Politica

Dino Imperatore lascia il Pd di Manfredonia. Magno: “Quando fu fondato il Pd…”

Le dimissioni di Dino Imperatore dal suo partito mi hanno stimolato la scrittura di questa paginetta, che racconta un momento molto significativo della storia ormai decennale del PD a Manfredonia. Quando nacque il Partito dei democratici, io ero ormai fuori da diversi anni dalla formazione della sinistra, essendomi accorto che il partito di cui facevo parte, sia a livello locale che nazionale, era ormai in mano ai mestieranti della politica.

Poi, Walter Veltroni fondò il PD, che doveva essere, non un “nuovo partito”, ma un “partito nuovo”, capace di mettere ai primi posti la valorizzazione dell’ambiente e la questione morale. Inoltre, il Regolamento congressuale prevedeva che le cariche nel Partito fossero determinate solo con voto segreto, per evitare combine.

Mi guardai nello specchio. Non potevo più restare fuori da un progetto politico che esprimeva il mio modo di vedere e si proponeva oltretutto di unire la formazione del cattolicesimo democratico e la tradizione della sinistra. Così ritirai, anche con un certo orgoglio, l’attestato di fondatore del PD a Manfredonia.
Si arrivò al Primo Congresso sezionale, che si tenne presso l’auditorium del Palazzo dei Celestini. Feci il mio intervento ed espressi la gioia che finalmente il partito della sinistra avesse capito che doveva smetterla con l’occupazione dello stato ed i professionisti della politica.

E poi dissi: “Ho deciso di candidarmi alla direzione provinciale del Partito Democratico perché voglio essere una cartina al tornasole che mi faccia capire se le due questioni a cui tengo di più, la questione Ambientale e la moralità pubblica, possano avere alloggio in questo che non è un nuovo partito, ma un partito che vuole girare pagina rispetto alle questioni che hanno reso asfittica la politica e tolta voce ai lavoratori”.

Dopo il mio intervento, al tavolo della presidenza è nato un conciliabolo che è durato per quasi tutto il congresso, perché i nomi dei sei, che dovevano andare a dirigere il partito, era stato già deciso tra i quattro che tenevano la presidenza, finché una nota aderente della Margherita se ne andò via, indiavolata. Allora, finalmente, Paolo Campo si poté alzare per dire: “Dopo la disponibilità di Italo Magno a candidarsi, i sei nomi di dirigenti provinciali sono questi, non c’è bisogno che votiamo”. Cioè la pastetta era già stata preparata prima ed io non fui eletto, ma “nominato”.

Ma tale decisione era solo il primo segno che nulla sarebbe cambiato, anzi nulla poteva cambiare. Partecipai alle prime due assemblee locali. Quando entravo nella sede del PD di Manfredonia il tavolo era già preparato con i soliti quattro bel saldi dietro il tavolo e tutti erano distesi ed allegri, quasi gioviali. Solo io sentivo un forte gelo intorno. Anzi, al primo incontro, per quanto in imbarazzo, ero soprattutto commosso a tornare nella stessa sala dove avevo passato molti anni della mia vita, organizzato i giovani della FGCI e preparato i tabelloni delle feste dell’Unità. Mi girai intorno per cercare qualche volto amico, non ne trovai neanche uno, nessuno mostrava di conoscermi e perfino il segretario sezionale, al mio apparire, aveva abbassato la testa per evitare di salutarmi. Sicuramente ognuno dei quattro, ben piantati dietro al tavolo della presidenza, avevano avvertito i propri supporter che io ero un cane sciolto, perciò pericoloso; e poi “noi siamo qua, i posti disponibili sono già occupati e non ce n’è per nessuno”, non riuscendo ad immaginare che qualcuno potesse entrare nel partito senza altra aspettativa che quella di battersi per il progresso sociale e della propria città. Se fosse entrato un Riina avrebbe avuto una migliore accoglienza.

Non ci fu una terza riunione. Capii già da allora quale sarebbe stato il destino del PD nella nostra città.

 

Italo Magno

Redazione

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