliane, ma sono coloro che detengono le chiavi della nostra salute, dell’educazione dei nostri figli e dell’efficienza amministrativa. La battaglia contingente contro i concorsi o i test truccati è molto più ampia di quanto sembri. Rientra nei tentativi, per quanto fiochi e chimerici, di una lotta per la salvezza etica di una patria che sta perdendo i pilastri della civiltà nel suo senso più compiuto.