Scuola

Empatia a scuola e in famiglia

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EMPATIA A SCUOLA E IN FAMIGLIA

di Roberto Francesco Armiento

Bellissimo incontro sull’empatia in ambito educativo martedì 17 dicembre, alla Sala Vailati, organizzato dall’UCIIM. Ad arricchire l’evento è presente una delegazione di studenti del liceo “Galilei-Moro” sez. classico, sotto la guida dell’organizzatrice Prof.ssa Arcangela Bisceglia, hanno avuto modo di dialogare con i protagonisti.

La professoressa saluta e ringrazia ricorrendo al modello paideutico di Parini, e riprende gli ultimi versi de “L’educazione”, in cui emerge con forza il vero messaggio illuminista dell’autore: l’educazione dovrebbe formare cittadini responsabili, fondati sul lavoro, sulla ragione e sull’utilità sociale. Il contrasto tra ciò che il poeta finge di lodare e ciò che in realtà condanna rende evidente la critica alla nobiltà parassitaria e la proposta di un’educazione nuova, più giusta e razionale.  

La relazione è affidata a due illustri interpreti del nostro territorio: il Prof. Luigi Talienti, Dirigente Scolastico dell’IPEOA “Michele Lecce” di Manfredonia e San Giovanni Rotondo, che offre all’uditorio un’ampia analisi introspettiva e sperimentale, poiché basata su una lunga e vissuta metabolizzazione di carattere empirico del tema, e Michele Illiceto, celebre pensatore e docente di storia e filosofia, da poco in pensione.

Le radici professionali del vicario inaugurano la serata, albori di un’intensa carriera che parte però da un luogo troppo spesso emarginato: le carceri. Il relatore parla di una prigione, ma la cella non è quella tradizionale, bensì il penitente è lui stesso, racchiuso nella cupa coltre del pregiudizio verso quegli studenti.

Studente in arabo si dice ṭālebān, e vuol dire colui che fa domande. Noi occidentali siamo abituati a dare un’accezione terroristica a questo termine, ma come è accaduto al professore, anche noi soffriamo la terribile incomprensione della predisposizione retorica. Il relatore racconta che da quegli studenti non ha solamente ricevuto quesiti, ma anche tante risposte, perché a parlare per loro non è mai la mente ma l’anima e, come insegna Pascal, il cuore ha delle ragioni che la ragione medesima non comprende. Il ruolo del docente è entrare di soppiatto in quel cuore per stimolare la mente.

La parola viaggia dunque dall’atto pratico alla potenza teorica, giungendo al microfono di Michele Illiceto, che presenta una società caratterizzata dalla complessità e soggiogata dal cinismo, dai bisogni che diventano capricci, dal consumismo compulsivo, dai legami liquidi e dall’isolamento virtuale, dunque, poco empatica.

Il filosofo non concepisce l’empatia come sostituzione: non significa fare al posto dell’altro o pensare che l’altro non sia capace da solo. Non è permissivismo, cioè evitare il confronto per paura di avere l’altro contro. Non è nemmeno iperprotezione, quell’atteggiamento che nasce dall’idea di possesso, dal pensiero “sei mio”.

L’empatia non coincide con l’adulazione: esaltare l’altro solo per esaltare sé stessi non è comprensione autentica. Non vuol dire giustificare tutto, perché gli errori fanno soffrire, ma sono anche parte necessaria della crescita. Per questo non è neppure evitare a un figlio l’esperienza del dolore: proteggerlo da ogni fatica significa impedirgli di crescere.

L’empatia non è assenza di regole, come se comprenderne uno autorizzasse a sentirsi dispensati dai limiti. Non è fusione, cioè desiderare che l’altro diventi come lo vorremmo noi. E infine non è un rapporto simbiotico, in cui l’altro non è capace di stare senza di noi.

Secondo Erich Fromm, citato dal prof. Illiceto, l’empatia è fondamentale per comprendere i bisogni umani, che sono principalmente due. Il primo è il bisogno di essere amati, tipico dell’infanzia, quando la persona ha bisogno di sentirsi accolta e protetta. Il secondo è il bisogno di amare, che emerge soprattutto nell’adolescenza e nella vita adulta, quando l’individuo diventa capace di dare amore in modo consapevole e responsabile.

L’empatia permette alla persona di stare bene con sé stessa e, di conseguenza, anche con gli altri. Ciò favorisce l’autoaccettazione, trasforma gli ostacoli in risorse e rende possibile il riconoscimento reciproco. In un clima empatico si collabora, ci si aiuta, nessuno viene isolato o escluso. Anche il dolore dell’altro non viene evitato o ignorato, ma compreso e condiviso, diventando occasione di crescita attraverso il confronto e il feedback.

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