La meravigliosa grotta Scaloria: a Manfredonia il più antico tempio della preistoria

Ogni tanto mi piace chiedere a mio padre di raccontarmi quando da ragazzo andava ad esplorare Grotta Scaloria. Resto sempre affascinata nell’ascoltare di quando lui e il suo amico Mario, da perfetti adolescenti incoscienti, si avventuravano carponi nei meandri della terra tra stalattiti, stalagmiti, guano di pipistrelli e resti di ossa umane, rischiando anche di perdersi.

Certo, da sessantenne posato e serio qual è ora, mi viene difficile immaginarlo come un provetto Indiana Jones, ma i suoi ricordi mi emozionano e mi sento catapultata in un luogo che sembra essere lontano anni luce, ma che in realtà si trova vicinissimo a Manfredonia, per l’esattezza, sotto l’attuale area mercatale (dove alla festa patronale si posizionano giostre e bancarelle).

Grotta Scaloria è stata scoperta nel 1932 in occasione della costruzione dell’acquedotto di Manfredonia. Durante i lavori di scavo per la posa delle tubazioni, si aprì un varco poco distante dal punto dove in seguito è stato localizzato l’ingresso originario. Di origine calcarea, la grotta è stata scavata da fiumi sotterranei che nella preistoria scorrevano dalle montagne del Gargano e sfociavano nel golfo. Il ritrovamento di coltellini di selce testimonia la presenza in questa grotta di uomini dell’età della pietra. Parliamo dunque di almeno seimila anni fa.

Il rinvenimento nel 1932 destò molta curiosità negli ambienti scientifici e culturali e subito da Taranto l’allora Soprintendente Quintino Quagliati mandò un esploratore per capire meglio la conformazione della grotta. In suo onore, la camera più grande venne appunto denominata ‘Camerone Quagliati’. L’esploratore scoprì gallerie e cunicoli intricati, ma si limitò allo studio della parte superiore, dove rinvenne un tipo di ceramica a bande rosse marginate, secondo uno stile che proprio da qui viene ovunque definito ‘della Scaloria Alta’.

Nel 1967 venne compiuta un’indagine più approfondita dal gruppo di speleologi alpini di Trieste che si avventurarono anche nella cavità inferiore percorrendo una galleria stretta. Per i resti rinvenuti, contenitori in ceramica utilizzati per raccogliere le gocce d’acqua che cadevano dal soffitto, si pensa che qui si compissero cerimoniali religiosi collegati ad un “culto delle acque” praticato attorno alla metà del IV millennio a.C., forse per scongiurare la siccità di questi luoghi. Insomma, un antichissimo tempio preistorico! Nel 1973 è stato scoperto un passaggio che dal camerone Quagliati porta alla parte più profonda della vicina grotta Occhiopinto. Anche grotta Occhiopinto fu, durante il Neolitico, sede di antichi e magici rituali.

Intorno al 3.500 a.C. queste grotte furono improvvisamente abbandonate. Probabilmente qualche evento catastrofico deve aver fatto pensare ai nostri antenati della preistoria che le divinità a cui si erano affidati non fossero proprio benevole nei loro confronti, e così scapparono via spaventati, lasciando tutto com’era. A rafforzare questa ipotesi, la presenza in una cavità di una ventina di scheletri, forse morti per una violenta epidemia. Gli speleologi hanno rinvenuto, tra alcuni suggestivi laghetti sotterranei, numerose tracce della presenza preistorica come: vaschette scavate nel pavimento, vasi utilizzati per raccogliere le gocce (da cui nel corso dei millenni sono spuntate stalagmiti alte sino a 2 m), tracce di fuochi e soprattutto uno scheletro con i femori spezzati, forse testimonianza di una tragedia speleologica di migliaia di anni fa.

Tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, Grotta Scaloria e Occhiopinto divennero oggetto di indagine da parte di archeologi provenienti dall’Università di Genova, dalle Università di Los Angeles e del Mississipi, e negli ultimi anni anche dall’Università di Cambridge.

Ad oggi purtroppo queste magnifiche grotte sono ancora poco valorizzate e molti manfredoniani ignorano di possedere un enorme patrimonio naturalistico e culturale.

A me non resta che continuare ad ascoltare i racconti di mio padre, novello Harrison Ford, con la speranza che questo importante pezzo della nostra storia possa tornare ad essere oggetto di attenzione e che archeologi e studiosi, oltre ai libri che dedicano alle bellezze del nostro territorio, possano aiutarci anche a renderle fruibili.

Maria Teresa Valente




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