Scuola

A scuola per imparare a navigare senza naufragare

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A SCUOLA PER IMPARARE A NAVIGARE SENZA NAUFRAGARE

di Michele Illiceto

Gli ultimi fatti di cronaca di questi giorni, come l’accoltellamento e la morte dello studente di La Spezia da pare di un suo coetaneo, riaccende il dibattito sull’educazione e sul ruolo della scuola.

Sono molte le definizioni della scuola. Una certa pedagogia afferma che la scuola è “ambiente di apprendimento”, al quale è certamente funzionale l’insegnamento. Definizioni giuste ma fortemente riduttive. In una società complessa non basta insegnare, bisogna formare. E la formazione è più che semplice apprendimento o educazione a cui non basa l’arte dell’insegnamento. Infatti, posso apprendere ma non lasciarmi formare da ciò che apprendo. Posso imparare ma non essere capace di tradurre ciò che imparo nel mio vissuto quotidiano. E se non sperimento ciò che apprendo, presto è facile che lo dimentichi. La scuola deve insegnare a navigare senza naufragare.

Non è neanche vero che la scuola è un luogo dove si fa cultura, se con questa si intende una mole di sapere fatto di sole nozioni e di informazioni concetti astratti che con la vita reale non hanno niente a che fare. La cultura non serve a nulla se non è funzionale alla vita. Essa offre strumenti di vario genere per capire e per capirsi, e, capendo, per fare le scelte giuste, per orientarsi nei meandri complicati della vita. Per orientarsi e adattarsi senza assuefarsi. Per affrontare la complessità e decodificarla con i linguaggi giusti, usando le parole come codici per dare o trovare un senso che dia sapore e spessore alla vita quotidiana.

La cultura, a sua volta, si articola in discipline, le quali sono, come voleva E. Bruner,  la cassetta degli attrezzi che al momento opportuno viene utilizzata per risolvere i problemi di varia natura. Ma i problemi bisogna prima saperli decifrare, disarticolare, scomporli, analizzarli, inquadrarli, per trovare una possibile soluzione. Ci vuole un uso meno retorico e più strumentale della cultura.

Poiché non siamo solo ragione, ma anche cuore e corpo, e quindi siamo fatti di relazioni, di emozioni di passioni e di sentimenti. In quanto luogo di formazione la scuola è anche un luogo di socializzazione, dove imparo non semplicemente a stare con gli altri, ma a costruire con loro una vera e propria comunità, a superare il mio naturale narcisismo ed egocentrismo, che si è strutturato in famiglia.

La scuola è luogo di alterità, dove imparo che non esisto solo io ma anche gli altri e che gli altri, anche se diversi, sono come me. Luogo dove imparo a gestire la diversità come risorsa e non come ostacolo. Dove le differenze sono una ricchezza per valorizzare le singolarità e non un motivo per disperdersi e frammentarsi.

Imparo l’empatia e l’inclusione, la partecipazione attiva e costruttiva. Imparo l’arte della cooperazione piuttosto che quella della competizione. Imparo l’ospitalità e il rispetto di ogni creatura, perché so che sono parte di un tutto che non appartiene solo a me.

Il problema è che per imparare a interagire con gli altri devo anzitutto e contemporaneamente saper stare con me stesso. Cercarmi e trovarmi. Imparare a guardarmi dentro. Fare i conti con i tempi della mia crescita affettiva, emotiva. Qui la scuola deve usare l’arma dello stupore e non quello della semplice trasmissione, per aprire le porte chiuse dei ragazzi, i quali a scuola giungono saturi, annoiati, sballottati e disorientati, bombardati e manipolati da un web che li fagogita. In un certo senso la scuola deve anche saper emozionare. Perché meravigliarsi di qualcosa significa riaccendere le passioni addormentate dall’abitudine, dal dare tutto per scontato come se tutto fosse dovuto.

Per fare ciò è necessario saper praticare una vera e propria maieutica che sia in grado di mettere in moto quel mondo interiore che, sommerso e sconosciuto, giace dentro i nostri ragazzi. La scuola deve aiutare ogni ragazzo a costruire il proprio mondo interiore, perché senza interiorità l’esteriorità ti divora.

Ma la scuola è anche luogo di rotture e di cesure. Luogo di crisi dove far emergere i conflitti rimossi, che se non vengono affrontati possono trasferire ed emergere altrove. Mettere i ragazzi con le spalle al muro, per costringerli a confrontarsi con ciò che, anche se nell’immediato non piace loro, è necessario fare per poter crescere. A scuola i ragazzi vanno smontati, destrutturati, specie se fuori o in famiglia vengono su molto male, viziati e accontentati in ogni loro richiesta. A scuola i ragazzi devono scontrarsi con i propri limiti. Non per rassegnarsi o disperarsi, ma per accettarli, affrontarli, e superarli. Condividendoli e non ignorandoli o fuggendo chissà dove.

In questo senso la scuola la deve smettere di insegnare a vincere a tutti costi. Al contrario, essa deve anche insegnare a saper trarre dalle proprie sconfitte una ragione per ricominciare. Far maturare l’idea che il mondo non è qualcosa di cui appropriarsi o conquistare, ma un dono da condividere e rispettare. Per evitare la hybris e quel delirio di onnipotenza che a volte è alle radici del bullismo.

Ecco, la scuola è anche un’esperienza esistenziale dove ciascuno deve avere la grande opportunità di cercare e trovare quel se stesso senza il quale non potrebbe affrontare in modo adeguato le grandi sfide del suo stare al mondo. La scuola è invito a fare un viaggio nel proprio mondo interiore, il quale, come un grande castello, ha molte stanze ancora da aprire e conoscere. Gli insegnanti hanno il ruolo di aprire queste stanze con gli strumenti della cultura. Essa offre le chiavi per aprire mondi sommersi e sconosciuti.

I ragazzi arrivano a noi insegnanti come dei grandi labirinti: prigionieri di mondi artefatti dove un Minotauro è pronto a divorarli. Educare è trasformare il labirinto in un castello.

Come fare tutto questo? Attraverso le grandi domande. La scuola comincia dalle domande e non dalle risposte. Non d ciò che si sa ma da ciò che si sa di non sapere. Da ciò che si vorrebbe conoscere. La scuola non è per i bravi e i saputelli, ma per tutti coloro che si sentono mancanti di qualcosa.

Per tale ragione le risposte, anche quando vengono date, non vengono offerte come belle e pronte. Basta con una scuola dalle “pappe pronte”. La scuola è curiosità e creatività è desiderio e anche ricerca. Le rispose si costruiscono insieme, rendendo l’allievo protagonista e soggetto del proprio apprendimento. Dove tutti imparano: gli alunni dal docente e il docente dalla relazione con i propri allievi che lo provocano a dare il meglio di sé, invitandolo a mettersi ogni mattina in gioco, anche con il rischio di sbagliare.

Ma oggi a scuola i ragazzi arrivano come capovolti. Arrivano con le domande rovesciate. La loro vita gira intorno a domande futili e inutili. Quelle confezionate dal mercato e da adulti distratti, tutti dediti a coltivare la propria immagine sociale. Ecco che in questo caso la scuola ha il compito, come direbbe Marx, di rimettere in piedi la realtà, cominciando cioè dalle domande vere: quelle che i ragazzi si portano dentro e che da tempo vado chiamando “domande mute”.

Risvegliare le domande mute significa riaccendere la passione per la vita, per se stessi, per gli altri, per la città. Se la scuola farà questo, l’intera società ne avrà giovamento. Solo che ci vuole molta pazienza e fantasia, molta passione e lungimiranza. Ma soprattutto un grande amore per i ragazzi che ci vengono affidati. Non legandoci ad essi per fare colpo su di loro o per avere compiacenza da parte dei genitori. Ma soltanto con lo scopo di aiutarli e accompagnarli nel difficile percorso, culturale, sociale ed esistenziale, della loro crescita, dove anche chi insegna matura e cresce, sapendo che un giorno potrebbe anche essere del tutto dimenticato.

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