Docenti italiani, stipendi ancora lontani dai colleghi europei
Nonostante il rinnovo contrattuale e gli aumenti in busta paga nel 2026, il gap salariale tra docenti italiani e colleghi europei resta ampio

L’ennesimo confronto internazionale sugli stipendi degli insegnanti rimette l’Italia davanti a uno specchio poco lusinghiero: i docenti italiani guadagnano meno, crescono più lentamente in carriera e restano distanti dagli standard europei. Nel frattempo, però, qualcosa si muove sul fronte interno: tra rinnovo contrattuale e arretrati, gennaio 2026 è diventato un mese “caldo” per le buste paga della scuola. Il punto è capire se questi interventi bastino davvero a ridurre il divario con l’Europa o se siano solo un tampone. I numeri, ad oggi, raccontano una storia più strutturale che congiunturale.
Perché il divario con l’Europa resta (anche dopo gli aumenti)
Secondo i dati dell’OCSE (Education at a Glance 2025), in Italia gli stipendi “effettivi” dei docenti della primaria risultano circa il 33% più bassi rispetto a lavoratori con istruzione terziaria impiegati a tempo pieno; la media OCSE, per lo stesso confronto, è di circa -17%. In pratica: non è solo un tema di “stipendi bassi”, ma di scarsa competitività della professione rispetto ad altri lavori per laureati. Sul versante europeo, Eurydice evidenzia un’altra criticità tipicamente italiana: la progressione economica è fortemente legata all’anzianità, con scatti lenti e un differenziale meno incisivo nel corso della carriera rispetto ad altri Paesi UE.
È uno dei motivi per cui l’Italia fatica ad agganciare i livelli retributivi di Stati dove la crescita è più rapida e gli stipendi finali sono nettamente superiori. E gli aumenti del 2026? Le notizie di queste settimane parlano di adeguamenti medi mensili stimati e di arretrati in pagamento tramite NoiPA, con date e importi che stanno circolando in modo capillare tra scuole e personale. È ossigeno, senza dubbio. Ma il nodo è che un recupero reale del gap europeo richiede interventi continuativi e non solo riallineamenti periodici: perché nel frattempo incidono inflazione, costo della vita e, soprattutto, la distanza storica accumulata.
Aumenti stipendiali per Nido, Infanzia, Primaria e Secondaria
Con la firma definitiva del CCNL Istruzione e Ricerca 2022-2024, divenuta operativa alla fine del 2025 e con effetti dal 2026, gli insegnanti italiani vedono finalmente incrementi retributivi più consistenti rispetto agli ultimi rinnovi contrattuali. Secondo le ultime elaborazioni, gli aumenti lordi mensili vanno da circa 120 a 201 euro, in base all’anzianità di servizio, con visibilità nel cedolino già nel corrente mese di gennaio 2026. Le voci contrattuali prevedono incrementi crescenti in relazione agli scaglioni di carriera, con importi medi più elevati per chi ha maggiore esperienza professionale.
I dati più recenti sul fronte retributivo mostrano anche che, nella pratica, l’adeguamento salariale si traduce in stipendi annuali lordi che partono da circa 22.420 euro per i docenti di Infanzia e Primaria nelle fasce iniziali e arrivano fino a circa 37.729 euro per chi insegna nella Secondaria di II grado con anzianità significativa. Questo aggiornamento include anche il pagamento di arretrati contrattuali maturati nel biennio 2024-2025, che in diversi casi superano i mille euro lordi per le fasce più basse e tendono a crescere con gli anni di servizio.
Nonostante queste novità, va sottolineato che il potenziale retributivo nel corso della carriera italiana rimane modesto rispetto alla media europea. In molti Paesi Ue, infatti, gli aumenti stipendiali legati all’esperienza sono strutturati in modo tale da far crescere in modo più significativo lo stipendio lungo gli anni di servizio; in Italia invece la progressione economica complessiva di un docente può rimanere sotto il 50% del salario iniziale anche dopo 35 anni di carriera, un dato che evidenzia la lentezza con cui si ottiene un riconoscimento salariale reale.
In sintesi: gli aumenti del 2026 portano benefici concreti alle buste paga, soprattutto per chi è già in servizio da molti anni o sta per raggiungere gli scatti più alti, ma non bastano a eguagliare gli standard salariali europei. Paesi con sistemi di progressione più rapidi e stipendi di partenza più alti restano molto avanti rispetto all’Italia, tanto che la professione docente nel nostro Paese continua ad avere una retribuzione complessivamente più bassa rispetto alla media Ocse e a molti sistemi educativi Ue.
Davanti a un divario salariale così evidente, continuare a parlare di “docenti missionari” rischia di diventare una comoda ipocrisia. L’insegnamento può avere una forte dimensione etica e civile, ma questo non lo trasforma in una vocazione monastica. Quando alcuni insegnanti, al di là dello stipendio, rivendicano con orgoglio che la loro non è un lavoro ma una missione, finiscono – forse senza rendersene conto – per delegittimare anche chi vive la scuola come una professione a tutti gli effetti. Il messaggio implicito è pericoloso: se è una missione, allora non servono stipendi adeguati, tutele e carriera. E invece no. La passione non paga le bollette e la dedizione non può sostituire il riconoscimento economico. Difendere la dignità salariale dei docenti significa difendere anche la qualità della scuola, senza retorica e senza santini.
