Inchiesta Glovo Italia: perché i rider sono sotto accusa

Nel febbraio 2026 la Procura di Milano ha avviatoun’inchiesta contro Glovo in Italia (società Foodinho Srl) per presunto sfruttamento dei lavoratori che consegnano cibo a domicilio, noti come rider. L’indagine nasce da segnalazioni che evidenziano come molte persone impiegate nei servizi di consegna percepiscano compensi estremamente bassi, in alcuni casi inferiori a livelli considerati dignitosi, e siano sottoposti a un controllo continuo tramite l’applicazione digitale. Secondo quanto emerge dal decreto giudiziario, i corrieri assunti formalmente come lavoratori autonomi in realtà svolgerebbero attività con modalità simili a quelle di un rapporto subordinato, sollevando dubbi sulla legittimità del modello contrattuale adottato dalla piattaforma.
L’inchiesta si concentra su Foodinho, l’operatore italiano del gruppo Glovo, che nel 2025 ha registrato un fatturato annuo di circa 255 milioni di euro. Il pubblico ministero Paolo Storari ha disposto un controllo giudiziario urgente, una misura che consente di sospendere temporaneamente la gestione ordinaria dell’azienda senza bloccarne l’attività economica. Un amministratore giudiziario è stato nominato per supervisionare l’operato dell’azienda e verificare se le condizioni di lavoro dei rider rispettino le normative italiane sul lavoro e sulla sicurezza.
Lavoro piattaforma e compensi bassi: cosa denunciano i rider
Le accuse principali riguardano compensi al di sotto della soglia di povertà e una gestione del lavoro molto simile a quella dipendente, pur essendo formalmente inquadrata come lavoro autonomo. Secondo le testimonianze raccolte, molti rider lavorano in giornate lunghe, in alcune zone fino a 12 ore, e percepiscono compensi che oscillano tra circa 2,50 e 3,70 euro per consegna. Questo modello di retribuzione porta a situazioni in cui il guadagno mensile si attesta spesso intorno agli 800-900 euro, una cifra che molti stessi rider considerano insufficiente per coprire il costo della vita in città come Milano.
Le testimonianze parlano anche di un controllo costante tramite geolocalizzazione e di penalizzazioni in caso di ritardi, elementi che, secondo i sindacati, contrastano con l’idea di autonomia organizzativa tipica del lavoro autonomo. Per questo motivo, l’indagine ha aperto un dibattito più ampio sulle piattaforme digitali di gig economy e su come queste dovrebbero inquadrare i lavoratori che utilizzano algoritmi per assegnare compiti e monitorare performance.
Posizioni sindacali e prospettive normative
Le organizzazioni sindacali hanno reagito all’inchiesta sottolineando come molte delle condizioni denunciate configurino, a loro avviso, una forma di caporalato digitale. Secondo rappresentanti dei lavoratori, non si tratterebbe semplicemente di un problema di compenso, ma di una struttura organizzativa in cui le piattaforme dettano orari, condizioni operative e penalizzazioni, pur definendo formalmente i rider come autonomi. Questo approccio, sostengono i critici, porta a una situazione in cui le tutele dei lavoratori sono deboli o inesistenti, e dove la cosiddetta “flessibilità” si traduce spesso in precarietà.
La Cisl, pur riconoscendo la necessità di flessibilità in alcuni modelli di lavoro, ha sottolineato l’importanza di applicare la contrattazione collettiva anche ai rider, per garantire tutele minime in termini di sicurezza, salario minimo e formazione. La recente direttiva dell’Unione Europea sul lavoro tramite piattaforme digitali richiede maggiore trasparenza sugli algoritmi e riconosce la subordinazione nei casi in cui il lavoratore non abbia autonomia decisionale reale, un elemento che potrebbe influenzare future decisioni giudiziarie o contrattuali nel settore.
Impatto dell’inchiesta su modello di food delivery
Questa inchiesta arriva in un momento in cui il comparto delle consegne di cibo a domicilio è al centro di forti dibattiti regolatori in diverse giurisdizioni. La Procura di Milano non è nuova a indagini di questo tipo e in passato ha già portato all’internalizzazione di oltre 52.000 lavoratori in vari settori dopo aver accertato forme di sfruttamento tramite appalti o algoritmi digitali, con un recupero fiscale complessivo superiore al miliardo di euro.