Neon Genesis Evangelion, il grande equivoco
Nato come anime mecha commerciale, Neon Genesis Evangelion diventa un caso globale: un’opera tanto influente quanto contraddittoria.

Nel 1995, mentre il Giappone è ancora scosso dal terremoto di Kobe e dall’attentato alla metropolitana di Tokyo, sugli schermi televisivi arriva una serie animata apparentemente destinata a seguire un percorso già noto. Ragazzi, robot giganti, mostri misteriosi, una minaccia apocalittica da respingere episodio dopo episodio. Nulla che il pubblico degli anime non abbia già visto e metabolizzato negli anni precedenti.
Eppure Neon Genesis Evangelion non si limita a occupare quello spazio: lo frattura dall’interno.
Nel giro di pochi mesi, la serie prodotta dallo studio Gainax smette di comportarsi come un anime tradizionale e inizia a implodere. La narrazione si frammenta, i personaggi diventano ostaggi della propria psiche, il racconto smette di spiegare e comincia a interrogare, spesso in modo confuso, talvolta violento. Il risultato non è una semplice opera controversa, ma un oggetto culturale che genera interpretazioni infinite, letture forzate, mitologie parallele e una devozione quasi religiosa.
A trent’anni di distanza, Evangelion continua a essere celebrato come capolavoro filosofico, denunciato come truffa intellettuale, studiato come caso industriale e consumato come brand. Questo dossier non nasce per stabilire una verità definitiva, ma per ricostruire i fatti: come nasce davvero la serie, cosa racconta, cosa non racconta, e perché il suo mito spesso supera — e tradisce — l’opera originale.
La trama essenziale di Neon Genesis Evangelion
Neon Genesis Evangelion è ambientato in un 2015 alternativo segnato da una catastrofe globale nota come Second Impact, che ha decimato la popolazione terrestre e alterato irreversibilmente l’equilibrio del pianeta. Anni dopo l’umanità è nuovamente minacciata da misteriose entità chiamate Angeli che attaccano la città fortificata di Tokyo-3.
Per contrastarli l’organizzazione paramilitare NERV utilizza gigantesche unità biomeccaniche note come Evangelion pilotate da adolescenti selezionati per la loro compatibilità psicologica. Il protagonista, Shinji Ikari, viene costretto dal padre Gendo comandante della NERV a pilotare l’unità Eva-01 entrando in un conflitto che è allo stesso tempo militare e interiore.
Mentre le battaglie contro gli Angeli si susseguono, emergono segreti legati all’origine degli Eva al Progetto per il Perfezionamento dell’Uomo e alla vera natura dell’umanità stessa. Progressivamente, la narrazione abbandona la dimensione bellica per concentrarsi sul trauma sull’identità e sull’incapacità dei personaggi di entrare in relazione autentica con gli altri fino a culminare in una crisi totale del racconto e del mondo rappresentato.
I personaggi principali e il disagio come identità
Neon Genesis Evangelion costruisce il proprio impatto non tanto attraverso la trama, quanto attraverso personaggi definiti più dalle loro fratture che dalle loro azioni. Shinji Ikari è un protagonista antieroico per eccellenza, incapace di desiderare davvero il ruolo che gli viene imposto e paralizzato dal bisogno di essere accettato, al punto da preferire l’annullamento al conflitto. Asuka Langley Soryu rappresenta l’estremo opposto solo in apparenza, perché dietro l’aggressività e l’ipercompetenza si nasconde la stessa fragilità, alimentata da un’identità costruita esclusivamente sulla performance.
Rei Ayanami è invece la negazione dell’individualità, un personaggio, che esiste come funzione e come contenitore simbolico, la cui apparente calma maschera l’assenza di un sé definito. Attorno a loro gravita una generazione adulta tutt’altro che solida: Misato Katsuragi alterna competenza professionale e autodistruzione emotiva, incarnando una maturità incompleta, mentre Gendo Ikari, padre di Shinji, rappresenta l’autorità incapace di comunicare, disposta a sacrificare tutto pur di non affrontare il proprio vuoto affettivo.
Figure come Ritsuko Akagi e Kaworu Nagisa completano un quadro in cui ogni relazione è segnata da dipendenza, manipolazione o idealizzazione. Evangelion non offre personaggi esemplari, ma individui bloccati, che non crescono secondo un arco narrativo classico e che finiscono per trasformare il disagio stesso nella loro unica forma stabile di identità
La genesi industriale di Evangelion
Neon Genesis Evangelion nasce in un contesto molto meno “mistico” di quanto la sua fama successiva lasci intendere. Nel 1994 lo studio Gainax attraversa una fase critica: dopo il successo di Nadia – Il mistero della pietra azzurra, la casa di produzione fatica a replicare risultati economici solidi. Serve una nuova serie televisiva capace di attirare pubblico, sponsor e vendite di merchandising.
L’idea di partenza non è rivoluzionaria. Un progetto mecha, commissionato per la televisione, con robot antropomorfi, un’organizzazione militare segreta e una minaccia esterna ciclica. Il modello è quello consolidato da decenni di animazione giapponese, da Mazinga Z in poi. La differenza non è nel concept, ma nella persona che se ne fa carico.
Hideaki Anno arriva al progetto in uno stato personale fragile. Reduce da una lunga depressione, Anno porta nella scrittura una quantità di ossessioni, frustrazioni e interrogativi che normalmente restano fuori da una serie televisiva pomeridiana. Evangelion, all’inizio, non nasce come un’opera confessionale, ma finisce per diventarlo quasi suo malgrado.
La produzione procede senza una sceneggiatura completamente definita. Molti elementi narrativi vengono introdotti prima di essere realmente chiariti, con l’idea di sistemarli in seguito. Questa scelta, che in fase iniziale appare come flessibilità creativa, si trasforma presto in una zavorra strutturale. Evangelion cresce mentre viene trasmesso, senza una mappa chiara del punto di arrivo.
Gainax, Anno e l’illusione del controllo
Uno dei grandi equivoci che circondano Evangelion è l’idea di un’opera pianificata fin nei minimi dettagli. In realtà, la serie è il prodotto di una gestione creativa instabile, dove intuizioni brillanti convivono con decisioni prese in emergenza.
Anno assume un controllo quasi totale sulla direzione artistica e narrativa, ma questo controllo non equivale a ordine. Al contrario, Evangelion è un esempio raro di opera che perde progressivamente i propri binari produttivi. I vincoli di budget diventano sempre più evidenti, le animazioni si riducono, le sequenze statiche aumentano. La messa in scena si fa minimale non per scelta estetica, ma per necessità.
Paradossalmente, è proprio questa povertà produttiva a generare uno stile. I silenzi prolungati, le inquadrature fisse, i dialoghi interiori diventano un marchio di fabbrica, letti a posteriori come scelte autoriali consapevoli. In parte lo sono, ma spesso nascono come soluzioni di sopravvivenza.
Evangelion non è l’opera di un genio che domina ogni elemento, ma il risultato di un equilibrio precario tra ambizione e impossibilità. Ed è in questa frattura che si insinua la sua forza, ma anche la sua confusione cronica.
Shinji Ikari e il rifiuto dell’eroe
Il protagonista della serie, Shinji Ikari, rappresenta una rottura netta con l’archetipo classico del pilota di mecha. Shinji non vuole combattere, non prova entusiasmo, non cresce secondo un percorso di formazione tradizionale. La sua passività diventa il vero motore narrativo della serie.
Questo rifiuto dell’eroismo è spesso celebrato come una scelta rivoluzionaria. In realtà, Shinji è soprattutto uno strumento attraverso cui Anno mette in scena l’incapacità di comunicare, l’angoscia del giudizio, la paura del rifiuto. Il problema nasce quando il racconto non riesce più a distinguere tra analisi del disagio e ripetizione del disagio stesso.
Shinji non evolve, ma si avvita. Ogni episodio aggiunge uno strato di sofferenza senza offrire una reale trasformazione. Questo meccanismo, efficace nel breve periodo, diventa logorante nel lungo. Il pubblico non assiste a un arco narrativo, ma a una stagnazione emotiva che prepara il terreno alla frattura finale della serie.
Evangelion non racconta la crescita, ma l’impossibilità di crescere. Una scelta legittima, ma che richiede una conclusione capace di darle senso. Ed è proprio qui che la serie inizierà a cedere.
L’estetica dell’apocalisse quotidiana
Uno degli aspetti più riusciti di Evangelion è la sua capacità di trasformare l’apocalisse in routine. NeoTokyo-3, la città fortificata in cui si svolge la serie, non è un luogo di eroismo, ma uno spazio alienante, geometrico, quasi clinico. Le battaglie contro gli Angeli si alternano a scene di vita scolastica, pranzi silenziosi, appartamenti vuoti.
Questa alternanza produce un effetto disturbante: il mondo può finire, ma la solitudine resta. La minaccia esterna non cancella quella interna, anzi la amplifica. Evangelion suggerisce che il vero disastro non sia l’invasione degli Angeli, ma l’incapacità degli esseri umani di entrare in relazione autentica.
Qui la serie mostra il suo lato più potente e, allo stesso tempo, più ambiguo. L’apocalisse diventa metafora universale, ma anche scorciatoia simbolica. Molti elementi vengono caricati di significati potenziali senza essere realmente sviluppati. L’atmosfera regge, la struttura meno.
Evangelion funziona come esperienza emotiva più che come racconto coerente. E questa distinzione sarà centrale per comprendere le reazioni estreme che susciterà nel pubblico.
Un mito che cresce oltre l’opera
Già durante la prima messa in onda, Evangelion genera una risposta fuori scala. Fan club, riviste specializzate, interpretazioni simboliche e teorie complottistiche iniziano a moltiplicarsi. Ogni dettaglio viene sezionato, ogni riferimento religioso sovrainterpretato.
La serie, invece di arginare questo processo, lo alimenta involontariamente. La mancanza di spiegazioni chiare viene scambiata per profondità. Le lacune narrative diventano “misteri”. Il pubblico colma i vuoti con un entusiasmo che supera di gran lunga le intenzioni produttive originali.
È in questo momento che Evangelion smette di essere solo un anime e diventa un fenomeno culturale. Un’opera che non si limita a essere guardata, ma studiata, difesa, idolatrata. Il rischio, però, è evidente: quando il mito cresce più dell’opera, ogni critica viene vissuta come un attacco personale.
Evangelion come erede mancato de Il mistero della pietra azzurra
Neon Genesis Evangelion non nasce dal nulla né da un’illuminazione improvvisa, ma affonda le proprie radici in un progetto precedente che per Gainax e Hideaki Anno rappresentava ancora una ferita aperta: Il mistero della pietra azzurra. La serie del 1990 era stata un successo internazionale, ma anche un’esperienza produttivamente tormentata con interventi esterni riscritture forzate e un finale che Anno non ha mai realmente considerato suo. Evangelion prende forma quando quella storia è ormai conclusa ma non elaborata e si presenta inizialmente come una possibile prosecuzione ideale non narrativa ma concettuale di quell’universo.
Alcuni elementi migrano quasi senza soluzione di continuità: Adam come origine primigenia dell’umanità, la scienza come strumento ambiguo e la sensazione costante che l’uomo stia giocando con qualcosa che non comprende. Tuttavia dove Nadia conservava una tensione avventurosa e una fiducia ultima nell’essere umano, Evangelion compie un gesto radicale opposto e trasforma quelle stesse idee in prove dell’impossibilità di crescere di comunicare di salvarsi. È lo stesso alfabeto ma usato per scrivere una condanna.
In Italia, questo passaggio assume un valore ancora più netto perché Nadia era entrata nelle case attraverso Bim Bum Bam nei primi anni Novanta come un anime popolare trasmesso in fascia pomeridiana, percepito come racconto di formazione e scoperta. Evangelion, invece, arriverà anni dopo parlando lo stesso linguaggio visivo ma negandone ogni promessa emotiva. La continuità non è quindi solo creativa ma generazionale ed è proprio questo a rendere lo shock più profondo.
Il character design di Sadamoto tra familiarità e tradimento
Il legame tra Nadia ed Evangelion non è solo tematico, ma immediatamente visibile grazie al lavoro di Yoshiyuki Sadamoto. Il suo character design riconoscibile, elegante e accessibile costruisce personaggi che sembrano pronti a essere amati prima ancora di essere compresi. Volti puliti occhi, grandi proporzioni armoniche: tutto suggerisce empatia e identificazione secondo una grammatica visiva ormai consolidata nell’animazione giapponese.
Evangelion sfrutta questa familiarità come una trappola. I personaggi sono disegnati per essere vicini allo spettatore, ma la narrazione li rende progressivamente opachi, inaccessibili e irrisolti. Shinji,, Asuka Rei sembrano appartenere a una storia che promette evoluzione e catarsi, ma vengono invece bloccati in una stasi emotiva che il design non giustifica ma amplifica. Sadamoto diventa così parte integrante del paradosso dell’opera, perché fornisce un involucro umanissimo a un racconto che rifiuta l’umanità come soluzione.
Questo scarto tra forma e contenuto contribuisce in modo decisivo alla frustrazione del pubblico e, al tempo stesso, alla sua fedeltà. Evangelion non respinge visivamente, ma ferisce narrativamente ed è proprio questa dissonanza a generare il bisogno di interpretazione e di difesa a oltranza.
Adam, Angeli e mitologia costruita in corsa
Uno degli elementi più discussi e fraintesi di Evangelion è la sua mitologia religiosa e pseudo scientifica che nel corso degli anni è stata letta come un sistema coerente e profondamente pensato. In realtà, gran parte di questi elementi nasce come suggestione estetica e simbolica più che come struttura narrativa solida. Adam, gli Angeli, il Second Impact e il Progetto per il Perfezionamento dell’Uomo vengono introdotti come concetti forti, ma raramente sviluppati secondo una logica interna rigorosa.
Adam non è un personaggio né un dio né una vera entità narrativa, ma un punto di origine astratto una ferita concettuale che serve a giustificare il trauma cosmico della serie. Gli Angeli non sono antagonisti nel senso classico, ma presenze enigmatiche che esistono per costringere i personaggi a reagire più che per raccontare qualcosa su se stessi. Questa vaghezza non è sempre una scelta poetica spesso è il risultato di una scrittura che procede per accumulo senza sintesi.
La mitologia di Evangelion funziona quindi più come linguaggio emotivo che come sistema di significati e il problema nasce quando viene trattata come un testo sacro da decifrare piuttosto che come un insieme di simboli volutamente instabili. La profondità percepita nasce dal vuoto non dalla costruzione.
LCL, corpo, memoria e regressione
Il liquido LCL, uno degli elementi più iconici della serie, è anche uno dei più chiaramente metaforici. All’interno della narrazione viene spiegato come una sostanza che permette ai piloti di sincronizzarsi con l’Eva, ma il suo significato reale è altrove. LCL è il liquido amniotico primordiale, è il ritorno allo stato fetale, è la rinuncia alla separazione tra individuo e ambiente.
Evangelion utilizza l’LCL come immagine costante della regressione, non come protezione ma come rifugio dalla responsabilità dell’esistenza. Ogni immersione nell’Eva è un ritorno al grembo, una sospensione dell’identità adulta e, non a caso, la serie lega questo processo a dolore, confusione e perdita di confini. LCL non è una soluzione tecnologica, ma una metafora della tentazione di non crescere.
Questo tema diventerà centrale nel finale e nel dibattito che seguirà, perché tocca uno dei nervi scoperti dell’opera; la paura del contatto e, allo stesso tempo, la paura dell’autonomia.
Dynamic Italia, le VHS e la nascita del culto
In Italia, Evangelion non nasce in televisione, ma sul mercato home video. Le VHS pubblicate da Dynamic Italia alla fine degli anni Novanta trasformano la serie in un oggetto di culto prima ancora che in un prodotto di massa.
Questa modalità di diffusione contribuisce a costruire l’aura di Evangelion come serie per iniziati, da comprendere più che da guardare. Il dibattito si sviluppa nelle fumetterie, nelle riviste specializzate e nei primi spazi online, creando un terreno fertile per la mitizzazione. Evangelion arriva già carico di aspettative e interpretazioni quando il grande pubblico non lo ha ancora visto.
Il merchandising italiano e la costruzione del culto
In Italia Neon Genesis Evangelion non conosce un vero merchandising di massa paragonabile a quello giapponese, né una presenza capillare nei negozi generalisti. La sua diffusione resta per anni limitata quasi esclusivamente all’home video con le edizioni in VHS e successivamente in DVD curate da Dynamic Italia e poi da Dynit che diventano di fatto l’unico canale ufficiale di accesso all’opera. Lo storico marchio dell’animazione giapponese home video contribuisce a rafforzarne lo status di serie per appassionati più che di prodotto commerciale.
A svolgere un ruolo decisivo nella costruzione del mito interviene, invece, la stampa specializzata di fine anni Novanta e primi Duemila. Riviste come Benkyo edita da Play Press, e Japan Magazine in una fase di molto precedente all’ingresso nel gruppo Sprea, dedicano ampio spazio alla serie trattandola non come semplice anime ma come fenomeno culturale complesso. Articoli, analisi, interviste e approfondimenti contribuiscono a creare un discorso critico attorno a Evangelion prima ancora che il pubblico televisivo ne venga investito.
In questo contesto Evangelion cresce in Italia come culto mediato, più dalla parola scritta che dall’oggetto. Non pupazzi, non gadget diffusi, ma videocassette riviste e discussioni. Una diffusione lenta selettiva che prepara il terreno allo shock della messa in onda televisiva e che spiega perché per una generazione Evangelion sia stato prima un racconto da leggere e interpretare e solo dopo un’esperienza da guardare.
In questo contesto non mancano operazioni editoriali curiose e quasi surreali, come l’edizione del 2001 del romanzo Cuore pubblicata dalla casa editrice Ciranna, che presenta inspiegabilmente Shinji Ikari in copertina. Un accostamento che nulla ha a che vedere con il contenuto del testo, ma che testimonia fino a che punto Evangelion fosse ormai diventato un simbolo generazionale, utilizzato come immagine evocativa anche al di fuori di ogni coerenza culturale. Evangelion cresce così in Italia come culto mediato più dalla parola scritta e da operazioni editoriali eccentriche che dall’oggetto commerciale, preparando il terreno allo shock della messa in onda televisiva e consolidando la sua aura di opera anomala e difficilmente classificabile.
MTV autunno 2001 e lo shock televisivo
La messa in onda televisiva di Evangelion su MTV nell’autunno del 2001 rappresenta un momento di rottura definitivo. La serie entra finalmente nel flusso televisivo generalista, ma lo fa in un contesto storico segnato da un senso diffuso di precarietà e fine imminente: il tutto dovuto dal recente e catastrofico attacco alle Twin Towers avvenuto l’11 settembre di quell’anno. Le immagini di distruzione, il linguaggio apocalittico e la totale assenza di consolazione entrano in risonanza con il “mood” di quel periodo caratterizzato da incertezza e la paura di un’eventuale guerra per quanto successo a New York.
Per molti spettatori Evangelion non è una scoperta, ma un trauma. Non offre le chiavi interpretative promesse, non rispetta le regole del racconto seriale e culmina in un finale che sembra rifiutare lo spettatore stesso. È in questo momento che la serie diventa definitivamente un caso culturale divisivo e che il conflitto tra autore, pubblico e opera esplode.
Gli ultimi episodi televisivi come collasso narrativo
Gli episodi 25 e 26 della serie televisiva di Neon Genesis Evangelion rappresentano uno dei casi più estremi di collasso narrativo nella storia dell’animazione seriale. Non sono un finale nel senso tradizionale del termine, ma la resa visibile di una produzione che ha esaurito risorse tempo e direzione. La trama esterna viene abbandonata quasi completamente, mentre la narrazione si ritira all’interno delle menti dei personaggi concentrandosi in particolare su Shinji Ikari e sulla sua incapacità di definirsi come individuo autonomo.
Questo spostamento radicale non è preparato, né mediato. Il racconto non accompagna lo spettatore ma lo lascia improvvisamente senza coordinate. Le domande accumulate nei ventiquattro episodi precedenti non ricevono risposta e la minaccia degli Angeli scompare come se non fosse mai esistita. Evangelion decide di chiudersi parlando solo di sé stesso e del proprio autore.
Dal punto di vista tematico questi episodi non sono incoerenti con il resto della serie, ma lo sono sul piano contrattuale. Evangelion aveva promesso una storia anche quando la stava decostruendo e nel finale televisivo quella promessa viene infranta. Non è un tradimento ideologico, ma narrativo e per questo genera una reazione così violenta.
Il pubblico come bersaglio e come alibi
La reazione negativa del pubblico giapponese è spesso raccontata come incomprensione, ma in realtà è il risultato di una frattura precisa. Evangelion aveva costruito un rapporto di dipendenza emotiva con i suoi spettatori offrendo dolore mistero e identificazione e improvvisamente li accusa, in maniera implicita, di essere il problema. Il messaggio che filtra dal finale televisivo è che la ricerca di senso all’esterno sia una fuga e che la responsabilità della sofferenza ricada sull’individuo.
Questo ribaltamento non è neutro. Evangelion non si limita a raccontare il disagio, ma lo utilizza per giudicare chi lo guarda. Lo spettatore diventa parte del testo ma non come interlocutore, bensì come imputato. È qui che nasce l’accusa di arroganza che accompagnerà l’opera per decenni.
Il finale televisivo non è quindi solo sperimentale ma polemico e la sua incompletezza viene letta come provocazione anche quando nasce da limiti produttivi reali. Evangelion si trasforma da racconto a dichiarazione e perde definitivamente l’innocenza seriale.
Death and Rebirth come operazione di transizione e confusione
Death and Rebirth è un’opera divisa in due parti concettualmente distinte che risponde alla crisi apertasi dopo la conclusione televisiva di Neon Genesis Evangelion. La sezione Death non è un semplice riassunto della serie, ma una riorganizzazione selettiva degli eventi principali, montata in modo non cronologico e focalizzata soprattutto sui personaggi e sui loro conflitti interiori. Le battaglie e la mitologia vengono ridotte al minimo, mentre Shinji, Asuka, Rei e Misato vengono ripresentati come frammenti emotivi, quasi fossero ricordi ricomposti a posteriori.
Death funziona così come una rilettura dell’opera, un tentativo di ricondurre Evangelion a una coerenza emotiva prima ancora che narrativa, rivolgendosi sia a chi già conosce la serie sia a un pubblico nuovo. La seconda parte, Rebirth, cambia completamente funzione e mostra l’inizio di quello che sarà The End of Evangelion, interrompendosi però bruscamente nel pieno dell’azione.
Non offre risposte né una conclusione, ma espone il collasso definitivo della NERV e i “primordi” del Third Impact senza portarlo a compimento. In questo senso Death and Rebirth parla di Evangelion mentre Evangelion è ancora incompleto, rendendo visibile la frattura tra autore, produzione e pubblico. Non è un finale alternativo né un capitolo autonomo, ma un’opera di passaggio che documenta lo stato di confusione e di transizione della serie, sospesa tra la necessità di spiegare e l’urgenza di distruggere definitivamente il proprio mondo narrativo.
The End of Evangelion come controfinale e vendetta
Con il film The End of Evangelion, Hideaki Anno tenta di rispondere a quella frattura ma lo fa scegliendo la via dello scontro frontale. Il film non è una semplice estensione del finale televisivo ma una riscrittura violenta che riporta in scena la distruzione fisica del mondo e la espone con una crudezza mai vista nella serie.
La prima metà del film è un massacro senza ambiguità. NERV viene annientata, i personaggi muoiono uno dopo l’altro e ogni possibilità di eroismo viene sistematicamente negata. È come se Evangelion volesse dimostrare che dietro il mecha e l’azione non c’è mai stata salvezza, ma solo illusione.
The End of Evangelion non chiarisce la mitologia, ma la usa come arma emotiva. Il Progetto per il Perfezionamento dell’Uomo diventa una dissoluzione totale dell’individualità, una regressione collettiva in cui l’LCL invade il mondo cancellando i confini tra gli esseri umani. Non è una redenzione, ma una rinuncia.
Cosa racconta davvero il finale di The End of Evangelion
Il finale di The End of Evangelion mette in scena in forma esplicita ciò che la serie televisiva aveva affrontato solo sul piano interiore, ovvero il Progetto per il Perfezionamento dell’Uomo come annullamento dell’individualità. Quando Shinji si trova al centro dell’evento finale, l’umanità viene letteralmente dissolta in LCL, perdendo i confini fisici e psicologici che separano un individuo dall’altro. Non si tratta di una salvezza collettiva, ma di una fuga definitiva dal dolore dell’esistere come soggetti separati.
Shinji ha la possibilità di accettare questa fusione totale, eliminando il rifiuto, la solitudine e il conflitto, ma sceglie di tornare indietro, accettando la sofferenza come prezzo dell’esistenza individuale. Il mondo non viene ricostruito magicamente e non c’è alcuna promessa di felicità, solo la possibilità di essere di nuovo separati e quindi vulnerabili.
La scena finale sulla spiaggia, con Shinji e Asuka soli in un paesaggio desolato, non rappresenta una riconciliazione ma una coesistenza fragile, segnata dal disgusto, dal bisogno e dall’impossibilità di capirsi davvero. Evangelion non dice che vivere sia bello o giusto, ma che vivere come individui, con tutto il dolore che comporta, è l’unica alternativa alla dissoluzione totale. Il finale non offre speranza, ma responsabilità, ed è per questo che continua a disturbare più di qualsiasi risposta esplicita.
Shinji e Asuka come Adamo ed Eva dopo il Third Impact
Nel finale di The End of Evangelion Shinji Ikari e Asuka Langley Soryu possono essere letti come una nuova coppia originaria, una sorta di Adamo ed Eva sopravvissuti al Third Impact non per elezione divina. ma per scelta dolorosa. Dopo la dissoluzione dell’umanità nel LCL e il rifiuto della fusione collettiva, Shinji e Asuka riemergono come individui separati, imperfetti e irriducibilmente soli, portatori di un’umanità che ricomincia senza garanzie.
La spiaggia desolata su cui si trovano non è un Eden, ma un mondo post-catastrofe, privo di promesse e di protezione, in cui la relazione non nasce dall’armonia ma dal conflitto. Il gesto finale di Shinji che stringe il collo di Asuka non è un atto di violenza pura, ma la verifica brutale dell’esistenza dell’altro, la conferma che il dolore e il rifiuto sono tornati insieme alla separazione.
La risposta di Asuka, con quella frase asciutta e disturbante (“che schifo”) sancisce la fine di ogni idealizzazione: l’umanità che riparte non è innocente né redenta, ma consapevole della propria ambiguità. In questa lettura Evangelion ribalta il mito biblico, perché la nuova umanità non nasce dal peccato originale ma dall’accettazione del trauma, e la possibilità di vivere insieme non è una benedizione, ma una responsabilità che nessuno garantisce possa essere sostenuta.
Il paradosso del doppio finale
Il cuore del problema Evangelion sta nel paradosso tra il finale televisivo e quello cinematografico. I due finali non si completano a vicenda, ma si contraddicono sul piano del tono e dell’intenzione. Da un lato l’introspezione astratta che suggerisce una possibile accettazione di sé, dall’altro la rappresentazione esplicita di un mondo che finisce perché incapace di sostenere l’esistenza individuale.
Questa doppia conclusione viene spesso difesa come profondità, ma in realtà segnala una difficoltà irrisolta. Evangelion non riesce a scegliere tra la responsabilità narrativa e l’urgenza espressiva. Vuole chiudere il discorso, ma continua a riaprirlo perché non ha una risposta definitiva.
Il pubblico viene lasciato con due finali entrambi problematici: uno perché incompleto l’altro perché punitivo. Il risultato non è ambiguità fertile. ma ambivalenza strutturale. Evangelion non conclude il suo discorso sul rapporto tra individuo e società lo sospende.
Lilith e la vera funzione della lancia di Longino
Nel cuore della mitologia di Neon Genesis Evangelion si colloca Lilith, spesso confusa o deliberatamente sovrapposta ad Adam, ma in realtà portatrice di un ruolo radicalmente diverso. Lilith non è un Angelo nel senso classico, né una divinità maligna, ma l’origine biologica dell’umanità terrestre. È da Lilith che nasce la vita umana, imperfetta, frammentata e destinata al dolore, in contrapposizione alla stirpe di Adam da cui discendono gli Angeli, esseri completi e strutturalmente superiori.
La coesistenza di Adam e Lilith sullo stesso pianeta rappresenta l’errore originario dell’universo di Evangelion, un conflitto di semi vitali che non avrebbe mai dovuto verificarsi. In questo contesto la lancia di Longino non è un’arma simbolica o religiosa, ma un dispositivo di controllo biologico progettato per neutralizzare una delle due entità in caso di collisione.
La sua funzione è quella di limitare, immobilizzare o distruggere un essere primordiale quando il processo evolutivo sfugge al controllo. Il fatto che la lancia venga usata impropriamente, persa o manipolata dall’uomo è un ulteriore segnale dell’arroganza umana nel tentativo di governare forze che non comprende. Evangelion svuota così i riferimenti biblici di ogni sacralità, utilizzandoli come etichette suggestive per raccontare una storia di biologia, errore e controllo, in cui il divino non salva e la tecnologia non redime, ma entrambi diventano strumenti di un disastro inevitabile.
Dio e Gesù Cristo in Evangelion tra assenza e citazione funzionale
In Neon Genesis Evangelion Dio e Gesù Cristo non esistono come entità narrative reali ma come riferimenti culturali svuotati della loro funzione teologica. Non c’è un Dio creatore onnipotente che governa il mondo, né una figura salvifica assimilabile a Suo Figlio nel senso cristiano del termine. Evangelion utilizza l’immaginario biblico non per affermare una visione religiosa, ma per evocare un senso di solennità e destino attraverso simboli riconoscibili, anche a chi non ne conosce il significato profondo.
Croci, nomi angelici, Adam, Lilith e la lancia di Longino non rimandano a una trascendenza morale, ma a un sistema pseudo scientifico in cui la creazione è un errore e la salvezza una costruzione artificiale. L’assenza di Dio è totale e programmatica, perché in Evangelion non esiste un ordine superiore che garantisca senso o giustizia. Allo stesso modo non esiste una redenzione cristiana fondata sul sacrificio, poiché nessuna morte salva davvero l’umanità e nessun dolore ha un valore salvifico intrinseco.
Anche Shinji, spesso letto superficialmente come figura cristologica, non redime nessuno e non si sacrifica per gli altri, ma prende una decisione individuale che riguarda solo il diritto di esistere come soggetto separato. La funzione più vicina al sacrificio cristiano è semmai incarnata da Kaworu Nagisa, che accetta consapevolmente la propria morte per impedire la distruzione dell’umanità, lasciandosi uccidere da Shinji. Tuttavia anche questo gesto è privo di qualsiasi valore salvifico universale, perché non fonda una redenzione collettiva né inaugura un ordine nuovo. Evangelion resta così un’opera profondamente post religiosa, in cui il sacrificio non salva, Dio non risponde e l’uomo è costretto ad assumersi da solo il peso delle proprie scelte.
Lucifero nell’opening e il mito della conoscenza
Nell’opening di Neon Genesis Evangelion compare per pochi istanti una figura alata, spesso identificata come Lucifero, associata all’immagine del frutto della conoscenza, un riferimento visivo che ha alimentato per anni interpretazioni religiose complesse. In realtà anche questo elemento segue la stessa logica funzionale di tutto l’apparato simbolico della serie. Lucifero non rappresenta un’entità narrativa presente nel mondo di Evangelion né un antagonista occulto, ma incarna visivamente il tema centrale della conoscenza come atto di rottura.
Il richiamo al mito biblico non è morale ma concettuale: conoscere significa separarsi, perdere l’innocenza e assumersi il peso della consapevolezza. In Evangelion il peccato originale non è la disobbedienza a Dio, ma il desiderio umano di comprendere e controllare ciò che lo trascende, dagli Eva agli esseri primordiali come Adam e Lilith.
Il frutto della conoscenza diventa così metafora dell’autocoscienza, la stessa che rende l’uomo capace di pensare ma anche di soffrire. Lucifero, figura tradizionalmente legata alla caduta e alla luce della conoscenza, viene ridotto a puro simbolo grafico, privo di azione e di ruolo attivo, a conferma che Evangelion non racconta una guerra tra bene e male, ma una tragedia dell’intelligenza puramente umana. Ancora una volta l’immaginario cristiano viene usato non per affermare una fede (del resto stiamo parlando del Giappone, con una piccolissima percentuale di cristiani) ma per visualizzare il prezzo dell’essere coscienti, ovvero la perdita definitiva di ogni paradiso possibile.
Rei Ayanami tra apatia apparente e identità negata
Rei Ayanami appare fin dall’inizio come una figura silenziosa, distante, quasi priva di volontà, spesso liquidata superficialmente come una “gatta morta” apatica. In realtà il suo comportamento non è il risultato di un carattere introverso, ma la conseguenza diretta della sua vera natura. Rei non è una persona nel senso pieno del termine, ma un essere artificiale creato a partire dal corpo di Yui Ikari e dall’anima di Lilith, concepito come strumento funzionale al Progetto per il Perfezionamento dell’Uomo.
La sua mancanza di emotività non è freddezza ma assenza di un’identità autonoma, perché Rei è stata educata a esistere come funzione, non come soggetto. La sua morte durante lo scontro con l’Angelo Armisael non è solo un evento fisic,o ma il primo atto di rottura, perché con la successiva “rinascita” attraverso un nuovo corpo emerge una discontinuità che mette in crisi l’illusione di continuità dell’io. Rei comprende progressivamente di essere sostituibile, replicabile, e proprio questa consapevolezza genera in lei una forma embrionale di volontà.
Quando infine sceglie di tradire Gendo Ikari e di riunirsi a Lilith nel finale di The End of Evangelion, Rei compie l’unico atto autenticamente umano della sua esistenza: decide. Non per amore, non per obbedienza, ma per interrompere un meccanismo che la riduceva a oggetto. La sua apatia iniziale non è quindi vuoto emotivo, ma il segno di un’esistenza a cui è stato negato il diritto di essere individuo, e la sua evoluzione dimostra che in Evangelion l’umanità non è una condizione biologica, ma una scelta dolorosa e tardiva.
Keel Lorenz e il volto impersonale del potere
Keel Lorenz non è un antagonista nel senso classico, né un burattinaio onnipotente, ma l’incarnazione del potere istituzionale spersonalizzato che governa Evangelion dall’alto. Leader di SEELE, Lorenz non agisce per fede religiosa, ambizione personale o desiderio di dominio, ma per adesione totale a un progetto astratto: il Progetto per il Perfezionamento dell’Uomo come destino inevitabile dell’umanità.
A differenza di Gendo Ikari, che utilizza il progetto per colmare un vuoto affettivo individuale, Lorenz rinuncia a ogni dimensione personale, fino a ridursi progressivamente a una presenza meccanica, fisicamente decadente e tecnologicamente sostenuta. La sua trasformazione in un corpo quasi interamente artificiale non è casuale, ma simbolica: Keel Lorenz è un uomo che ha già rinunciato all’umanità prima ancora che il progetto venga attuato. SEELE, sotto la sua guida, non cerca la salvezza dell’individuo né la felicità collettiva, ma l’eliminazione del conflitto attraverso l’annullamento della soggettività.
Lorenz non vuole vivere per sempre, né dominare il mondo, ma porre fine all’imperfezione dell’esistenza umana così come la intende. In questo senso è il vero antagonista ideologico della serie, non perché sia più crudele degli altri, ma perché è l’unico che crede sinceramente che l’umanità, così com’è, sia un errore da correggere. Evangelion affida a lui la rappresentazione più inquietante del potere: quello che non odia, non ama e non dubita, ma procede convinto di avere ragione proprio perché ha smesso di essere umano.
L’eros latente tra Shinji e Misato come confusione dei ruoli
Il rapporto tra Shinji Ikari e Misato Katsuragi è attraversato da una tensione ambigua che non va letta come attrazione romantica o sessuale, ma come espressione della profonda confusione dei ruoli affettivi che caratterizza Evangelion. Misato è formalmente una figura adulta di riferimento, responsabile e tutrice, ma emotivamente è fragile, disordinata e incapace di esercitare una genitorialità stabile. Shinji, al contrario, è un adolescente che cerca disperatamente approvazione, protezione e riconoscimento, e che finisce per colmare i vuoti affettivi di Misato con una presenza silenziosa e remissiva.
L’eros latente nasce proprio da questo corto circuito: non dal desiderio, ma dall’incapacità di distinguere tra bisogno di cura, bisogno di conferma e bisogno di intimità. Evangelion suggerisce più volte questa tensione attraverso gesti, allusioni e promesse mai mantenute, fino alla scena estrema in cui Misato utilizza il linguaggio dell’adulto seduttivo come strumento motivazionale, non per desiderio ma per disperazione.
In questo senso l’eros non è mai realizzato né desiderabile, ma funziona come sintomo di un mondo in cui gli adulti non sanno essere adulti e i ragazzi sono costretti a reggere pesi emotivi che non dovrebbero appartenere loro. Evangelion non normalizza questa ambiguità, la espone come fallimento relazionale, mostrando come la confusione tra protezione e desiderio sia uno dei segni più inquietanti della sua umanità spezzata.
Netflix 2019 e il caso del doppiaggio Cannarsi
Nel 2019 Neon Genesis Evangelion approda su Netflix, segnando il ritorno ufficiale della serie nel circuito mainstream italiano a quasi vent’anni dalla sua prima esposizione televisiva. Quella che avrebbe dovuto essere un’operazione di riscoperta e normalizzazione dell’opera si trasforma invece in uno dei casi mediatici più discussi dell’animazione giapponese in Italia, a causa del nuovo doppiaggio diretto da Gualtiero Cannarsi. La scelta di un adattamento rigidamente letterale, fortemente aderente alla sintassi dell’originale giapponese, produce dialoghi percepiti come innaturali, faticosi all’ascolto e spesso distanti dall’italiano contemporaneo.
Alcune soluzioni diventano rapidamente emblematiche della controversia: gli Angeli, termine ormai sedimentato nell’immaginario collettivo, vengono ribattezzati Apostoli senza una reale necessità semantica; la macchina distrutta di Misato viene ricordata come “da poco restaurata”, introducendo un registro lessicale anacronistico; termini comuni come testicoli vengono resi con l’iperletterale testochili, sacrificando l’uso vivo della lingua. Il punto di rottura simbolico arriva con la celebre battuta di Kaji, annaffiatoio alla mano, rivolta a Shinji: “Però quanto a te, quanto a quel che puoi fare, che tu”.
Una costruzione sintattica che per musicalità e solennità ricorda più la Divina Commedia che un dialogo televisivo e che in poche ore diventa un meme virale sul web. Il risultato è un paradosso perfettamente coerente con Evangelion: un’opera che riflette sull’impossibilità di comunicare ritorna al pubblico italiano attraverso un linguaggio che rende la comunicazione stessa problematica, trasformando un’operazione di rilancio in un nuovo terreno di scontro culturale.
Evangelion come follia otaku e specchio generazionale
Col tempo Evangelion viene assorbito dalla cultura otaku fino a diventarne uno dei simboli principali. Personaggi come Rei Ayanami vengono trasformati in icone scollegate dal loro contesto narrativo mentre il disagio esistenziale della serie viene estetizzato e riprodotto all’infinito. L’opera che voleva criticare la fuga nella fantasia diventa essa stessa oggetto di consumo compulsivo.
Questo processo non è solo colpa del pubblico, ma anche dell’opera. Evangelion costruisce un immaginario potentissimo senza fornire strumenti per uscirne. Denuncia la dipendenza, ma la alimenta offrendo nuovi livelli di interpretazione e nuovi materiali da collezionare. È una critica che si auto sabota.
La follia otaku non nasce con Evangelion, ma trova in esso una giustificazione intellettuale. Il dolore diventa identità la sofferenza diventa valore e l’immobilità viene scambiata per profondità.
Un anime che ha un senso compiuto?
Dire che Evangelion non abbia senso non significa negarne l’importanza, ma rifiutare la sua sacralizzazione. Molti dei suoi elementi più celebrati non sono il risultato di una costruzione rigorosa ma di improvvisazione accumulo e mancanza di sintesi. La mitologia è fragile, i simboli sono spesso decorativi e le risposte vengono sostituite da domande perché non si sa come chiudere il discorso.
Evangelion funziona come esperienza emotiva e come documento generazionale, ma fallisce come racconto compiuto. È potente perché è irrisolto, non perché sia perfettamente pensato. La sua grandezza sta nella capacità di fotografare un disagio, non nel fornire una visione coerente del mondo.
Accettare questo significa liberare Evangelion dal peso di essere un capolavoro assoluto e restituirgli una dimensione più onesta: quella di un’opera imperfetta che ha colpito nel segno proprio mentre perdeva il controllo.
L’eredità di un equivoco
A distanza di anni Evangelion continua a influenzare l’animazione e la cultura pop, ma lo fa spesso attraverso una versione semplificata di sé stesso. Il dolore viene imitato la frammentazione diventa stile e la profondità viene confusa con l’oscurità. Pochi hanno raccolto la lezione più scomoda dell’opera, cioè la necessità di uscire dalla paralisi emotiva.
Evangelion resta un’opera fondamentale, non perché offra risposte, ma perché mostra cosa succede quando un autore decide di non fingere più. È un documento di crisi personale industriale e culturale che ha trovato nella serialità televisiva un campo di battaglia inadatto.
Il grande equivoco di Evangelion è credere che sia una mappa. In realtà è una radiografia. E come tutte le radiografie non guarisce ma rivela.
Perché i film dal 2008 in poi restano fuori da questo dossier
Questo dossier ha scelto consapevolmente di non includere né analizzare i film di Evangelion usciti a partire dal 2008 perché appartengono a un progetto diverso per contesto, intenti e funzione culturale. La tetralogia successiva non nasce come prosecuzione necessaria del discorso originale, ma come operazione di riscrittura, rimediazione e normalizzazione di un’opera che aveva già detto tutto ciò che poteva dire nel suo tempo. I nuovi film rispondono a un’altra esigenza, quella di rimettere ordine, chiarire, chiudere e soprattutto riconciliare autore e pubblico, trasformando una crisi irrisolta in un racconto più lineare e conciliatorio.
Questo non li rende irrilevanti, ma li colloca fuori dal perimetro di analisi qui adottato. Il cuore di Evangelion, quello che ha generato frattura, culto, rifiuto e dibattito, si consuma interamente tra la serie televisiva, Death and Rebirth e The End of Evangelion. È lì che l’opera si espone senza protezioni, mostra le sue contraddizioni e accetta di non offrire soluzioni.
Includere i film successivi avrebbe significato spostare il fuoco dal documento di una crisi generazionale a una rilettura a posteriori, più rassicurante e meno disturbante. Questo dossier non nasce per chiudere Evangelion, ma per capirlo nel momento esatto in cui ha smesso di funzionare come semplice racconto ed è diventato un problema culturale.
