
LETTERA A CHI HA PROTESTATO CON VIOLENZA
Michele Illiceto
Caro protestatore,
Ho visto le scene di violenza e di guerriglia urbana a Torino e a Milano. Tutta l’Italia è rimasta sbigottita, e direi anche ha provato un senso di grande insicurezza e incertezza vedere i carabinieri e i poliziotti arretrare di fronte alla vostra inaudita violenza.
Perché tutto questo, e perché in questo modo? In queste ore se lo stanno chiedendo tutti: giornalisti, politici, osservatori, commentatori vari.
Tu e i tuoi amici avete attirato l’attenzione e ora occupate tutti i post su tutti i social. Siete diventati famosi. Forse era solo questo che cercavate: la visibilità? E ne valeva la pena? E, se si, a quale prezzo?
Per un giorno hai voluto provare l’ebrezza del potere. Provare quella sensazione che ti fa sentire padrone del mondo. Invincibile. Inafferrabile. Inattaccabile.
A te non interessa avere ragione o torto, non sei un uomo di domande o di dubbi o di ragionamenti. Peggio, non sei un uomo di pensiero, perché ci pensa, prima di agire pensa alle conseguenze delle proprie azioni.
Per te l’importante è, per un giorno, dimostrare a te stesso e agli altri che finalmente non hai paura, perché sei tu ora che fai paura a coloro che ti facevano paura.
Hai goduto nello spaccare tutto, devastato quella città che per anni ti ha ignorato. Quella città dalla quale ti sei sentito escluso, emarginato. Hai fatto tutto questo perché tanto già sai che resterai impunito. Ti sei preso gioco della legge. Anzi, ti sei messo aldi sopra della legge., convinto di aver vinto. Ma sei proprio sicuro di aver vinto?
Una cosa è certa: hai perso tu, ma abbiamo perso anche noi che, come società, ti abbiamo creato.
Hai attaccato quello Stato che pensi ti abbia lasciato solo, che hai sentito lontano e distante, anzi sovrastante, se non addirittura tiranno. Hai attaccato quell’ordine e le persone che lo rappresentano perché tu di esso non ti sei mai sentito parte. Hai attaccato quella democrazia che ti ha permesso di protestare. Ti sei comportato come quel bambino che mentre beve, morde il seno della madre che lo allatta.
Ti ho visto muoverti con sicurezza e scioltezza. Tu che, insicuro e tappato in casa, sei rimasto per mesi inchiodato davanti a u pc per apprendere le tecniche di assalto e di guerriglia. Ora, da invisibile, protetto da una maschera, finalmente sei uscito da quel guscio virtuale che ti ha ovattato.
Con una violenza inaudita, hai attaccato quella vita reale che forse non sei riuscito ad accettare perché troppo complicata e complessa, e che ti ha costretto a scappare e a rifugiarti nel mondo virtuale e nei social.
Coperto in viso, hai paura di pagare di persona il prezzo delle tue convinzioni, per questo ti nascondi. E, anziché pagare tu di persona per le tue rimostranze, fai pagare agli altri le conseguenze delle tue scelte violente.
Quanti o negozianti e lavoratori onesti oggi piangeranno per i danni subiti a causa tua!!! Ma a te non interessa il lavoro, a te interessa l’onore, la gloria e quel senso di onnipotenza da te cercato per coprire debolezze nascoste.
Non scendi in piazza per costruire ma per distruggere, perché tu non hai un fine da raggiungere, ma un vuoto da riempire. A te non interessa la convivenza, ma impedire agli altri quello che tu da solo non sei riuscito a costruire. Sei come chi tira il dado e poi ritira la mano, perché in fondo sei un codardo.
Ti sei unito ad altri perché da solo non sei mai stato capace di fare niente. Non sei altro che una solitudine unita ad altre solitudini che, come te, scappavano da un mondo che non hanno saputo affrontare a viso aperto, ogni giorno, tra fatiche e cadute, ma anche tra impegni e speranze. Vi ho visti mentre devastavate tutto: mi siete apparsi come tante solitudini che, messe insieme, si sono illuse di fare una forza positiva.
Tu hai confuso il coraggio con la rabbia, il diritto a protestare con l’arroganza di imporre le proprie ragioni con la forza. E se vedi uno che protesta pacificamente, lo giudichi come un pusillanime. Ma qui il vero pusillanime sei tu.
Guarda invece come hanno protestato i camionisti, gli agricoltori e i pescatori o gli studenti del sud. Non sono meno fessi di te, o meno coraggiosi di te.
Tu pensi che un camionista abbia una vita facile e che sia arrabbiato meno di te?
O che i pescatori, come quelli della mia città, che si alzano di notte e vanno per mare rischiando la vita, non abbiano più ragione di te? Eppure hanno protestato e lo hanno fatto pacificamente, perdendo giorni di lavoro. Lo hanno fatto civilmente, per costruire e non per distruggere.
Ieri sera, quando sei tornato a casa tua, l’hai trovata in ordine. La cena pronta e mamma e papà rassicurati che non ti sia accaduto niente. Ti sei sentito grande per un giorno. Ma non hai pensato alla scia di dolore che ti sei lasciato dietro? Quanta gente a causa tua oggi piangerà per i danni subiti?
Ah, già, tu non pensi! Tu ti definisci un uomo di azione. Ignorante! E’ il pensiero la prima forma di azione e di cambiamento. Il tuo agire è orfano di pensiero, di domande, di progetti. Per questo esso è violento.
Sui social, nella rete dei tuoi colleghi, di certo ti sarai anche vantato di quante vetrine hai distrutto e di quanti cassonetti hai incendiato, o di quante macchine della polizia e dei carabinieri hai sfasciato. E poi che cosa è rimasto?
Nulla. Il nulla assoluto.
Non dire che hai lottato per la città. NO! E neanche per te stesso, perché un “te stesso” non ce l’hai. Se l’avessi avuto non avresti agito con violenza. Tu hai lottato solo per gioco. Ti ho visto; pareva che tu fossi in un videogioco.
Questo è il tuo problema: per te la vita non alcun valore, né la tua né quella degli altri. E’ un gioco che non porta a niente. E non hai neanche il coraggio di giocare con la tua, mentre, invece, ti viene facile giocare con la vita altrui.
Ed è per questo che quel vuoto da cui scappavi in fondo te lo ritroverai. Perché quel vuoto tu te lo porti dentro. Ce l’hai nella testa, perché non pensi, e nel cuore perché non soffri.
Si tu non soffri. Perché se tu avessi provato un pò di dolore, non avresti provocato dolore agli altri. Alla città. A noi tutti cittadini di Italia, sia del nord che del sud.
Protestare, come indignarsi, non solo è un diritto, ma, a volte, anche un dovere. Ma fare pagare agli altri il prezzo della tua protesta non lo trovo giusto. Per questo: no, la tua protesta fatta con violenza io la rifiuto.
E sono qui a protestare civilmente contro il tuo stesso modo di protestare.
Michele Illiceto


