Scuola

Riflessioni pedagogiche ed emotive di una cinquantenne sui banchi dell’Istituto “Michele Lecce”

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Lettera di una alunna
Riflessioni pedagogiche ed emotive di una cinquantenne sui banchi dell’Istituto “Michele Lecce”

Quando a fine anni ’60, dopo i celebri moti studenteschi, il mondo della scuola fu scosso da un formidabile atto d’accusa contro l’esclusione sociale e l’incapacità dell’istituzione di comprendere i bisogni degli ultimi; oggi, capovolgendo quella storica prospettiva formale, una “Lettera di una alunna” si erge a testimonianza vivente di un riscatto tardivo ma necessario.

Non è più la denuncia del discente emarginato, bensì il canto di gratitudine di un’adulta che, a cinquant’anni, ritrova nella scuola pubblica una vera e propria “medicina per la mente”, capace di sanare le fatiche quotidiane e ridisegnare i confini del proprio vissuto.

La storia di questa studentessa, iscrittasi d’impulso all’Istituto Alberghiero “Michele Lecce” di San Giovanni Rotondo, mette a fuoco la centralità dell’inclusione e rappresenta un paradigma di straordinario valore pedagogico.
Il tutto nasce da una lettera che l’alunna del corso serale ha scritto al Dirigente Scolastico Prof. Luigi Talienti, al termine dell’anno scolastico 2025/26.

In un’epoca dominata dal mito dell’utilitarismo formativo, in cui l’istruzione viene spesso ridotta a mero strumento lavorativo, quindi “mezzo” e non “sostanza”, questa esperienza ci ricorda che la conoscenza possiede un valore intrinseco e profondamente terapeutico. L’alunna non ha varcato la soglia della classe per investire sul futuro o per ambizioni di carriera, ma per rispondere a un bisogno immenso radicato nel proprio presente. La scuola si è fatta risposta a una domanda intima di senso, configurandosi come un presidio relazionale e un aiuto psicologico fondamentale.

Tuttavia, il percorso della formazione in età adulta non è privo di asperità. Conciliare il lavoro la mattina, le lezioni il pomeriggio e i sacrifici del pendolarismo mette a dura prova la resilienza dell’individuo. La tentazione dell’isolamento, sotto forma di studio domestico in totale autonomia per sfuggire alla stanchezza fisica, si è presentata come una lusinga rassicurante. È proprio qui che risiede lo snodo didattico cruciale di questa avventura: se avesse scelto la via solitaria, avrebbe smarrito l’essenza stessa dell’apprendimento, che non è accumulazione solipsistica di nozioni, ma condivisione, alterità e calore umano.

«Se avessi scelto quella strada solitaria per stanchezza – scrive l’alunna. – mi sarei persa tutto il bello. Questa esperienza mi ha dato tantissimo proprio perché vissuta lì, offrendomi un ambiente completamente diverso dal mio vissuto e aprendomi la mente. Ho conosciuto persone splendide e docenti straordinari».
L’apprendimento autentico esige una presenza fisica, un incontro di anime all’interno di una comunità educante. “Le aule scolastiche – come afferma il D.S. Prof. Talienti – sono divenute lo spazio sacro in cui si è compiuto il miracolo della metamorfosi emotiva. Incontrare persone splendide e professori straordinari, educatori capaci di ‘entrare dentro’ e restare per sempre nel cuore, restituisce alla figura del docente la dignità di guida. E queste sono testimonianze che mettono in evidenza che la scuola è volano di conversione, di crescita, di orientamento. Le testimonianze rese dagli studenti sono uniche perché valorizzano ciò che la scuola semina e dissemina quotidianamente. Altre attestazioni di stima sono giunte da coloro che, attraverso la scuola, si sono riabilitati, hanno pure insegnato, arrivando così ad una seconda possibilità pienamente legittima.”


La lettera, emersa dopo una proposta scolastica extra curriculare, è il cammino dell’alunna, che rievoca idealmente la più nobile tradizione pedagogica italiana dell’alfabetizzazione e del riscatto sociale: l’opera del maestro Alberto Manzi che, attraverso lo storico programma televisivo “Non è mai troppo tardi”, dimostrò all’Italia intera come il diritto alla conoscenza non conosca limiti anagrafici. Oggi come allora, la scuola pubblica si conferma quel porto sicuro in cui è possibile rimettersi in gioco, abbattendo le barriere del tempo in una storia di ordinaria didattica.


Anche se è stata dura per l’alunna il gioco è valso assolutamente la candela e dimostra che nella vita non è mai troppo tardi e che il motto “meglio tardi che mai” è una vibrante verità pedagogica. Con un altro anno ancora da affrontare, lo sguardo verso il futuro non è gravato dall’affanno, ma è illuminato da una profonda fiducia e dal desiderio inesauribile di cogliere tutto il bello che questo straordinario cammino ha ancora da offrire.

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