Manfredonia: storia di mio padre Matteo e il campo di concentramento del 1940

Manfredonia: storia di mio padre Matteo e il campo di concentramento del 1940
Un racconto che affonda nelle ombre della storia, tra scritte tedesche e ricordi indelebiliManfredonia, anno 1940. Le mura di un vecchio macello, nato per scopi ben diversi, portano ancora oggi tracce sbiadite ma indelebili di scritte in tedesco. Quella struttura, originariamente destinata a macellare animali, divenne presto teatro di una tragedia umana su ordine delle forze fasciste e sotto il comando tedesco.
Era ottobre quando i primi vagoni, rossi e marroni, giunsero al binario sesto tronco sud della ferrovia. Lenti e scricchiolanti, si fermarono con uno stridio agghiacciante, facendo sobbalzare i deportati contro le pareti di legno e metallo dei vagoni. Uno dopo l’altro, uomini e donne, con abiti dimessi e fagotti sulle spalle, furono fatti scendere e condotti verso il macello comunale, trasformato in campo di concentramento.
Il campo del “Tratturo del Carmine”
La struttura, situata lungo la strada per Siponto, era stata di recente costruzione. Un macello paesano convertito rapidamente in lager: grandi camerate, finestre con sbarre e lucchetti, e un cortile che echeggiava di disperazione. Era un luogo di internamento relativamente piccolo rispetto ai campi più grandi e mostruosi sparsi per l’Europa, ma la sofferenza dei suoi prigionieri non fu meno significativa.All’interno, si trovavano circa 300 internati, tra cui italiani, ebrei e sloveni. Alcuni di loro erano figure di rilievo. Tra questi, mio padre ricordava con particolare nitidezza Sandro Pertini, il futuro Presidente della Repubblica Italiana. Nato nel 1896 a San Giovanni di Stella, in provincia di Savona, Pertini era già allora noto per il suo carattere tenace e la sua incrollabile resistenza al fascismo. In seguito, sarebbe stato trasferito alle Isole Tremiti, ma il suo passaggio a Manfredonia lasciò un segno profondo nei ricordi di mio padre.
La quotidianità nel campo
La vita nel lager era dura. Gli internati, stretti negli stanzoni e privati della loro libertà, erano costretti a sopravvivere in condizioni disumane. Il vento tagliente e l’odore acre di piombo si mescolavano nell’aria, mentre la struttura stessa sembrava ribellarsi alla sua nuova funzione.
Nonostante tutto, c’erano momenti di speranza. Pertini, con i suoi discorsi e il suo incrollabile spirito, riusciva a infondere coraggio agli altri prigionieri, ricordando loro che la resistenza era l’unico modo per preservare la propria umanità.
Dopo la guerra
Nel 1943, il campo venne chiuso, e il macello comunale riprese la sua funzione originaria. Tuttavia, l’ombra del passato rimase impressa sulle sue mura. Ancora oggi, chi passa di lì può percepire l’inquietudine di quel luogo. Il macello conserva le tracce di un tempo in cui uomini condannarono altri uomini a una vita sospesa tra sopravvivenza e disperazione.
Ma tra quelle mura grigie e spoglie, resta vivo il ricordo di uomini come Pertini, che con il loro coraggio e la loro determinazione seppero trasformare l’orrore in un messaggio di speranza.