Storia

‘U scazzamurille

[esi adrotate group="1" cache="public" ttl="0"]

Compare Francesco era un marinaio, di quelli che conoscevano l’Adriatico come le proprie tasche. Oltremodo, parlava il serbo-croato, nonché il dialetto dalmata; pertanto, avere un interprete a bordo del trabaccolo, era importante per l’equipaggio. Quando gli anni si fecero sentire, decise di rimanere sempre con l’equipaggio, ma con un ruolo diverso: diventò il chiamatore, anche perché di pensione nemmeno a parlarne, e bisognava arrotondare i pochi spiccioli messi da parte in anni di duro lavoro.

Il ruolo non era difficile, ma, se pur semplice, era necessario un impegno notevole. Ogni giorno si alzava all’alba, un po’ prima degli altri, e doveva passare per le abitazioni dei suoi compagni di lavoro per svegliarli. Anche la sera aveva degli obblighi: doveva andare a letto un po’ prima per evitare di non essere puntuale. Ma Tatà, come veniva chiamato dai nipoti, aveva un amico con il quale passeggiava spesso per la strada della Piazza, o per Via San Matteo, per cui, con la scusa di accompagnare a casa prima l’uno e poi l’altro, si faceva sempre tardi.

Una mattina Tatà fu scetato da alcuni rumori, e si alzò all’improvviso; la moglie gli disse: “dove vai?”, lui rispose: “à sendite u campanére, so’ i cinghe”. Replicò, ancora la consorte: “ma che dice so’ i duje”. Lui per nulla convinto dalla frase della moglie, si vestì in fretta e si diresse verso u pertuse u moneche. Mentre percorreva via delle Cisterne, all’angolo con via S. Matteo (attuale Corso Roma), vide una figura non alta, sembrava un ragazzo, e parlando tra sé: “ma vide nu poche, vanne cammennane già i uagnune, e a penzè ca megghijèreme ò ditte ca jeve sùbbete”… ed ancora esclamò a gran voce: “uagliò addica ve’, vine a qqua!”. Niente! L’essere non si girava: “uagliò addica vé? Vattinn’ a reteré”. Insomma, per nulla intimorito dai rimproveri di Tatà, quello continuava a camminare, scese le scale del pertugio ed arrivò sulla spiaggia Diomede, laddove c’era una fonte che le donne utilizzavano per lavare i panni. Anche Tatà accelerò il passo, ed esclamò ancora: ”Uagliò se t’acciaffe”. Ad un certo punto il nanerottolo si girò all’improvviso e comparve all’attonito Tatà, una faccia demoniaca: “Madonne!”, urlò, e con uno scatto repentino corse verso le scale, con le gambe che gli toccavano il sedere. Era in affanno, arrivò sull’uscio di casa sbattendo le mani violentemente contro il portone. La moglie gli aprì spaventata le ante e disse: “che jì succisse?”, “agghje viste nu uagnone, po’ c’ ji ggeréte e teneve a facce d’u djavele”. La moglie improvvisamente scoppiò a ridere: “oh!. che tine da rire?”. Disse l’uomo. “Oh fesse – gli rispose la donna – cudde jeve u scazzamurrille, i luuive a scazzètte, e da jinde stèvene i marenghe d’ore”. E così Tatà rimase deluso e perplesso per la grande occasione mancata.

G.O. (Archivio Storico sipontino)

Promo Manfredi Ricevimenti