
Se fosse stato ancora vivo Giovanni Guareschi, chissà cosa avrebbe detto di un don Camillo sipontino che ad un certo punto ha deciso di vestire i panni di Peppone. Ecco dunque, in una Manfredonia ferita dalle ultime vicende istituzionali, che a prendere il timone della nave non è un politico, ma ciò che nell’immaginario collettivo è quanto di più da questo distante: un prete.
Lui è Salvatore Miscio, per gli amici don Salvo, e il suo sorriso schivo ed i discorsi ammalianti la dicono lunga su una figura poliedrica che da anni è in prima linea nelle iniziative rivolte ai giovani. Non per niente questo prete, che per anni ha retto il seminario diocesano di Manfredonia ed è attualmente parroco della Chiesa Sacra Famiglia, nel 2011 affascinò persino il regista Nanni Moretti che lo volle nel suo film Habemus Papam. Nella pellicola, dedicata ai dubbi umani di una figura che incarna il sovrumano per antonomasia, ovvero il papa, don Salvo era l’unico vero prete.
Ed ora, che in riva al Golfo è tutto un fremito di iniziative volte ad iniziare in città un nuovo percorso, don Salvatore Miscio si è fatto promotore del movimento “Ri-Alzati Manfredonia” partito, appunto, dalla chiesa Sacra Famiglia. “Quando la situazione è critica, perché un’amministrazione comunale viene sciolta per mafia, diverse sono le reazioni: la caccia alle ‘streghe’, far finta di niente, gridare al complotto, dire di non aver capito, mettere a posto la coscienza dicendo ‘io non c’entro’”, spiega. “Altra reazione, quella che noi abbiamo proposto, è quella di mettersi in gioco”, aggiunge.
Quindi evidenzia quanto sia importante in questo momento dare spazio all’ascolto, per rigenerare nuove alleanze con il territorio, per attivare l’idea “diffusa di cittadinanza per condividere la cura del bene comune”.
“Un’amministrazione sciolta per mafia è sicuramente un’offesa e per tanti anche una sorpresa, ma tutto questo, oltre ed al di là del peso mediatico avuto, evidenzia come sia necessario un recupero della fiducia nelle istituzioni”, spiega il parroco-attivista, sottolineando che dal mese di gennaio, anche in rete e con altre esperienze, si darà continuità al percorso intrapreso con lo scopo di dare concretezza alle parole emerse e soprattutto alla necessità di costruire una migliore coscienza civile, che veda i cittadini non più semplicemente deleganti dei propri bisogni alle istituzioni, ma protagonisti della propria comunità.
E tornando a Guareschi, probabilmente avrebbe fatto annuire al suo Cristo dalla Croce all’iniziativa del don Camillo sipontino, perché in fondo perseguire il bene comune non è un obiettivo prettamente istituzionale, ma di ogni cittadino. E dovrebbe essere sempre così, al di là degli eventi ultimi.
Maria Teresa Valente


